L’odio degli inizi
Report di Selene Bonavita

Sabato 16 maggio si è tenuto, presso la sede del Cnp, il Nodo ‘L’odio degli inizi’, un ricco momento di confronto a partire dai volumi ‘La passione dell’odio’ (Franco Angeli, 2024) e ‘Inizi difficili’ (Alpes, 2025).
L’incontro ha visto la partecipazione di Silvana Lombardi e Maddalena Ligozzi in qualità di discussant, insieme alle relatrici Lucia Fattori e Tonia Cancrini, e alle curatrici dei testi in oggetto: Mirella Galeota e Renata Rizzitelli, per il primo, e Rosamaria Di Frenna, Rossana Gentile e Maria Giuseppina Pappa, per il secondo.
Dopo i saluti iniziali e le presentazioni da parte di Gemma Zontini, Virginia De Micco apre i lavori introducendo i temi dell’evento, quasi un controcanto all’Amore degli inizi, titolo di un noto testo di Pontalis, l’Odio degli inizi intende invece interrogarsi su quel ‘negativo’, tanto scomodo quanto ineliminabile che, alla stessa stregua dei sentimenti di tenerezza, sintonizzazione e rispecchiamento, attraversa la relazione primaria. Complesso e sfaccettato l’odio degli inizi verrà letto da diversi vertici osservativi e teorici e percorso col contributo di esperienze cliniche, letterarie e sociali.
Silvana Lombardi inaugura i contributi della giornata interrogandosi su quanti inizi vi siano nella vita dell’essere umano e come si articoli il sentimento d’odio, dalle origini agli sviluppi successivi, richiamandone anzitutto le differenti accezioni di Freud e M. Klein: per il primo, reazione autoconservativa di rifiuto primordiale dell’altro da sé, per la seconda, componente strutturale del mondo interno.
Lombardi passa poi a commentare da questo vertice la figura di Pinocchio, personaggio equiparato ad un piccolo perverso polimorfo dedito al piacere e alla gratificazione, che esemplificherebbe le difficoltà dell’infante nell’incontro/scontro con un mondo adulto svelatosi ostile e traumatizzante.
Riprendendo l’immagine del pozzo avvelenato di Luisa Masina, metafora dei livelli di tossicità che l’odio può toccare sul piano individuale e collettivo, Lombardi nomina la Kultur, cui andrebbe affidato il compito di riconoscimento del male, che ne contrasti le derive. Anche l’analista, chiarisce, può svolgere una funzione decisiva rispetto all’odio, se sarà in grado di accoglierlo e tollerarlo nel transfert e sostenere le oscillazioni paranoidi e depressive del paziente, tenendo in primis viva in sé la speranza.
Eloquente, in questo punto, il rimando all’Orestiade citata da Tonia Cancrini, che illustra la transizione da un Super-Io arcaico e persecutorio verso un Super -Io più benevolo e integrato.
Infine, con una menzione a Lucia Fattori e alle neurodivergenze, Lombardi richiama l’ideale classico καλὸς κἀγαθός, il bello e il buono, e il suo valore di esperienza estetica da attraversare al fianco di quei pazienti inavvicinabili, come precondizione al piacere della scoperta e della condivisione.
Maddalena Ligozzi si affaccia sul tema degli inizi con una suggestiva citazione di Hannah Arendt sul destino dell’essere umano, «nato non per morire ma per incominciare», a riprova del continuo susseguirsi di inizi che perdura per tutta l’esistenza, sin dalla prima cesura della nascita.
È sulle origini della vita che Ligozzi si sofferma, riprendendo dal pensiero di Freud l’azione del Verstandigung, l’intendersi, e dal pensiero Gaddini il concetto di memorie sensoriali, soffermandosi infine sul ricordare gli effetti drammatici del fallimento della sintonizzazione affettiva primaria con le sue ricadute sulle separazioni successive.
Se la creazione del legame passa anche attraverso il gesto del pointing, primo slancio comunicativo verso l’oggetto ed espressione di uno spazio terzo in fieri su cui converge lo sguardo della diade madre-bambino, questo atto, ricorda Ligozzi, riguarda altresì anche la coppia analitica, impegnata in quel processo che culmina nel passaggio… dall’ «avere di fronte qualcosa all’essere con qualcuno».
