Centro Napoletano di Psicoanalisi

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Presentazione del laboratorio freudiano. Un dialogo su Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915) e Perché la guerra (1932)

Virginia De Micco in dialogo con Maddalena Ligozzi

 

La psicoanalisi, nella sua qualità specifica di sapere ‘inattuale’, si mostra particolarmente adatta al tentativo, sempre precario ma allo stesso tempo necessario, di trovare spazi di pensabilità per quella distruttività dell’umano che per quanto ci si sforzi di fare in modo che “non si ripeta più”, invece, puntualmente si ripete. Dunque si tratta di un ‘inattuale’, che rimanda a un originario arcaico, capace di sfuggire alle forme della rappresentazione e della civilizzazione, e di ripresentarsi quasi immodificato proprio nell’attualità, nella contemporaneità sia nella clinica che nel sociale: è da questi inquieti interrogativi che il lavoro di riflessione e di appassionata ri-lettura dei testi freudiani ha preso spunto, in continuità col tema del seminario biennale del CNP 2025-2026 Catene di Eros Catene di Thanatos.

Domanda, M.L.:

Il laboratorio di letture freudiane propone ai soci un dialogo aperto e insaturo sui testi di Freud a partire dalla consapevolezza dell’attualità di questioni cruciali che ritroviamo ancora oggi nei suoi scritti. Potremmo dire che il laboratorio veicola il desiderio di trasmettere un’eredità preziosa, ma ancora oggi per certi versi al centro di controversie sia all’interno del mondo psicoanalitico che all’esterno?

Risposta, V.D.M.:

Direi che ancor più che dal desiderio di trasmettere un’eredità è mosso invece dalla sorpresa di trovarvi passi inattesi ad ogni nuova lettura, incisi illuminanti, tracce trascurate o sfuggite nelle letture precedenti, che diventano fonte di nuove domande o addirittura di rimessa in discussione di ‘certezze’ che sembravano acquisite. Piuttosto che letture un po’ ‘scolastiche’ dove ritrovare il ‘già noto’, l’esperienza del laboratorio fatta in questi mesi ci ha restituito invece un luogo di scoperte stimolanti, a volte addirittura spiazzanti, che sono risultate in un vero e proprio rilancio di spunti inediti e nell’apertura di nuovi spazi di pensiero. Davvero il testo freudiano, come è dei classici secondo Calvino, ad ogni nuova lettura riserva una nuova scoperta, ed ogni rilettura è come se fosse una prima lettura. E abbiamo già avuto modo di apprezzarlo fin dai primi incontri del laboratorio con testi che conservano ancora una straordinaria profondità anche rispetto ad alcuni nodi della clinica contemporanea, basti pensare alle questioni del ‘gender’, delle gelosie patologiche, dei meccanismi di funzionamento delle aree extra-nevrotiche.

Domanda M.L.:

A proposito di ‘attualità’ e di nuove scoperte, partiamo dall’incontro dedicato al lavoro del 1915 Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, che Freud conclude suggerendo di modificare la vecchia massima ‘Si vis pacem, para bellum’ .. ‘se vuoi conservare la pace, preparati alla guerra’ con un’altra ‘Si vis vitam, para mortem’… ‘se vuoi poter sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte’ … Si tratta di posizioni psichiche che sembrano antitetiche, ma forse non lo sono del tutto….

Risposta V.D.M.:

Innanzi tutto vorrei risponderti riprendendo le considerazioni iniziali sulla ‘attualità’, termine sempre insidioso in psicoanalisi dal momento che nell’ ‘attuale’ si scarica sempre un ‘inattuale’ originario, un elemento che sfugge alla simbolizzazione e alla storicizzazione come dicevamo, qualcosa che sembra dunque resistere ad ogni trasformazione da parte del ‘lavoro della cultura’ e che si manifesta attraverso forme di distruttività spesso inattese e imprevedibili. A proposito di quella dimensione di scoperta nei e sui testi freudiani, proprio rileggendo questo articolo del 1915 e cercando di immergerci, letteralmente, nel ‘clima’ in cui sono stati scritti, abbiamo riletto anche alcune corrispondenze freudiane coeve che ci hanno restituito le privazioni e le angosce dei tempi di guerra, condizioni che forse possiamo avvertire con maggiore pregnanza nella nostra ‘attualità’ visti i ‘venti di guerra’ con cui ci stiamo sempre più confrontando. Immergerci in questa atmosfera ci ha consentito di cogliere più profondamente e specificamente alcuni aspetti della complessa costruzione del pensiero freudiano che si interroga esattamente su ciò che è Zeitgemaess in tempi di guerra e morte. Fondamentale è stato anche il lavoro a partire dall’originale freudiano in tedesco, attraversando le diverse traduzioni nelle diverse lingue. Così dalle considerazioni attuali sulla guerra e la morte della traduzione italiana, ai pensieri for the times of war and death, come suona la traduzione inglese, è stato possibile approfondire che il senso di quello Zeitgemass dell’originale tedesco rimanda più propriamente a ciò che è adatto, ‘adeguato’ in tempi di guerra e morte, come cioè la percezione stessa della ‘vita psichica’, nelle sue dimensioni relazionali e soggettive, possa mutare in tempi di pace e in tempi di guerra, soprattutto in virtù di una percezione molto più ‘acuta’ e immanente della caducità dell’umano appunto. I funzionamenti psichici attuali, ovverosia attivati da condizioni in cui la precarietà dell’esistenza diventa una evidenza quotidiana, consentono di attingere a ‘verità’ psichiche che possono altrimenti restare occultate, da cui la trasformazione della massima cui facevi riferimento nella domanda o anche la nota, e cruciale, osservazione freudiana contenuta in questo articolo, in cui sottolinea come i tempi di guerra ci ricordino che la morte non è un accidente che si può evitare, ma una ineludibile necessità cui l’umano sottostà. Ma direi che l’aspetto più sorprendente nella rilettura del testo è stata la lucidità freudiana nel notare il vertiginoso stravolgimento del regime di ‘verità’ dei fatti, nonché delle percezioni individuali e collettive, in tempi di guerra. Veramente ‘esemplare’ da questo punto di vista è la conclusione che allora non si può più credere con un ragionevole grado di affidabilità “alla propria parte” in tempi di guerra: una rigorosa applicazione della ‘metodologia’ dell’inconscio che esita in una denuncia ante litteram dei meccanismi psichici della propaganda, a cui si affiancano anche alcune osservazioni sull’impossibilità di mantenere “la serena imparzialità della nostra scienza”. Insomma una vera miniera di riflessioni e intuizioni, che ci induce ad esempio anche a ripensare il concetto cardine di ‘neutralità’ analitica in tempi di polarizzazioni radicali.

