Il negativo della memoria.
Memorie dimenticate, traumi transgenerazionali, lutti inestinguibili
Report di Anna Padula

Report di Nodi in Psicoanalisi del 21 Marzo 2026 – Napoli
Nel ventre di Napoli, un antico basso trasformato in piccolo teatro diventa il contenitore di un’intensa giornata dedicata alle memorie dimenticate, negate, transfughe dalla mente. Si scendono alcune rampe per accedere allo spazio che ospita la sala: forse sarà servito anche come rifugio durante la guerra che, oggi, non sembra più un trauma così lontano. Virginia De Micco apre i lavori e invita, attraverso la memoria, al Pensiero. Lontano dai cerimoniali delle ricorrenze – che rischiano di spingere verso l’oblio per un’iper-esposizione al traumatico – quel lavoro sulle memorie sommerse, scotomizzate, denegate (che richiedono il lutto, l’elaborazione del dolore e della perdita, e si proiettano, quando scisse, attraverso le generazioni) sarà oggetto di studio ma anche di viva rappresentazione-azione. La memoria, ricorda De Micco, può farsi anche arma pericolosa: può diventare memoria deformata in traumi scelti (Volkan, 2001) e alimentare insanabili conflitti in coloro che si identificano, miticamente, con il torto subìto. Riverberando all’infinito la minaccia esistenziale, la memoria armata autorizza a distruggere l’altro, il proprio doppio, in una interminabile catena di Thanatos. Per spezzarla, così come per elaborare i lutti inestinguibili e decostruire tali meccanismi patogeni, diventa più che mai necessario un lavoro di ricerca che espanda i confini della conoscenza e illumini le aree cieche. Ma accanto al lavoro di ricerca, si può immaginare un altro tipo di elaborazione: il lavoro del sogno. È quello che la performance multimediale pomeridiana ha reso possibile, come un secondo tempo dell’esperienza. In quella dimensione che Bion chiama O, l’incontro con la realtà emotiva nella sua forma più grezza e trasformativa, non si produce solo pensiero: il gruppo di spettatori, diventato esso stesso contenitore, potrà avviarsi alla trasformazione e all’esperienza del lutto.
Emilia D’Antuono esplora la memoria nei suoi molteplici aspetti, a partire dall’ imperativo morale fondamentale di preservarla e tenerla viva. Il suo intervento si apre con una domanda cruciale: come è possibile riconoscersi in un unico genere umano quando l’inumano è ancora così presente? Quando, cioè, la cacciata degli uomini dalla loro cosmìa non appartiene ancora soltanto al passato? Il Giorno della Memoria offre un esempio significativo: ricordare l’Olocausto ha avuto il merito indiscutibile di rompere il silenzio e sconfiggere l’ignoranza, configurandosi come una “festa” laica in cui popoli diversi possono riconoscersi. La sua universalità, che abbraccia ebrei, rom, donne, omosessuali e Testimoni di Geova, è tutelata dalla legge e si contrappone all’universalità dello sterminio nazista. Come ha ricordato Gabriele Nissim, la memoria non può ridursi a una cassaforte identitaria: «il grido dei torturati deve diventare parola», deve acquisire dicibilità. Lo ricorda con forza l’immagine di Hurbinek, il bambino nato ad Auschwitz che Primo Levi racconta in pagine strazianti, simbolo dell’urgenza insopprimibile di dire, anche e soprattutto là dove la tragedia, indicibile nel suo orrore, sembrerebbe condannare al silenzio.
La memoria e le sue radici storiche. La civiltà ha costruito memoria in modi diversi: in Grecia Mnemosyne era la dea identificata con la capacità di connettere passato, presente e futuro; la Bibbia ebraica, con lo Zakor, comanda di ricordare per evitare il ripetersi delle tragedie; il «fate questo in memoria di me» cristiano è riproposizione, presente e viva, del passato. La nostra stessa Europa del dopoguerra ha ridisegnato il proprio profilo attraverso la memoria: in seguito all’invasione statunitense dell’Iraq, nel 2003, Habermas, Derrida e altri intellettuali, tra cui Umberto Eco, firmarono un manifesto (“What binds Europeans together”) con l’intento di definire una comune sfera pubblica europea, fondata sulla capacità di apprendere attraverso il dolore e sul riconoscimento delle reciproche differenze. La memoria della Seconda guerra mondiale ne costituiva la trama imprescindibile.
