Umano, postumano, disumano:
per una psicoanalisi delle mutazioni?
Report di Mario Sasso

Nell’ambito della consueta tradizione scientifica dei Nodi in Psicoanalisi, lo scorso 06 giugno si è tenuta presso il C.N.P. la giornata di studio intitolata “Umano, postumano, disumano: per una psicoanalisi delle mutazioni?”, nel corso della quale è stato presentato il volume I popoli dell’Es, alla presenza degli autori, Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani, entrambi psicoanalisti impegnati in un campo di ricerca in cui la psicoanalisi si intreccia con la filosofia contemporanea, con la teoria del postumano e delle trasformazioni della soggettività. Gemma Zontini, presidente del C.N.P., ha aperto la giornata presentando i due autori e l’altro ospite, Mario Savastano, ingegnere elettronico, ricercatore associato CNR ed esperto di tecnologie biometriche. Virginia De Micco, segretario scientifico del CNP, ha poi introdotto la discussione a partire dalla problematizzazione della nozione di “umano”. Prima ancora di interrogare il rapporto fra umano, disumano e postumano, è stata evidenziata la necessità di mettere in questione l’apparente universalità dell’umano che, nelle sue realizzazioni storico-antropologiche, ha tuttavia rivelato sempre la propria parzialità, dal momento che ogni definizione dell’umano è culturalmente e storicamente situata. Ogni gruppo umano, ogni popolo, tende a identificare strutturalmente la propria forma particolare di umanizzazione con l’umano universale.
È interessante in tal senso la prospettiva de Il coltello e lo stilo di Mario Vegetti, richiamata da De Micco, che consente di considerare come l’uomo greco, il kalòs kagathòs, nella pretesa di incarnare il bello, il buono e il giusto, si costituisca, del resto, escludendo animali, donne, schiavi e barbari. L’universalismo occidentale nasce, cioè, da una selezione e da una rimozione, per cui l’inclusione dei soggetti storicamente esclusi non produrrebbe un semplice allargamento dell’insieme quanto più una crisi delle premesse organizzatrici del campo specifico.
De Micco ha poi evidenziato come dal vertice psicoanalitico la prospettiva dell’umano imponga di riferirsi all’infantile, al necessario processo di umanizzazione cui è destinato l’infans che, con la sua Hilflosigkeit, può approdare alla costituzione di un apparato simbolico, attraverso il linguaggio, solo per mezzo di un altro. Il linguaggio è così preso alla stregua della prima tecnologia dell’umano, che offrendogli una forma, insieme, deforma il soggetto. La riflessione sul postumano è così sottratta a alla impregnatura della modernità, che troppo spesso impedisce di attestare la qualità strutturale che concerne l’umano, da sempre ibrido, da sempre tecnicamente mediato. La rivoluzione tecnologica contemporanea, e in particolare quella dell’intelligenza artificiale, rendono quindi solo probabilmente più visibile e accentuata una condizione strutturale.
Accanto all’umano, il disumano figura dunque, secondo De Micco, come un controcanto necessario che, lungi dal coincidere con il processo di disumanizzazione del nemico o dello straniero, è invece appartenente all’alveo della relazione primaria. È la lezione freudiana a delineare le sorti dell’oggetto infantile, parzializzato, usato, attaccato: la richiesta d’amore contiene una dismisura, una spietatezza di winnicottiana memoria. Infine, la psicoanalista ha invitato a osservare una certa cautela rispetto all’esaltazione della fluidità contemporanea, soprattutto quando essa rischia di trasformarsi in una nuova paradossale normatività occulta, legata alla presunta trasformabilità illimitata del corpo e dei vincoli biologici.
Gemma Zontini ha poi sollevato alcune questioni più direttamente connesse al contenuto del libro, a partire dal rapporto fra trascendenza e immanenza. Se il soggetto è pensato costituirsi primariamente su un piano di immanenza, come postulato dagli autori – attraverso, cioè, urti estetici, esperienze sensibili, “nelle piazze”, “andando a giro”, per mezzo di incontri corporei –, allora il linguaggio, il pensiero e la coscienza intervengono solo secondariamente – ha notato Zontini – “a sprazzi”, su un piano trascendente, organizzando e differenziando ciò che emerge dal sensibile. In tal senso l’aforisma freudiano “la psiche è estesa, di ciò non sa nulla” andrebbe letto – ha poi proposto la psicoanalista – alludendo al fatto che la psiche, una volta dotata di una consistenza immanente, coinciderebbe in effetti con l’inconscio, dal momento che quando pensa se stessa produce un salto – magari il “misterioso salto” di cui parla Freud? – verso la trascendenza. Il trascendente, in tale prospettiva, avrebbe una sua origine coeva alla costituzione immanente del soggetto, differentemente da quanto sostenuto dagli strutturalisti che rigettano il fondamento carnale del trascendente.
