Centro Napoletano di Psicoanalisi

Centro Napoletano di Psicoanalisi

“Tra il metodo e la cura: lo spazio dell’analisi”

Report di Maddalena Ligozzi*

Report di Nodi in Psicoanalisi del 29 Novembre 2025 – Napoli

E’ questo il tema della tavola rotonda che si è svolta nella sede del Centro Napoletano di Psicoanalisi, il 29 novembre 2025 tra Cecilia Albarella, Giuseppe Stanziano, Mavi Stanzione, Francesco Piro ed Emilia Taglialatela. A partire dalla lettura del testo di Albarella “L’ipotesi dell’inconscio e la terapia psicoanalitica. Riflessioni sui fondamenti epistemici”, Virginia de Micco introduce la necessità di riflettere sui fondamenti epistemici dell’operare analitico, a maggior ragione in un momento storico in cui, anche su scala nazionale, ci si confronta sul cambiamento contemporaneo dei nostri pazienti e sulle estensioni del metodo psicoanalitico. Interrogandosi sulla scientificità della psicoanalisi, ci invita a non farci sedurre dall’idea del nuovo: l’Erraten freudiano, ci suggerisce di tollerare intuizioni parziali nel procedere analitico, un afferrare “a tratti” che ci mette nella condizione di congetturare e fantasticare dentro un “fare kairotico”, ovvero in quel momento unico e opportuno della relazione analitica. L’attenzione di Freud al fatto singolare, all’evento, procede con rigore razionale, ma concepisce il fantasticare. Il testo di Albarella evidenzia come in tutta l’opera freudiana si proceda nel rispetto di un paradigma epistemico di coerenza, che consente di confrontare gli sviluppi della teoria freudiana con le sue prime formulazioni. Nel suo incipit Cecilia Albarella chiarisce che le questioni irrisolte del discorso freudiano non inficiano la validità dell’ipotesi dell’inconscio e dei suoi fondamenti epistemici. Tuttavia il discorso divulgativo sull’inconscio rischia di banalizzarne il costrutto. I meccanismi pulsionali e le spinte libidiche restano comunque i principi organizzatori dell’inconscio nonostante, attraverso la lettura dei testi freudiani, sia possibile osservare cambiamenti nella topica e nei movimenti di costruzione e ricostruzione delle dinamiche psichiche. Il modello energetico, in seguito alla concettualizzazione della pulsione di morte, viene rielaborato, ma non viene mai del tutto superato. Il sintomo ha sempre origine nell’inconscio, laddove la coazione a ripetere diventa un modo per imbrigliare le forze pulsionali e la fonte preminente della sofferenza psichica è individuabile in conflitti inconsci autodistruttivi.  Alla luce della propria esperienza clinica, Albarella constata infatti che è universalmente presente un odio e un disprezzo per se stessi connesso a istanze superegoiche. Andando oltre le distinzioni teoriche tra costrutti, ella sottolinea come nel procedere analitico sia necessaria quindi una buona teoria che ci aiuti ad osservare e a mettere in luce i movimenti creativi e vitali del paziente.

Stanziano, concentrandosi sulla prima parte del testo di Albarella, ritiene che esso ci inviti a rintracciare una coerenza interna tra metodo e cura. La metapsicologia si costituisce allora come prassi epistemica.

Pensando alle estensioni del metodo e alle ripercussioni sulla teoria, Stanziano con le parole di Fernando Riolo sottolinea i rischi del pluralismo teorico: una forma di commensalismo in cui si siedono a tavola diverse teorie volte più a saccheggiare il banchetto che a promuovere un avanzamento delle conoscenze. Tra le questioni cruciali del libro, Stanziano riprende quella che vede contrapporsi in parte il modello energetico e quello dei conflitti tra istanze psichiche. Sottolineando l’attenzione di Freud al processo identificatorio, ripercorre la riformulazione dell’edificio metapsicologico freudiano attraverso l’introduzione del Super-Io, seguendo un percorso che porta ad interrogare i sedimenti culturali e sociali dello psichico.

