A ritroso, a rovescio.
Sulla storia e la trasmissione della psicoanalisi.
Report di Marina Lacatena

Report di Nodi in Psicoanalisi del 17 Gennaio 2026 – Napoli
«Una memoria viva, seppure spesso lacerata dai conflitti» sono le parole con cui Virginia De Micco introduce questa giornata sulla storia della psicoanalisi, più specificamente sulla trasmissione degli elementi storici in chiave psicoanalitica e sul recupero delle fonti personali, come gli epistolari, attraverso cui la storia, la teoria e la tecnica psicoanalitiche sono andate configurandosi come un diorama composto a più mani.
La sala è affollata e, soprattutto, attraversata da una commistione di generazioni, elemento che conferisce alle parole un movimento oscillatorio tra un discorso sulla trasmissione e un discorso di trasmissione. Il lascito delle fonti documentali, come i resoconti delle riunioni del mercoledì del primo circolo freudiano, continua De Micco, trasmette un patrimonio da cui emergono anche gli aspetti relazionali ed affettivi più complessi ed urticanti, quelli che Rita Corsa descrive come elementi forclusi, elementi dunque non trattati e tramandati. Ciò che continua a interrogarci è, dunque, qualcosa di nuovo o di irrisolto?
Emerge come presupposto per lo scambio di questa giornata l’assunzione, esplicitata, dell’intreccio tra dimensione storica e conflittualità, in cui la riconquista freudiana del lascito paterno resiste come dimensione virtuosa, ma si apre anche ad essere emblema di una dimensione competitiva del sapere da parte di chi è in attesa di questo lascito.
«Ha ancora senso interrogare il passato? C’è ancora un passato da interrogare?» Sono le domande con cui Rita Corsa apre il suo contributo. La questione si riferisce alla preoccupazione di Bollas circa la possibile perdita di un pensiero riflessivo ed il conseguente prevalere dell’omogeneità. In questo senso l’autore parla di un “appiattimento vistofilico”, uno spostamento teorico e concettuale della psicoanalisi verso la preferenza fenomenica che rischia di impoverire la vita psichica e simbolica rispondendo al desiderio di visioni antropologiche (come nell’homo videns di Sartori).
Un simile spostamento porrebbe in secondo piano le questioni storiche che hanno determinato lo sviluppo della psicoanalisi lungo un percorso, certo variegato e tortuoso, legato ai fondamenti freudiani metapsicologici e metodologici. Si configurerebbe così un ricominciamento senza lutto del passato e senza ripresa dei resti per lo sviluppo futuro. Dove collocare allora il lavoro del lutto se ci si inscrive in un’implicita negazione storica che fa vacillare la soggettività stessa di chi accoglie questo lascito?
Corsa osserva tuttavia come, quasi a contrappeso di questa tendenza, si stia assistendo a una rinascita della ricerca storica ed in questo senso l’archivio digitale della Società Psicoanalitica Italiana costituisce un importante contributo, così come altre iniziative, tra cui il gruppo di ricerca nazionale costituito con Marco Conci e il lavoro di traduzione degli epistolari freudiani nella collana Carteggi freudiani a cura di Bottone, Galiani e Napolitano.
Lo studio della storia della psicoanalisi sembra, dunque, riproporsi non come sapere accessorio ma come componente viva della pratica clinica. Conoscere i concetti psicoanalitici implica necessariamente comprendere le domande che li hanno generati e i conflitti istituzionali e personali che li hanno modellati.
Rita Corsa, riferendosi al Bloch de Il principio speranza, afferma che «l’oggetto della storia è la trasformazione degli umani nel tempo» riprendendo la necessità dell’abbandono di un transfert idealizzato, di un focus sui “grandi eventi” e rendendo così indispensabile lo sforzo di collocare i progenitori nel loro tempo, aprendo alla possibilità di rinascita di un senso della storia «che consenta l’appartenenza ad una catena generazionale». Si affronta poi la questione dell’innocenza della fonte, osservando che tanto la fonte storica quanto il soggetto che la studia sono attraversati da tempo, memoria dialogica e soggettività. L’indagine non può, dunque, essere ridotta alla storiografia ma non può nemmeno prescinderne, questo riporta a quanto sostenuto da Di Chiara, sulla mancanza di un metodo storiografico solido ed alla persistenza, nel dibattito storico, della dicotomia tra Freud ed i suoi detrattori.