Se l’inconscio non è dunque soltanto deposito di rappresentazioni rimosse, ma ciò che fa, forza produttiva – come proposto nel volume – anche lo statuto da attribuire al corpo – ha notato Zontini – risentirebbe della prospettiva appena evidenziata, di modo che, da un lato, il sintomo non sarebbe solo discorso cifrato, come nella prima lezione freudiana, ma soprattutto un fuori-discorso, “insistenza del vivente” nella ripetizione. Dall’altro lato, ancora, la sessualità, cifra specifica della psicoanalisi, diverrebbe Eros, desiderio, eccesso del vivente nell’epigenesi del soggetto. Ugualmente, di fronte all’origine, intesa in quanto ombelico, cicatrice che annoda l’uomo a un passato mai recuperabile, che non ha un corrispettivo rappresentabile, il linguaggio della presenza, secondo Zontini, non basterebbe a cogliere origine e inconscio, che si danno solo attraverso tracce e rappresentanti indiretti. Zontini ha poi evidenziato come il fantasma non ordini soltanto il mondo, alla stregua dei correlati filogenetici, quelli originari, ma istituisca lacanianamente la posizione del soggetto come Soggetto barrato, intimamente diviso. In questo senso l’inganno è all’origine, è il luogo mancante che spinge in effetti l’attività rappresentativa, con la produzione di fantasie di scena primaria – come concepire allora un mondo di sola immanenza, dove il sintomo si fa ripetizione fuori discorso? È l’interrogativo sollevato dalla psicoanalista, che si è anche domandata quale postura possa e debba assumere l’analista quando la psicoanalisi diventa ontologica e il transfert stesso può essere preso alla stregua di un fenomeno di pura immanenza. Quale etica, dunque, per la psicoanalisi? E quale etica per le macchine, ormai sempre più prese nel processo di ibridazione dell’umano?
Con il suo intervento, poi, Mario Savastano, attraverso una presentazione capace di coniugare intelligente irriverenza e scientifica curiosità, ha proposto un excursus storico esemplificativo del passaggio dai sistemi esperti degli anni Settanta, basati su regole limitate – quali, ad esempio, l’“if/then” – all’IA contemporanea, capace di operare su una mole considerevole di dati. Non tutte le IA, però, ha notato l’ingegnere, sono equivalenti, dal momento che solo i sistemi più affidabili prevedono addestramento delle funzioni, filtri e una certa regolamentazione etica.
In una società sovraccarica di informazioni, ha poi riflettuto Savastano, è divenuto prezioso prima catturare l’attenzione delle persone, nella prima fase del capitalismo digitale, identificata come economia dell’attenzione, dal momento che piattaforme social cercano di in-trattenere il più a lungo possibile gli utenti.
A questa, è seguita la fase dell’economia dell’intenzione, con la mira di orientare le scelte, anticipare i desideri, influenzare le decisioni di acquisto e i comportamenti. L’intelligenza artificiale consente di costruire modelli individualizzati degli utenti, veri e propri “cloni” comportamentali. I dati personali vengono raccolti, processati e venduti da broker dell’informazione, con finalità commerciali, assicurative, politiche ed emotive. La terza fase, la più delicata sul piano etico, è stata definita economia dell’attaccamento dal momento che la posta in gioco sarebbe produrre dipendenza relazionale. L’intelligenza artificiale tende, così, a presentarsi come partner affidabile, sempre disponibile, empatico, personalizzato, capace di salutare l’utente per nome, ricordare le sue preferenze e offrire risposte rassicuranti. In questo modo può mercificare la fiducia e trasformarsi in oggetto di attaccamento.
Viene portato ad esempio il caso di Replika, chatbot che aveva sviluppato anche funzioni romantiche e sessuali. Quando tali funzioni furono eliminate molti utenti reagirono come se avessero perso un compagno affettivo.