Nel suo testo Albarella ripercorre il percorso freudiano di costruzione metapsicologica, prediligendo la strada dell’isteria. A partire dal periodo francese con Charcot, le riflessioni sulle esperienze traumatiche sollecitano diversi interrogativi: in che modo traumi psichici, i cui ricordi erano espulsi dalla coscienza, determinavano l’insorgenza di sintomi isterici? Su questa ipotesi, tratta dall’osservazione, sono fondati due postulati: un postulato energetico quantitativo e uno determinista. Il primo è al centro della teoria sessuale e dell’accezione economica dell’apparato psichico, il secondo sottintende il meccanismo della sovradeterminazione, quindi l’aspetto dinamico e conflittuale dello psichico tra conscio e inconscio. Da qui la riflessione freudiana porta a concepire la coazione a ripetere non solo come un tentativo di elaborazione, ma anche come un elemento costitutivo dello psichico, in quanto funzionamento ricorsivo sulle tracce psichiche. Il processo di pensiero sul trauma in Freud è stato quindi un attivatore di pensiero che ha sollecitato e, allo stesso tempo, ha caratterizzato la cornice epistemica e metapsicologica.

Stanziano, riprendendo i tentativi di conciliare la dialettica hegeliana con la teoria freudiana, ritiene che la dialettica in Freud sia il lavoro clinico. In Freud troviamo la coesistenza di modelli in uno stato di tensione. Il costrutto delle serie complementari ci aiuta a capire la dialettica freudiana: un evento attuale dà forza ad un evento passato e in qualche modo lo riattiva. La situazione attuale non è sufficiente a creare un sintomo, ma essa si lega in maniera determinante a ciò che già c’era.  Freud secondo Stanziano ha cercato di riformulare il modello energetico e il discorso economico perché ne riconosceva i limiti. Similmente ha cercato di destrutturare l’impronta positivista del proprio linguaggio e nella misura in cui destruttura l’epistemologia di stampo positivista destruttura anche la clinica.

In Freud ritroviamo in pieno l’aporia di Husserl: un soggetto che si fa oggetto di conoscenza. Questo processo ci porta a chiedere in che modo è possibile una conoscenza oggettiva della soggettività? In questo nodo tra soggetto e oggetto si situa il discorso di Freud, all’interno del positivismo, ma anche oltre esso.

All’interno di questo dibattito, Mavi Stanzione propone un vertice soggettivo peculiare, interrogandosi sui propri interlocutori epistemici interni. Nella relazione analitica si crea un movimento dinamico non predittivo, dove il presupposto è la disponibilità a farsi modificare, la capacità di farsi trasformare dall’esperienza. Ne deriva l’idea di un inconscio che è sia cura, sia sintomo. Attraverso il testo di Francesco Napolitano, Lo specchio delle parole, Stanzione propone l’idea di un inconscio familiare ed estraneo al tempo stesso. Ricordando le parole di Riolo, “la teoria senza esperienza è vuota e l’esperienza senza la teoria è cieca”, si riaggancia all’epistemologia, fondamento della psicoanalisi, che deve essere necessariamente plurale, situata ed interpretativa.

Francesco Piro riconosce al testo di Albarella il privilegio di essere aperto a confronti e correlazioni con altre discipline. Se nel continuum uomo-animale, la pulsionalità è una dimensione prettamente umana, tuttavia nell’etologia moderna emerge l’idea che l’uomo non sia un essere isolato in natura, ma si situi dentro un continuum uomo-animale. Piro si chiede che posizione prenda la psicoanalisi in questo dibattito. In che modo la psicoanalisi si interessa alle famiglie, non solo “borghesi”, in quanto dimensioni residuali degli antenati? E in che misura le emozioni entrano nel discorso della pulsionalità? Nel confrontarsi con tali questioni durante la discussione, Albarella ricorda che nell’uomo coesistono natura e storia e questa è una costante trans-temporale e trans-culturale. Possiamo considerare una costante anche la tragicità della condizione dell’infanzia e del mondo interno del bambino. L’Edipo ci confronta con la fatica e la drammaticità della condizione umana. Non esiste in psicoanalisi una teoria generale delle emozioni, la psicoanalisi rimanda piuttosto a quella parte  sotterranea dell’umano, di cui si può cogliere sempre solo un “pezzetto” senza pretendere di saturarne la complessità. Stanziano suggerisce che l’emozione potrebbe essere considerata una drammatizzazione dell’affetto che dà il senso della dimensione quantitativa, economica, in psicoanalisi. Virginia De Micco ritiene che questo “pezzetto” abbia alla sua base il pulsionale: quel ‘quantum’ che però non è misurabile, ma si situa entro il legame tra il simbolico e l’economico. Lévi Strauss ci ricorda che quando un universo culturale comincia a ‘significare’ si tratta di un quid , un qualcosa, a cui dare un nome, in psicoanalisi si tratta invece di un quantum. Il pulsionale è fonte biologica, difettuale, che si incarna nelle parole, ma distorce e modifica la natura del simbolico. Ricorda inoltre che il mondo animale prossimo a noi è quello dei mammiferi, i quali possono essere facilmente antropomorfizzati. In questa prospettiva la dimensione del ‘branco’ ci interroga più che mai nella nostra contemporaneità sulla natura, sulla funzione e sulla possibile trasformazione dei legami umani.

