Centro Napoletano di Psicoanalisi

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HAMNET. Nel nome del figlio.

Recensione di Mavi Stanzione

Il respiro dell’altro: Hamnet e la liturgia del perturbante

L’adattamento cinematografico di Hamnet realizzato da Chloé Zhao si configura come una profonda meditazione visiva sul concetto di “perturbante” (Unheimlich), dove la tragedia non risiede solo nella perdita, ma nello sdoppiamento incessante tra presenza e assenza. Mentre molte letture critiche trascurano questo elemento, soffermandosi sulla biografia o sul dramma d’epoca, il cuore del film pulsa nella gemellarità, intesa come una “vitalità divisa” regolata da una misteriosa legge di compensazione che tenta, paradossalmente, di annullare la morte attraverso la sostituzione.

​Questa logica del doppio si manifesta già al momento della nascita, quando è Judith a rischiare la vita. Fin dal primo vagito, l’esistenza dei gemelli è impostata su un equilibrio precario, come vasi comunicanti in cui la sopravvivenza dell’uno sembra legata al pericolo dell’altro. È un destino che si ripete specularmente con la peste: Hamnet mette in atto un meccanismo narcisistico di protezione, offrendo se stesso come simulacro affinché la morte colpisca il sostituto. Sdraiandosi accanto alla sorella e imitandone il respiro, Hamnet tenta di “diventare” il suo doppio per ingannare il fato.

​Tuttavia, questo sdoppiamento protettivo scivola nel perturbante quando il bambino muore realmente. Sigmund Freud, nel suo saggio del 1919, definisce il Perturbante come quella sorta di spaventoso che risale a quanto è noto da lungo tempo, a ciò che è familiare (Heimlich), ma che è diventato estraneo attraverso il processo di rimozione. In Hamnet, Judith sopravvissuta diventa lo specchio vivente di ciò che non c’è più: il volto familiare della sorella si trasforma in un costante rimando all’estraneo, al fratello defunto. Il “doppio”, che Freud identifica originariamente come un’assicurazione contro la distruzione dell’Io, subisce qui un’inversione: da annullatore della morte, diventa il suo più terribile nunzio.

​Il cinema ha spesso esplorato questa vertigine. In Shining di Kubrick, la gemellarità è l’apice del perturbante: la ripetizione dell’identico che annuncia una minaccia ciclica. In Persona di Bergman, il doppio diventa fusione psichica necessaria per sopportare un trauma, mentre in Inseparabili di Cronenberg la simbiosi gemellare è una condanna biologica. Se in questi capolavori il doppio imprigiona, in Hamnet lo sdoppiamento — prima gemellare e poi artistico — diventa l’unica tecnologia spirituale capace di trasformare l’orrore in riparazione.

​La casa di Agnes diventa così lo spazio domestico che, attraverso il lutto, si fa infestato. Il vuoto lasciato da Hamnet è la presenza di un fantasma, che Freud indica come la manifestazione più pura del perturbante: il ritorno di una “credenza animistica” superata che riaffiora bruscamente. Il fantasma è l’espressione di un legame che non accetta di essere reciso. La risoluzione di questo stallo avviene attraverso un ulteriore sdoppiamento: la nascita dell’opera d’arte. Will Shakespeare prende il perturbante e lo proietta sul palcoscenico. Se nella realtà è il padre ad aver sepolto il figlio, nel teatro è il figlio (Amleto) a sopravvivere al padre e a dialogare con il suo spettro.

​Il contestato gesto finale — le mani tese del pubblico verso Amleto morente — rappresenta l’apice di questa architettura. Attraverso il “quasi-tocco”, il pubblico riconosce nell’attore (il doppio) il peso di un lutto che non è più solo privato, ma di tutti. Le mani tese testimoniano che il perturbante è stato finalmente sublimato: il fantasma di Hamnet viene lasciato andare affinché possa esistere Amleto, la memoria collettiva.

​Attraverso la straordinaria interpretazione di Jessie Buckley, il film dimostra che l’emozione non è un “sovraccarico” che annulla il vuoto, ma l’unico strumento capace di renderlo abitabile. Hamnet ci ricorda che l’arte non ha il compito di cancellare l’ inconsolabile, ma di offrirgli un grembo simbolico — un “velo apollineo” — per contemplare l’abisso dionisiaco senza esserne divorati.

​In questo eterno gioco di specchi, il sipario non cala per nascondere la morte, ma per proteggere la vita che ne ha preso il posto. Perché nel teatro della Zhao, come in ogni rito autentico, non si piange il bambino che non c’è più, ma si impara finalmente a toccare l’ombra che ci ha salvati, accettando che la nostra unica immortalità risiede nel coraggio di essere, per un istante, il respiro di chi abbiamo perduto.

Mavi Stanzione, Psicoanalista, Membro Ordinario SPI, Socia del CNP

Dati sul film: Regia di Chloé Zhao, pseudonimo di Zhao Ting, Regno Unito e Stati Uniti d’ America, 2025, Drammatico/Romanzo storico, 2h 5m