Le immagini dell’oblio. Accanto alla memoria coltivata esistono immagini dell’oblio. D’Antuono ce le mostra come in una vasta pinacoteca di orrori dimenticati. Per iniziare, sceglie un quadro: in forma astratta, rappresenta le torture inflitte a Djamila Boupacha, militante del FLN algerino, che subì violenza dagli stessi francesi che avevano combattuto fianco a fianco con gli algerini contro il nazismo. Per lei si mobilitarono Picasso e de Beauvoir, eppure quella testimonianza rimase occultata.
Un altro esempio illustre è quello di Germaine Tillion, grande antropologa del Novecento, che partecipò alla Resistenza con una scelta che era insieme rifiuto e affermazione creativa della libertà. Internata a Ravensbrück, studiò il campo da ricercatrice e costruì una pièce teatrale, Le disponibili all’Inferno: il sapere e il riso furono meccanismi di difesa e sopravvivenza, ma anche forme di resistenza. Anche Tillion mise l’accento sui fronti scambiati e sulla complementarità dell’inimicizia: nel 1945, mentre l’Europa festeggiava la liberazione dal nazifascismo, i francesi massacravano gli algerini che chiedevano l’indipendenza. In quei fronti scambiati non esisteva più una barriera stagna, protettiva, tra l’orrore subito e quello che si finiva per praticare.
Tra i dimenticati vi sono anche gli omosessuali, entrati per ultimi nella memoria collettiva, e gli zingari. Emblematica, tra le storie rom, è quella di Joann Trollman, il pugile tedesco che si cosparse di farina per deridere gli ariani che lo discriminavano, prima di essere internato a Neuengamme. La dinamica tra memoria e oblio, conclude D’Antuono, è il gioco profondo della vita. Nessuno di noi, oggi, sarebbe lo stesso senza i morti che portiamo con noi. La scelta resta quella di stare dalla parte di Eros, anche sapendo che le tenebre non si lasciano mai del tutto alle spalle.
Barbara De Rosa, nel suo ricco intervento, cerca quindi di costruire ponti tra passato e futuro. Il suo auspicio è che Kulturarbeit e lavoro analitico si pongano al servizio di un’altra memoria, «una pratica di trasformazione delle ripetizioni in cambiamenti» (Zaltzman, 2007). Lo fa attraverso una pluriennale ricerca sull’esperienza-limite della Shoah, partorita dal male assoluto, estremo di un gradiente che può giungere fino alla cosiddetta “normalità”, i cui fattori e dinamiche sono riconosciuti come universali umani sempre replicabili, annidati in ciascuno di noi. Un Modello Auschwitz appare ancora operativo e riconoscibile, in filigrana, negli orrori contemporanei.
Memorie dimenticate: una di esse è il progetto Lebensborn, avvolto per anni nel mistero e poi dimenticato poiché in sede processuale venne derubricato ad attività caritatevole. È stato, in realtà, un dispositivo programmato per selezionare la razza ariana offrendo cliniche speciali dove partorire, razziando centinaia di migliaia di bambini nell’Est Europa e donne di alto valore razziale. Non appena puberi, i giovani dovevano iniziare a procreare per il Reich. Il Lebensborn avrebbe poi accolto le giovani incinte, spingendo i giovani ariani ad accoppiarsi. De Rosa non lesina sui dettagli più scabrosi di questo folle programma di eugenetica, meticolosamente raccolti in anni di ricerche, per mostrarci “vivo” qualcosa che ai più non lo era mai stato: un vero e proprio allevamento di razza ariana dove regnava la più completa disumanizzazione declinata nelle tre componenti tratteggiate da Dorey (1981): appropriazione per spoliazione dell’altro, dominazione e il marchio indelebile impresso su chi l’ha subita. Non siamo poi così lontani dal modello Lebensborn guardando, oggi, ai bambini ucraini o tibetani, sottratti alle famiglie per essere rieducati alla cultura del dominatore.
