“Vie della riparazione”
Di Elisabetta Caianiello*

Report di Nodi in Psicoanalisi del 25 ottobre 2025 – Napoli
Proprio riprendendo una osservazione dell’antropologo Marc Augé, Virginia De Micco ha introdotto il Nodo, evidenziando innanzitutto come la dimensione della ritualità nella riparazione sul piano sociale sia ineliminabile. Non basta il mito né la narrazione: c’è bisogno di costruire una ritualità. Augé, infatti, sottolinea che i “non‑luoghi” – spazi privi di identità, relazioni e storia – impediscono la formazione di rituali significativi, mentre i “luoghi antropologici” sono quelli in cui i rituali possono dare senso al vissuto collettivo. La riparazione, quindi, può essere vista come un processo di ricreazione di luoghi dove il gruppo può ricostruire la propria storia e il proprio legame sociale, rimandando dunque all’importanza della dimensione del legame in un’epoca peraltro pervasa dalla distruttività, nella quale la riparazione diviene invece una cifra specifica della clinica contemporanea.
L’etimologia del termine rimanda al latino reparare (“riparare, ricostituire”), ed è spesso stata usata nei testi psicoanalitici nella versione inglese restoration o restitution che indica soprattutto un “ripristinare”. De Micco ha inoltre sottolineato come nel termine tedesco Wiedergutmachung, letteralmente “rendere di nuovo buono”, si tratti soprattutto di un atto (machen, fare) che ripristina l’oggetto buono: dunque operare nuovamente per rinnovare ciò che è logoro. Tuttavia, non sempre tutto ciò che è usurato può essere accomodato; diventa necessario allora, clinicamente, comprendere quando intervenire, al fine di elaborare il lutto della parte che non è più recuperabile, riparabile.
I relatori del Nodo che hanno concretizzato una vivace e costruttiva tavola rotonda sul volume presentato sono stati: Adelaide Lupinacci, Diomira Petrelli e Giuseppe Stanziano.
Le macerie, come metafora della frammentazione sociale e psichica, costituiscono l’immagine attraverso cui Diomira Petrelli si collega alla declinazione del concetto di riparazione sociale, tema quanto mai attuale e necessario. Tali macerie, continuamente presenti e impossibili da dimenticare, si riflettono dentro di noi come rappresentazione della distruttività.
Petrelli riprende il carteggio tra Freud e Einstein (1932) che affronta proprio questo punto: Einstein chiede a Freud perché la distruttività trovi così tanto spazio e come le masse possano seguire una minoranza interessata alla distruzione, anche a scapito della propria sopravvivenza. Freud, a sua volta, ipotizza l’esistenza di un “piacere di odiare” e interroga la presenza di risorse interne capaci di resistere a tali vissuti di morte. Freud in particolare pone la questione del legame odio/amore: viene prima l’odio o l’amore? Nella lettera del 1932 Freud risponde facendo appello alle vicissitudini delle pulsioni e dicendo che abbiamo imparato a riconoscere che esistono due tipi di pulsioni: quelle che tendono a unire e quelle che tendono a slegare. Queste possono essere tradotte nella contrapposizione tra amore e odio. Freud precisa che la pulsione di morte, Thanatos, è comunque ineliminabile, sempre presente e per lo più impastata con Eros, e quindi anche utile all’autoconservazione. L’origine di questa distruttività, la cui fonte è unitaria e intrinseca alla stessa costituzione pulsionale, spinge allora a interrogarsi su quali sono, per Freud, gli antidoti possibili: il rafforzamento di Eros certamente, tutto ciò che spinge a creare legami, comunità, la civilizzazione pur col suo costitutivo ‘disagio’, senza dimenticare il fondamentale contributo alle funzioni di legame fornito dai processi identificatori.
Il concetto di riparazione, elaborato in maniera pionieristica da Melanie Klein, si pone in diretta continuità con il pensiero freudiano. Gli autori del volume lo riprendono e lo riattualizzano, con l’obiettivo di ridare a questo processo l’importanza che gli spetta.