Emilia Taglialatela entra nel discorso osservando come le dinamiche storico-culturali contemporanee evidenzino orizzonti problematici per la psicoanalisi. Il testo di Albarella propone un dialogo tra sponde diverse di saperi: la psicoanalisi, la filosofia, l’antropologia, da cui si evince un serio impegno di tessitura. In particolare Taglialatela si sofferma sul legame tra isteria e ritualità, rievocando il ricordo dei tarantolati a Galatina in Puglia, simili ad altre forme rituali del folklore campano. Attraverso la descrizione dei riti ancestrali e delle loro connessioni con i riti dionisiaci, ella sottolinea la funzione dei riti nella costruzione dell’individualità e della Polis. Taglialatela si chiede come sono cambiati i modi di comunicare il dolore. Alcuni riti sono diventati “turistici” in quanto il dolore viene celato o spettacolarizzato.

Riprendendo Remo Bodei e la riflessione sul tempo dell’oggi, Emilia Taglialatela apre una finestra sulla relazione tra natura umana e condizione umana, laddove viene messa in crisi l’idea di una natura umana statica e metastorica. L’uomo è un’entità storica, alla ricerca di unità e coerenza, laddove i destini personali sono influenzati dalle contingenze storiche. Bodei sottolinea che non possiamo perdere l’aggancio all’universale: abbiamo bisogno di un’etica generale universale, intesa come progetto di umanità, dove le possibilità dell’uomo non siano depresse, ma instradate in modo non coatto. Riprendendo il discorso di Piro, Taglialatela ritiene che la psicoanalisi dovrebbe confrontarsi con alcune questioni cruciali.  Se da un lato possiamo dire che nell’animale si annida la vulnerabilità umana, dall’altro non possiamo frammentare la continuità dell’umano attraverso il progresso del post-umano. Come possiamo rapportarci all’intelligenza artificiale? In che modo la lentezza degli uomini può adattarsi alla velocità dei modelli di calcolo? Diventa centrale il bisogno di tempo umano: la velocità delle macchine non ci serve se deve renderci appendici stupide di macchine intelligenti.

Nel dibattito viene rimessa al centro la responsabilità etica degli analisti nel doversi continuamente misurare con l’ipotesi dell’inconscio, in quanto dimensione conflittuale dello psichico. Freud ha fondato un oggetto che ha una sua soggettività, in qualche modo egli dà una soggettività a un oggetto dentro un assetto di contiguità corpo-mente. Allora forse il tempo umano da ritrovare, lungi dall’essere un tempo cronologico lineare, è quello dell’attesa del momento opportuno, il tempo cairologico e inattuale dell’istante e dell’intuizione che ci consente di ritrovarci nell’altro, ma anche di distinguerci.

Albarella ritiene che le teorie e le ipotesi che abbiamo nella mente non siano in contraddizione, ma bisognerebbe chiedersi in che modo potrebbero dialogare tra loro e quali ipotesi teoriche ci aiutino a incontrare il paziente nella stanza d’analisi. Nel ricordare che la psicoanalisi non è una religione e che le teorie non andrebbero seguite pedissequamente, si presagisce il rischio opposto di un irrigidimento difensivo della psicoanalisi al fine di fronteggiare la fluidità dei confini del mondo contemporaneo.  Tuttavia nel prenderci cura dei pazienti possiamo ritrovare la spinta ad avanzare dentro e oltre le nostre teorie: dopo tutto Freud sapeva che dove lui ha scoperto una cattedrale, altri potrebbero scoprire continenti.

*Maddalena Ligozzi, Psicoanalista SPI-IPA, Tesoriere CNP 2025-2028