Corsa introduce al proprio “laboratorio” di ricerca, ricordando con commozione il testimone ricevuto da Annamaria Accerboni e descrivendo un metodo fondato su un continuum sempre insaturo tra fonti primarie, secondarie e proposte interpretative. Il cardine di questa metodologia è una sorta di esperienza vissuta di fonti animate, non mero studio documentale.
È in questo modo che Corsa ha interpretato alcuni carteggi inediti tra Edoardo Weiss e il suo analista Paul Federn. L’indagine apre uno spaccato non solo, dunque, sui carteggi ma anche sul senso stesso della ricerca storica, sottolineando l’«importanza delle vicende personali nello sviluppo del pensiero psicoanalitico».
Lo studio parte, infatti, proprio dalla storia di Weiss: medico al fronte durante la guerra, psichiatra all’jospedale di Trieste, incontra tutte le resistenze del mondo accademico ed apre il primo studio di psicoanalisi in Italia sotto la supervisione di Freud e Federn. Decide poi di dimettersi dall’ospedale in seguito all’imposizione fascista dell’italianizzazione del proprio cognome. In quel preciso momento di crisi (economica e politica) nasce il suo secondo figlio e, in una lettera a Federn, Weiss descrive un impulso a gettare dalla finestra il figlio di cinque mesi.
«La fantasia di figlicidio può rappresentare il desiderio di espellere le parti più deludenti di sé», commenta Corsa introducendo la questione paterna. Essa emerge anche nella sovrapposizione accidentale di due fotografie, «quella del padre Ignazio e del patriarca Freud», che nell’immaginario di Weiss narrato da Corsa precipitano l’una sull’altra. Da questa confusione simbolica nasce un’ambivalente ribellione al paterno che lo condurrà anche a intraprendere un’analisi junghiana con Ernst Bernhard, i benefici della quale verranno in parte celati da Weiss proprio in funzione di una sorta di fedeltà alla radice freudiana della sua formazione.
Queste dinamiche originarie avranno conseguenze profonde per la storia della psicoanalisi italiana. Weiss, sottjolinea Corsa, «non aveva la sindrome onnipotente del progenitore e per questo non volle lo scettro del capostipite, anche considerando la sua fatica nel percorrere i sentieri aspri dei padri». Corsa conclude il suo intervento citando La società senza padre di Federn (1919) ed il passaggio di testimone a Musatti, Perotti e Servadio «i tre figli litigiosi di Weiss, che alimentarono nel corpo istituzionale conflitti e scissioni destinati a ripetersi nel tempo e nella storia della psicoanalisi italiana».
L’intervento di Alberto Luchetti si concentra, invece, sulla storia delle istituzioni volte alla formazione psicoanalitica, nate dall’esigenza di dare una configurazione istituzionale al movimento psicoanalitico; «il ruolo istituzionale implica un contatto con l’originario» sono le sue parole di incipit. Il suo discorso prende avvio dall’epistolario Freud-Bleuler e dalle discussioni sulla possibilità di fondare un istituto di training a Zurigo, in aggiunta a quello già esistente a Berlino. Gli epistolari, osserva Luchetti, non sono semplici documenti cronologici ma testimonianze della ramificazione del sapere psicoanalitico e del suo rapporto con la società del tempo. La formazione psicoanalitica, dice Luchetti, è «la professione impossibile al cubo, perché riunisce le altre tre (educare, governare, curare)». In questo contesto viene evocata la celebre immagine freudiana dello «sbiancamento dei mori», metafora della difficoltà intrinseca, del carattere impossibile, del compito analitico. Questa immagine, tratta da una lettera di Freud ad Abraham sarà ripresa più volte nel corso della giornata, sia nell’attualità del suo significato che nell’inattualità della sua forma. E se analizzare è un compito impossibile, educare lo è altrettanto, e forse lo è ancor di più se lo si considera all’interno «dei limiti, delle necessità e della paradossalità dell’istituzionalizzazione».