Le Memorie denegate sono quelle non ancora divenute memorie, sia perché «non è stata ancora raggiunta una distanza temporale e dunque psichica, necessaria a lavorare quel trauma» (Kaes 2020), sia perché ci viene richiesto, per esse, di immaginare l’inimmaginabile (Fedida 2007). Quali analogie tra il processo genocidario nazista e quello perpetrato contro i palestinesi a Gaza vengono ancora denegate? L’uso della lingua, in fondo, appare simile: volto a reificare le vittime e a edulcorare le azioni criminose, eliminare il problema morale e la coscienza come intralcio alle esecuzioni. Umiliare l’altro, poi, lo slega dalla similitudine con sé stessi, che potrebbe frenare l’azione criminosa. Com’è possibile che la vittima di uno dei peggiori genocidi della storia diventi carnefice di un altro popolo? De Rosa si domanda se nel disastro israelo-palestinese siano in gioco carenze elaborative del lutto originario della Shoah e se il pericolo esistenziale ri-attivato non sia il lascito di quel trauma, di cui la coazione a ripeterlo è precipua difesa.
Le Memorie armate, come introdotto anche da De Micco, non sono memorie efficaci a fare lutti: scioccare, anzi, è lontano anni luce dal pensare, può scatenare reazioni difensive, saturazione, desensibilizzazione. È invece l’essere dis-organizzati, avere la mente sconvolta dalla consapevolezza che una passione genocidaria alberga in ciascuno di noi, che può metterci in contatto autentico con il male estremo. Come insegna il film L’Onda (2008), chiunque è capace di ripetere il male: solo la conoscenza delle dinamiche che lo rendono possibile costituisce, per De Rosa, la più efficace delle risposte immunitarie.
L’ultimo intervento della giornata è anche quello che permetterà la transizione verso un altro livello di elaborazione del lutto: tratta materiale radioattivo, sofferenze incarnate, esperienza ancora viva. La ricerca di Fiorella Rodella, avviata nel 1995 per la sua tesi di laurea in psicologia e ripresa dopo molto tempo, tratta qualcosa che solo gli anni, la distanza e una mente gruppale hanno reso possibile metabolizzare. Il suo lavoro recupera le testimonianze e i racconti di 51 ex deportati – oppositori politici sopravvissuti ai campi nazisti – raccolte con un registratore e decine di audiocassette. I reduci, come è noto, hanno potuto raccontarsi soltanto con decenni di ritardo: una latenza dovuta alla mancanza di un contenitore adeguato e a una congiura del silenzio tra chi non poteva dire e chi non poteva ascoltare, che costrinse i sopravvissuti a farsi, anzi, ricettacolo delle proiezioni angosciose altrui. La cecità collettiva non risparmiò nemmeno Primo Levi, a cui fu inizialmente negata la pubblicazione di Se questo è un uomo. Nessuno dei 51 intervistati aveva mai raccontato ai propri figli l’orrore vissuto: il silenzio sembrava necessario alla sopravvivenza, nonostante i loro corpi, ancora vivi, continuassero a parlare. Un patto denegativo si era stretto tra prima e seconda generazione. Eppure, quando una giovanissima Rodella si presentò chiedendo loro di testimoniare, si creò ogni volta un rituale di accoglienza fatto di pranzi e lunghe conversazioni, preparatorio a uno spazio sicuro per confessioni dolorosissime. Per anni, però, la valigetta con le audiocassette è rimasta chiusa. Quell’esperienza aveva lasciato troppo dolore anche in quella giovane, coraggiosa ricercatrice. Il contenitore che ha permesso, in tempi più maturi, di riaprirla e di elaborare quel materiale incandescente è stato una creazione artistica, nata dalla collaborazione con il regista Filippo Ceredi.