Petrelli in particolare ha ricordato come la Klein sostiene che la capacità di riparare l’oggetto interno è fondamentale per superare la posizione schizo‑paranoide e accedere alla posizione depressiva, la quale richiede il riconoscimento dell’oggetto come separato e la possibilità di ricostruirlo psichicamente. Nel rinsaldare il legame tra sé e oggetto, tutto ciò che si rivolge all’oggetto ricade sul sé: le sorti del sé sono indissolubilmente legate a quelle dell’oggetto. Per Klein, la trasformazione dell’equilibrio interno tra amore e odio, con il rafforzamento dell’amore, costituisce l’antidoto alla distruttività. La sua attenzione si concentra non solo sulla riparazione dell’oggetto, ma anche sulla riparazione della funzione, evidenziando quanto le due dimensioni siano strettamente interconnesse.
Il bambino, sperimentando il senso di colpa, sente la necessità di riparare il danno immaginario arrecato all’oggetto amato. Questo modello è spesso citato per spiegare come la riparazione possa fungere da meccanismo di integrazione psichica. Un esempio clinico emblematico è il caso di Dick, un bambino di quattro anni ricoverato per una grave malattia respiratoria. Durante le sedute, Klein osservò che Dick, pur mostrando un comportamento apparentemente indifferente, manifestava ripetuti tentativi di “riparare” gli oggetti rotti nella stanza (giocattoli, libri). Questi atti simbolici permettevano al bambino di ricostruire, a livello psichico, l’oggetto interno danneggiato, facilitando il passaggio dalla posizione schizo‑paranoide a quella depressiva.
In continuità con Freud, Melanie Klein descrive un equilibrio dinamico tra amore e odio, tra pulsioni di vita e pulsioni di morte, che si manifesta sia sul piano intrapsichico sia nelle relazioni oggettuali. Da questo bilanciamento scaturiscono spinte riparative più realistiche, capaci di trasformare il conflitto interno in un processo di integrazione. L’intervento di Petrelli ci ricorda che la psicoanalisi non è solo un metodo di cura, ma un vero e proprio spazio di libertà interiore: la mente può muoversi, esplorare e reinventare sé stessa.
È proprio alla struttura a imbuto rovesciato, caratteristica dei contenuti approfonditi nel volume, che Giuseppe Stanziano si collega introducendo il suo lavoro. Da una dimensione ampia della riparazione si passa a punti più focali e circoscritti. Il concetto di Tikkun Olam, appartenente alla tradizione ebraica e che significa “riparare il mondo”, estende il discorso dalla stanza di analisi al mondo esterno, evidenziando la dimensione etica e rituale della riparazione, anche in contesti istituzionali come il carcere. L’imbuto non è solo un’immagine visiva; è un vero e proprio dispositivo di pensiero. Stanziano lo usa per “filtrare” la complessità della riparazione, passando dal macro‑etico (Tikkun Olam) al micro‑clinico (la “stanza chiusa” in carcere). Questo movimento dall’ampio al focalizzato richiama la logica della metapsicologia freudiana, dove il conflitto interno viene progressivamente “ristretto” per essere elaborato.
Stanziano sottolinea in particolare come nella contemporaneità la riflessione sul narcisismo è diventata una cifra consolidata: una sovraesposizione esasperata dell’individualismo che spinge a una costante autocorrezione performativa. In questo scenario, il lavoro della riparazione si orienta verso il recupero di valore e significato dell’alterità, mettendo in gioco la complessità del funzionamento psichico. Il lavoro riparativo si configura come una bonifica del mondo interno: riparare, in questo senso, è risanare. Esso richiede il riconoscimento della realtà, lo sviluppo integrato dell’Io, la tolleranza delle frustrazioni, i processi sublimatori, la capacità di amare e la creatività. Un movimento continuo tra esterno e interno, ben rappresentato dall’uso della “spoletta” del telaio come metafora della dialettica tra dentro e fuori, “me‑altro” e “io‑oggetto”. Lo spazio di incontro diventa così un luogo di ricentratura soggettiva, capace di introdurre una differenza individuale in un tempo di vita che diventa massimamente omogeneizzato soprattutto negli spazi istituzionalizzati: tenere la “stanza chiusa” proprio in questi luoghi può rappresentare invece un fondamentale elemento di differenziazione. Grazie alla sua specifica esperienza nel contesto carcerario, il relatore ha evidenziato come il senso di colpa sia cruciale, inserito nel circuito colpa‑punizione‑recidiva: è un rischio ritorsivo e reiterativo, uno scoglio da circumnavigare, non da aggirare. Si riconferma come di fronte a rotture o lutti, non tutto può essere riparato.