Ritornando all’«a ritroso» della giornata, Luchetti ritorna alla situazione in cui la psicoanalisi si trovava ottant’anni fa, nel dopoguerra, momento storico in cui in America la prassi analitica era maggiormente tutelata e sostenuta rispetto alla sua considerazione ed alla possibilità della sua praticabilità in Europa.
Luchetti ricostruisce quindi la nascita degli istituti di formazione a partire dal policlinico di Berlino del 1920, seguito da Vienna e Londra, e ricorda come tali istituti costituissero una rete che permetteva migrazione (e dunque ricchezza nella formazione) di analisti e allievi. Nel 1947 emerse tuttavia una frattura sulla questione dell’analisi laica: accettata in Europa, venne respinta negli Stati Uniti dove solo i medici potevano esercitare la psicoanalisi. Storia essoterica, dunque, ed esoterica, ci ricorda Luchetti, entrambe essenziali nel definire i tre periodi della storia della formazione: quello preistorico (fino alla fondazione di Berlino), quello della dimostrazione (delle passeggiate di Freud e Jung) e quello della formazione vera e propria. A conclusione del suo intervento Luchetti segnala un rischio tutt’ora vivo: quello di un tipo di trasmissione della conoscenza modellato su quella che Ferenczi chiamerebbe l’intropressione del Super-Io.
Galiani, nel suo commento ai lavori della giornata, parte da ciò che Balint afferma rispetto alla sua esperienza di formazione: un’esperienza non meramente teorico/tecnica, ma «viva, attiva ed affettiva».
Nel racconto di un progetto di ricerca presso l’ex Ospedale Psichiatrico di Nocera Inferiore, dove aveva lavorato Marco Levi Bianchini fondatore della Società psicoanalitica Italiana, sottolinea l’importanza delle fonti primarie e degli epistolari per sottolineare, in continuità con gli interventi precedenti, la possibilità peculiare che offrono di cogliere non solo gli sviluppi teorici ma anche la trama affettiva e istituzionale entro cui essi sono maturati. Galiani trasmette l’importanza della moltitudine di scambi orizzontali paralleli che Freud intratteneva, riprendendo quel versante esoterico della storia della psicoanalisi di cui sopra. Essi, infatti, rappresentano una testimonianza di ciò che nella narrazione “ufficiale” è stato, appunto, forcluso: vita politica del retroterra, continue riorganizzazioni delle polarità attorno a cui la società psicoanalitica si è ri-organizzata, scambi personali, migrazioni. Il valore di ricerca della traduzione degli epistolari freudiani viene sottolineato da Galiani anche nell’ottica di una ‘trasmissione’ di interesse e possibilità di continuare a condurla da parte dei più giovani.
Gli interventi sono numerosi. Si ragiona sull’attualità della ripresa delle fonti documentali, sul senso del rendere conto di una storia volta al presente e non esercitata come mera erudizione (Petrelli). Si richiama l’importanza della storia “dei piccoli”, dei pazienti, così difficile da ricostruire eppure così essenziale (Zontini). Si sottolinea l’importanza del non lasciarsi indietro, mute, voci essenziali della storia della psicoanalisi, come ad esempio Wilhelm Reich dimenticato forse troppo rapidamente, le ragioni della scissione degli anni novanta in Italia, le controversie con Jung e Lacan ad esempio, tutte vere e proprie macchie cieche della storia istituzionale (Thanopulos). Si ribadisce il debito che tutti abbiamo nei confronti del lavoro di ricostruzione e traduzioni dei carteggi, che consentono di scorgere in maniera sempre viva ed attuale il modo in cui la storia si ripete (Ferraro).
Nelle conclusioni, De Micco propone di leggere le fonti scritte anche come portatrici di quelle “cicatrici testuali” cui faceva riferimento Lavagetto, cicatrici-tracce da rilevare ed ascoltare con l’attenzione dell’ascolto analitico. La giornata si conclude interrogandosi su quale possa essere quello «spazio altro», riprendendo Hanns Sachs, da cui ripensare la psicoanalisi al di fuori della saturazione delle dinamiche istituzionali, ripresentando la necessità dell’autonomia della psicoanalisi rispetto all’accademia ed alle sue dinamiche.
Marina La Catena, Candidata del Training SPI-IPA