La performance multimediale Esterno, dio ha la qualità di un viaggio onirico. Sul palco, lo schermo riproduce il desktop di un pc: vengono aperti e chiusi files; mappe di Google tracciano un itinerario che tocca tutti i campi di concentramento italiani e tedeschi fino a Ravensbrück; un video mostra il paesaggio dal finestrino di un treno; una stampante sputa fogli che cadono al suolo, nell’indifferenza e nell’impotenza della platea. Una giovane attrice, alter ego di Rodella trent’anni dopo, legge anche in questo caso memorie di chi ha ascoltato e trascritto le 51 registrazioni, correggendo le inesattezze di un software che scambia «starnutiva» con «esterno, dio». Questa esperienza nel buio, fatta solo di parole scritte e udite, senza immagini di repertorio ormai consumate, ma con le sue improvvise sospensioni, interruzioni quasi esaltate e punti interrogativi là dove un rumore ambientale o un inciampo della lingua non hanno permesso di udire, ricorda ciò che si prova davanti a una cancellatura di Emilio Isgrò, che ha fatto del gesto denegativo un’operazione artistica che non distrugge, ma restituisce ancora più significato e senso alle cose e alle parole. Quando si vedono le sue frasi cancellate col pennarello nero, uno si domanda: «Chissà cosa c’era, sotto». Soltanto qualcosa rimane leggibile sulla pagina, e quel qualcosa assume un senso più potente proprio nel risalto che gli viene concesso dall’oscurarsi di tutto il resto. Man mano che ascoltiamo nel buio le voci dei sopravvissuti, i loro racconti si fanno immagini vive, nonostante lo schermo riproduca soltanto testo scritto, simile alle didascalie dei film muti. È un lavoro, per via di levare, che ha il potere di farci sognare le terribili esperienze di cui ascoltiamo il racconto. «Nous voulons effacer, nous voulons rêver» (Noi vogliamo cancellare, noi vogliamo sognare) (E. Isgrò, 2012). È così che questa esperienza permette di accedere al lavoro del sogno e della funzione alfa: forse ancora più potenti di quelle che avremmo potuto vedere con gli occhi, le immagini che si compongono nelle nostre menti scorrono vivide e dense, equivalenti di quel “fare incubi” che è antidoto all’indigestione mentale e alla psicosi (Bion, 1962).
Anche per Gemma Zontini, a cui sono affidate le conclusioni di questa intensa giornata, quello alle cancellazioni è un diritto e insieme un’opportunità. Esiste infatti per Zontini un’altra memoria, che marca il soggetto (Lacan, 1957) e fa trauma — che non è rimossa, non è latente, non è iscritta —, che esiste ma al tempo stesso non deve esistere, è soggetta a un’ingiunzione sociale di cancellazione e non può essere trattata con i meccanismi ordinari dell’oblio. Quest’altra memoria agisce come un sistema simbolico che riscrive la singolarità del soggetto che ascolta, alterandone l’immagine narcisistica e il legame sociale. I ricordi di quest’altra memoria sono dunque ricordi di “scopertura”. Dal momento che rivelano tragicamente la mancanza e la caducità, scoprendo la totale impotenza dell’Altro, tali memorie soggiacciono a forme altrettanto particolari di oblio: o l’oggetto (amico, nemico, testimone) viene disinvestito e introiettato nell’Io, sì che il ricordo diventa una vicenda puramente personale, falsificabile dall’esterno; oppure, in una resa simil-allucinatoria, il soggetto mette in dubbio il legame rappresentazione-percezione, e quindi si chiederà: «L’ho davvero vissuto o l’ho immaginato?». In entrambi i casi, l’oblio non è efficace, e gli oggetti introiettati faranno ombra all’Io, producendo una sorta di suscettibilità e di ritiro, senza però costituire mai una vera melanconia. Il ritorno di tali vestigia inelaborate, a livello sociale, assume le forme sintomatiche emerse durante questa intensa giornata di studio: le narrazioni delle minoranze, il fondamento per nuovi fanatismi e revanchismi, ma anche la cancel culture (Caravale, 2025), forma di rimozione e/o negazione collettiva che, anziché eliminare dei simboli, ne crea di altri. D’altronde, certi contenuti — diceva Freud (1914) — solo se negati possono raggiungere la coscienza.
Il diritto a dimenticare, conclude Zontini, equivale in psicoanalisi al diritto a ricordare. Ma questo diritto è estensibile al legame sociale? Una società che esercita il diritto all’oblio sul proprio passato non rischia, in fondo, di ripetere ciò che non ha elaborato? La domanda rimane aperta. Il «non dimenticare», puntualmente, dimentica e ripete.
Anna Padula, Psicoanalista, Membro Associato SPI-IPA, Socia del CNP
Bibliografia di riferimento
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Lacan J. (1957). L’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud. In Scritti. Vol. I. Torino. Einaudi. 1974.
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