Adelaide Lupinacci si ricongiunge alla metafora del fenomeno carsico: il desiderio di riparare è sepolto, ma, come una falda acquifera, riaffiora quando la pressione interna supera le difese. In termini psicoanalitici, è l’inconscio che si manifesta attraverso il “ritorno del rimosso” (Freud) e la “posizione depressiva” (Klein), in cui la perdita dell’oggetto è riconosciuta affettivamente e può essere simbolicamente ricostruita. La nascita del volume è raccontata dalla curatrice come “un’esplosione vitale” per gli autori, un invito a vedere la riparazione non solo come gesto clinico, ma come fenomeno culturale che “fa parte della civiltà”. Lupinacci descrive la madre che accoglie il “gesto riparativo” del figlio, che “contiene” l’angoscia del bambino, trasformandola in esperienza di sicurezza, permettendo al bambino di sentirsi “monello, ma non mostro”. Quando la colpa è riconosciuta ma non è persecutoria, il bambino sperimenta la colpa depressiva che permette l’integrazione dell’oggetto buono e cattivo. La prima alimenta violenza e paura, la seconda favorisce l’amore e l’integrazione dei sentimenti. La riparazione avviene quando “c’è integrazione degli elementi originari dell’oggetto”; da qui nasce il dispiacere che lega colpa, dolore e amore in un unico filo conduttore. Anche quando l’oggetto non è più presente, il processo interno di riconoscimento e la restituzione di parti buone del Sé possono “curare” psichicamente, indipendentemente dalla possibilità di una riparazione concreta.
Ed è proprio questo filo che ha legato i contenuti teorico‑clinici del volume alle riflessioni odierne discusse nel “Nodo”, rappresentando il lavoro congiunto di più mani verso una comprensione profonda della dialettica contrapposizione/continuità tra riparazione interna e riparazione esterna, e della tensione tra fantasia riparativa (Klein) e realtà relazionale (Winnicott). La capacità di operare una riparazione interna, anche in assenza dell’oggetto, è ciò che permette al soggetto di mantenere una coesione psichica quando la riparazione esterna è impossibile.
Uno scambio emotivo e intellettuale così vivido e intenso ha ovviamente portato a un dibattito costruttivo tra i presenti. Il riferimento ad Alessandro Garella, più volte citato durante il seminario, che teneva molto all’organizzazione di questo evento, ci ha ricordato una mancanza reale ma anche una presenza attiva, ricca della sua caratura intellettuale, emotiva e clinica.
*Elisabetta Caianiello, Psicoanalista SPI-IPA, Socia del CNP
Riferimenti Bibliografici
- Augé, M. (1992). Non‑luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità. Milano: Elèuthera.
- Freud, S., & Einstein, A. (1932). Perché la guerra? (lettera). In S. Freud, Opere (Vol. 11). Torino: Bollati Boringhieri.
- Freud, S. (1932). Il disagio della civiltà. In S. Freud, Opere (Vol. 10). Torino: Bollati Boringhieri.
- Klein, M. (1935). “Il lavoro del lutto e la posizione depressiva”. In M. Klein, Scritti (Vol. 1). Roma: Astrolabio.
- Klein, M. (1946). “Note sulla riparazione”. In M. Klein, Scritti (Vol. 2). Roma: Astrolabio.
- Klein, M. (1957). Invidia e gratitudine. In Opere complete). Torino: Boringhieri.
- Lupinacci, A., Rossi, N., & Ruggiero, I. (a cura di). (2024). La riparazione. Fuori e dentro la stanza di analisi. Roma: Astrolabio.