L’ubiquitarietà dell’odio nei suddetti passaggi spazierebbe dalle forme più distruttive a quelle più evolute: Ligozzi riprende da Evelyn List la parola amore-odio per rimarcare l’interdipendenza tra i due sentimenti, e richiama con Mirella Galeota la reciprocità dell’odio sin dai primordi della vita evidenziata da Winnicott. È fondamentale, sottolinea, che l’oggetto sopravviva agli attacchi senza agire ritorsioni, pena il fallimento dello sviluppo della realtà condivisa e l’impossibilità di avviare i processi riparativi.
In conclusione Ligozzi, ripercorrendo aspetti del pensiero di Green e Bion, specifica come una distruttività disimpastata, senza oggetto, arriva a rendere l’odio una forza annientatrice che ‘cosifica’ l’umano: è lì che la cura analitica del πάθει μάθος, l’imparare attraverso la sofferenza, può accogliere, mitigare e trasformare la mostruosità, permettendo, sulla traccia del mito, la conversione dell’energia distruttiva e incontrollabile in una forza più costruttiva e pacificata.
Lucia Fattori parte da una nota su Pinocchio, il cui ingresso in scena è preceduto dalla lite tra Mastro Ciliegia e Geppetto, come esempio emblematico di quelle situazioni di conflittualità genitoriale innescate dal figlio nascituro, che già prima del suo arrivo si fa portatore di un potenziale di crisi e destabilizzazione della coppia.
È soprattutto in situazioni di diversità del figlio, rammenta la Fattori, che si assiste all’emersione di sentimenti ostili e di rifiuto: in questi casi il senso reciproco di appartenenza nel legame può uscirne compromesso, mentre dilaga una dimensione persecutoria, che rinsalda negativamente la presa di distanza della madre verso il bambino, provocando in lui ritiro o all’opposto violenza e iperattività.
Mantenendo il focus sulla diversità, Fattori riprende la lettura freudiana dell’odio come ripudio primordiale del mondo esterno, mettendo in rilievo quanto l’Io del bambino autistico sia sprovvisto della capacità di padroneggiare la sovrastimolazione.
Come possibile contrappeso di questo deficit, Fattori chiama in causa il sentimento di agency, chiudendo con un rimando alla clinica e alla contemplazione condivisa, come occasione di recupero di quel mancato intendersi originario, che consentirebbe al bambino l’investimento libidico dell’ambiente circostante.
Tonia Cancrini nel suo intervento dà risalto all’analisi infantile sottolineandone le opportunità di contatto con i livelli primitivi dell’esperienza che, attraverso la dimensione del gioco e della creatività, possono emergere nella stanza d’analisi palesando emozioni profonde come rabbia, dolore e angosce terribili. Al riguardo Cancrini parla di ferita all’origine nel primo rapporto oggettuale quando questo si costruisce intorno a vistose problematicità: “una lama tagliente” che getta il bambino in uno stato di “catastrofe interna”, infliggendogli sofferenze spesso indicibili se non attraverso agiti rabbiosi e disperati. Ma l’analista, ribadisce Cancrini rievocando una situazione clinica, potrà uscire dall’impasse se saprà ‘farsi nave’, offrendo stabilità e sicurezza nella tempesta emotiva, per consentire al bambino di rappresentare e pensare quei vissuti drammatici, trasformarli e proseguire nel cammino di crescita, lasciando spazio alla dimensione del piacere.
Cancrini si sofferma, infine, sulla necessità di rendere consapevole il male che permea la realtà: ispirandosi al principio kleiniano di ‘dissepoltura’ dell’amore sotto l’odio, ci ricorda la priorità del riconoscimento da parte dell’analista dell’odio in sé oltre che nel transfert, consapevolezza cui può far seguito un lavoro di bonifica che, parafrasando Eschilo, consenta la conversione delle Erinni in Eumenidi.
Al termine delle relazioni segue la discussione generale:
Fausta Ferraro, citando Fornari, parla del padre come ‘Signore della morte’, figura simbolica che salverebbe la diade madre bambino dal potenziale distruttivo legato al desiderio materno, assumendo su di sé le angosce paranoidee.
Rossana Gentile ricorda un preadolescente da lei seguito, il cui odio, insito nelle memorie inconsce traumatiche ed emerso nello spazio terapeutico, gli aveva consentito, con l’uso feticistico del cellulare, nuove opportunità espressive, portando alla luce il suo bisogno di sentire di possedere uno spazio psichico nella mente dell’analista, come premessa fondante la costruzione di un legame con lei.
