La paura nei confronti del vaccino 

di Sarantis Thanopulos , il Manifesto 7/8/2021

Il Manifesto 7 agosto 2021
Introduzione: La campagna vaccinale ha sollevato dubbi per la sicurezza dei vaccini e ha creato, in alcune fasce della popolazione, paura e diffidenza. Un problema complesso e difficile da gestire come ci spiega Sarantis Thanopulos in questo articolo.  (Maria Antoncecchi)

Sarantis Thanopulos, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, psichiatra, psicoanalista membro ordinario AFT della SPI e full member dell’International Psychoanalytical Association

Il Manifesto 7 agosto2021
La paura nei confronti del vaccino
di Sarantis Thanopulos
La diffidenza nei confronti del vaccino va ben al di là dei movimenti anti vax. Nonostante la loro sovrapposizione formale i due fenomeni vanno differenziati. Anche per evitare di favorire la loro fusione in una pericolosa reazione impulsiva contro la Polis. Il green pass è, sul piano sanitario, un moderato lockdown selettivo e tale dovrebbe restare. Se scivolasse nella repressione di chi ha paura del vaccino, potrebbe avere effetti molto dannosi. La resistenza al vaccino ha effetti deprecabili sulla salute di tutti, ma se prevalesse la logica della punizione la democrazia rischierebbe di pagare un prezzo alto.
Bisogna considerare che in ognuno di noi, anche (e forse di più) nei medici, c’è una  riserva nei confronti delle terapie. Nessuno ama prendere farmaci o sottoporsi a cure, tranne i “malati immaginari”. Per diversi motivi. Curarsi significa accettare di essere malati, in pericolo, restringere la propria libertà, sentirsi dipendenti. La cura è una ferita narcisistica a cui ognuno vuole sottrarsi. Nei confronti dei farmaci c’è poi un’ambivalenza a causa del fatto che per quanto siano benefici hanno sempre degli effetti collaterali. Del resto il termine greco “fàrmakon” designa sia il rimedio medico sia il veleno (l’antinomia è particolarmente presente nel vaccino il cui principio di funzionamento è omeopatico).
Si pensa, pigramente, che per l’essere umano l’esigenza fondamentale è la sua sopravvivenza materiale. In realtà questa esigenza viene abbandonata costantemente tutte le volte che esigenze emotive spingono in una direzione opposta. Aspiriamo a un certo grado accettabile di coesione psichica e tutte le volte che la realtà ci destabilizza in modo ingovernabile, manipoliamo la sua rappresentazione correndo il rischio, il più delle volte inconsapevole, di morire. Quindi dire “prima la salute” è un auspicio: stare abbastanza bene per godersi la vita. Non è un principio che regola la nostra esistenza.
Meno drammaticamente, tutti trascuriamo anche le più elementari regole di prevenzione (il che fa la fortuna/sfortuna dei medici) perché la loro osservazione interferisce con il piacere immediato del vivere. Il detto “non ha senso di vivere da malati per morire sani” la dice tutta sulle istanze contraddittorie che modulano il nostro atteggiamento nei confronti della cura della nostra salute.
Infine la nostra percezione del rimedio medico dipende dall’impatto della paura della malattia sul nostro apparato psichico. Più aumenta la paura, più il rimedio è accettato come necessario. Tuttavia superato un certo limite, l’eccesso di paura, destabilizzando troppo la psiche, sfocia nel diniego: della malattia e del suo rimedio. Per i medici è importante saper gestire la questione con equilibrio: non terrorizzare i loro pazienti, né diventare complici delle loro negligenze.
Il fenomeno anti vax, che esiste da molto prima della pandemia, è di significato  diverso. Esprime una vocazione “naturalistica” che non è pacifica, ma aggressiva. Il “ritorno alla natura” esprime qui un rigetto della socialità, una nascosta autoreferenzialità che è ostile all’alterità. Hanno un ruolo importante nelle aggregazioni anti vax i genitori che pensano i figli come loro estensione e proprietà e cercano di isolarli (sulla base della supposta superiorità dei “legami di sangue”) dai legami sociali e dalle istituzioni democratiche della cura e dell’educazione. Negli anti vax il vaccino è identificato inconsciamente con l’“altro”. Il fatto che questo “altro” è sempre un “fàrmakon” -la fonte del dolore e la sua cura- è affrontato con la sua espulsione simbolica attraverso il rigetto del vaccino. L’“altro” diventa “farmakòs”, capro espiatorio dei propri mali.
Far confluire chi diffida del vaccino negli anti vax è un errore. Come sbagliato è puntare tutto sulla condanna politica o morale. C’è una sofferenza enorme nella società che richiede comprensione. Non si risolverà con una vittoria dei “buoni”.