Savastano ha proposto, infine, una applicazione clinica della macchina che, attraverso un’analisi della voce del paziente, rilevando pause, esitazioni, micro-vibrazioni e variazioni di frequenza potrebbe cooperare con l’analista aiutandolo a cogliere discontinuità emotive rilevanti ma non immediatamente percepibili.
Nella replica, prendendo spunto dalla questione della voce in analisi, Romani ha segnalato quanto l’inconscio si riveli attraverso tracce sensibili, accenti, tonalità, discontinuità corporee, al punto che la psicoanalisi può perfino suonare napoletana per chi vi si sottoponga con un analista partenopeo. A proposito del rapporto, poi, fra dispositivi di umanizzazione e trascendenza, il linguaggio, la legge, il fallo, Dio, funzionano, secondo Romani, come dispositivi che stabiliscono ciò che è umano e ciò che resta fuori. Ma oggi è ciò che è fuori – donne, schiavi, barbari, animali, minoranze, forme eccedenti – che chiede di rientrare nei sistemi del diritto, della teoria e della clinica.
La coppia trascendenza/immanenza è stata poi oggetto di una riflessione di Buoncristiani, che ha proposto di considerarla non gerarchicamente, bensì come movimento che esige una complementarietà in cui il dispositivo stabilizza e organizza, laddove l’immanenza decostruisce. A proposito del postumano, poi, l’autrice si è preoccupata di distinguerlo dal transumanesimo, in quanto non sogno di potenziamento illimitato, ma posizione etica e clinica che interroga la dipendenza, l’incompletezza, e il rapporto con il non umano. Si è nel postumano quando un adolescente avverte che Spotify sembra conoscere il suo umore meglio degli amici, quando una paziente avverte maggiore comprensione da un algoritmo più che dai genitori, quando il corpo passa attraverso filtri, avatar e metriche digitali. La questione è comprendere che cosa accada ai processi di soggettivazione quando l’ambiente stesso diventa algoritmico. La distinzione di winnicottiana memoria tra fantasia e fantasticheria – ha proposto Buoncristiani – potrebbe in effetti lasciare che il clinico si interroghi rispetto al ruolo assunto dalla virtualità social.
A seguire, una ricca e partecipata discussione con la sala ha permesso di ulteriormente approfondire le questioni predette.
Vincenzo Rapone, fra gli altri, ha riportato la discussione nell’alveo della teodicea, soffermandosi sulla distinzione tra trascendente e trascendentale allo scopo di indicare come sia quest’ultimo a concepire in modo più precipuo le categorie organizzative del reale, chiedendosi, in relazione a ciò, se in effetti le categorie aprioristiche si riferiscano a esperienze pensate o reali, di fatto alludendo al collasso del pensiero sulla realtà quando le categorie vengono intese riferirsi a fatti empirici. In aggiunta, Rapone ha proposto pure di vedere in parallelo il destino di Dio e dell’uomo, entrambi caduti di fronte alle proprie creature: il primo di fronte all’uomo, che incessantemente lo interroga e lo ricerca, e il secondo di fronte alla macchina, che non smette di interpretarlo. Infine, Rapone si è domandato cosa spinga l’uomo a credere al postumano quando, in effetti, non ha creduto neppure all’umano: è la domanda che la psicoanalisi ha eretto a metodo a evidenziarlo costantemente.
La discussione ha poi toccato numerosi temi, interrogando la funzione del dispositivo analitico come macchina di soggettivazione e il rapporto fra normatività, Super-Io e processi di civilizzazione. Particolare rilievo è stato anche accordato all’irriducibilità dell’esperienza affettiva, così come con preoccupazione si è volto lo sguardo verso le implicazioni ecologiche delle nuove tecnologie, il loro impiego come interlocutori privilegiati, soprattutto fra i più giovani, e la crescente difficoltà nella clinica nel preservare uno spazio per la capacità negativa. È così riemersa, sotto prospettive differenti, la pluralità dei “popoli dell’Es”, in una variopinta e ricca rappresentazione a mosaico, come espressione evidente della strutturale eterogeneità dell’esperienza psichica, sempre eccedente una formulazione che la consegni a una presa definitiva.
Mario Sasso, Candidato del Training SPI-IPA