Gemma Zontini, rifacendosi ai movimenti riflessogeni arcaici neonatali, elicitati dall’assenza dello stimolo, menziona la pulsione motoria che, per arginare la scarica, crea un oggetto, il cosiddetto creato-trovato. Se riesce a fissarsi, esso darà luogo all’identificazione primaria e alle successive identificazioni; in caso contrario, resterà sul margine, in un territorio intermedio ove si genererebbe l’odio degli inizi.
Mavi Stanzione paragona i protagonisti delle metamorfosi di Ovidio, che decadono da una dimensione umana a una non-umana attraverso la sottrazione di corpo e linguaggio, a Pinocchio, un burattino che al contrario riceve in dono parola ed emozioni, acquisendo uno scudo identitario ed una quota di aggressività e ribellione che metterà a servizio della conquista di una sua umanità.
Virginia De Micco si allontana dalla concezione reattiva, legata al mancato soddisfacimento pulsionale, pensando all’odio come elemento costituzionale specificamente umano, insito nella formazione della dimensione narcisistica. Le parti di sé odiate rimanderebbero alla dimensione delle istanze ideali più che superegoiche e risulterebbero sempre al confine, escluse dai legami di senso.
Maria Luisa Califano, rievocando la lettera intrisa d’odio scritta da un giovane intellettuale per la madre defunta, si interroga sul disimpasto pulsionale che si crea nel momento della fine, che fa emergere in primo piano l’odio, non solo ‘contro’ l’oggetto abbandonico ma anche ‘verso’ lo stesso, come sentimento tendente a riafferrarlo.
Mirella Galeota rimanda alla valenza anche positiva dell’odio, come spinta necessaria alla differenziazione e alla presa di distanza dai primi oggetti d’amore. Rifacendosi alle neurodivergenze, Galeota parla del suo cimentarsi, in qualità di analista, con la complessa esperienza di avvicinamento, confusione, incomprensione vissuta con un ragazzo autistico seguito per dieci anni, il cui dono simbolico ricevuto a fine terapia testimonierebbe un ‘essersi presi’, e un potersi ‘tenere dentro’ anche a relazione conclusa.
Rosamaria Di Frenna legge nell’odio razziale un processo di oggettivazione che trasforma il corpo del migrante in bersaglio, attivandogli al contempo un’identificazione con l’aggressore e l’assunzione della colpa della propria esclusione. Citando il caso di un bambino sudamericano da lei seguito, Di Frenna ne riporta il penoso mutamento da bambino nostalgico e resiliente ad adolescente auto-denigratorio, che aveva sviluppato uno sguardo ‘razzista’ su di sé. Tale cambiamento segnalerebbe la degradazione progressiva che l’attacco virulento dell’odio razziale può produrre sugli aspetti vitali e le risorse che i migranti presentano dopo l’espatrio.
Maria Giuseppina Pappa si ispira all’opera di Pontalis, da cui riprende il concetto di ‘quinta stagione’ come tempo collocato fuori dal tempo cronologico, che continuamente consente nuovi inizi attraverso il contatto con la dimensione infantile. Sempre da Pontalis riprende la riflessione sulla comunanza d’oggetto tra psicoanalisi e letteratura, entrambe volte ad accendere un lume sulla complessità della psiche.
Renata Rizzitelli mette in discussione l’immagine della famiglia come luogo di protezione e crescita evidenziandone una connotazione ben più drammatica e traumatizzante, verso cui il bambino, per sopravvivere, erige difese potenti, dalla negazione fino all’autotomia. Rifacendosi alla propria esperienza, Rizzitelli ricorda quanto il lavoro di riconoscimento dell’umanità e di restituzione del diritto all’esistenza psichica costituisca un fondamento della cura analitica.
Marisa Foglia, in riferimento al suo gruppo di lavoro istituzionale, richiama la profonda difficoltà incontrata con le figure genitoriali nell’accostarsi a sentimenti primitivi quali l’odio e la tolleranza verso l’odio stesso, laddove piuttosto si assiste all’innalzamento di massicci scudi difensivi.
Silvia Cimino rimarca l’importanza della trasformazione ed elaborazione nella mente dell’analista di vissuti impensabili, e condivide una breve vignetta clinica di un bambino con disturbo dello spettro autistico, con cui si era resa possibile l’apertura di un canale comunicativo.
A seguire, un breve giro di replica da parte delle relatrici e delle curatrici chiude proficuamente il dibattito.
Selene Bonavita, Candidata del Training SPI-IPA