Domanda M.L.:

Sempre in quest’ultimo incontro siamo tornati anche sul carteggio con Einstein Perché la guerra? del 1932, in cui Freud sostiene che la pulsione aggressiva rivolta all’esterno, ma auspicabilmente sempre in impasto con quella erotica, possa essere una scarica dagli effetti benefici. Tuttavia la pulsione distruttiva è più vicina alla “natura” rispetto alle forme di ‘resistenza’ (intelletto e civilizzazione) con la quale la combattiamo. Aspetti della spinta distruttiva risultano sicuramente inspiegabili.  Qui Freud fa i conti con i limiti della psicoanalisi come delle scienze naturali e conclude che forse ogni scienza naturale approda a una sorta di mitologia, nel senso che ci sono limiti e assunzioni non dimostrabili.  Si tratta di un passaggio enigmatico al quale Freud appoggia qualcosa che non riesce a concepire a partire dagli effetti disastrosi di questa pulsione distruttiva evidentemente.

Risposta, V.D.M.,

Credo che tu colga qui un punto critico centrale, proprio un luogo di ‘antinomia’ strutturale dei funzionamenti psichici inconsci in relazione alle dinamiche sociali e culturali che si disegna sotto la penna di Freud, per il quale come ci ricorda Derrida scrivere è contemporaneamente sviluppare il suo pensiero, pensiero a-tesico per eccellenza. In effetti Freud evidenzia come la scarica della pulsione aggressiva rivolta all’esterno sia la modalità ‘economicamente’ più favorevole per il mantenimento di una ‘bilancia’ di funzionamenti psichici. In particolare si tratterebbe di una modalità più vicina al funzionamento ‘naturale’ dell’elemento pulsionale anche quando si manifesta in un buon impasto con quello erotico, modalità che quindi evita l’accumulo di tensione e lo sviluppo di sintomi, tesi che introdotta fin dai tempi de La morale sessuale civile e il nervosismo moderno (1908) giunge poi al riconoscimento di un costitutivo e inevitabile disagio della civiltà (1929).  Ma nelle condizioni di guerra Freud è costretto a riconoscere che l’uomo deve dirsi pacifista per motivi ‘organici’ addirittura, ovverosia per la sua stessa ‘natura’ vulnerabile agli attacchi somatici, dunque per assicurarsi la sopravvivenza la ‘pace’ gli diventerebbe più naturale della ‘guerra’ con la sua scarica di aggressività. Ci troveremmo dunque nella dimensione di un rinnovato dualismo pulsionale, che diventa addirittura antagonismo in questo caso, in cui le pulsioni di autoconservazione si contrapporrebbero alle pulsioni ‘aggressive’ piuttosto che a quelle sessuali del primo dualismo pulsionale, ed è difficile dire a quale dei due gruppi bisogna riconoscere una sorta di ‘primato’, ovverosia di esigenza psichica prevalente. Infatti anche nella disincantata, o forse sconsolata, conclusione del carteggio con Einstein, si evidenzia come la distruttività dell’umano si attesti come paradossale controparte della sua stessa caducità, due facce della medaglia della sua “mancanza ad essere” potremmo dire con la nota formula lacaniana. L’antidoto alla distruttività, la civiltà, ha un costo psichico costitutivo che richiede un continuo lavoro di tolleranza alla frustrazione, di riconoscimento del limite e di elaborazione di lutti e ferite narcisistiche: uno sforzo titanico che, sembra quasi implicitamente suggerire la conclusione, comporta periodiche ‘ricadute’ in violente manifestazioni di distruttività. Manifestazioni che comportano un abbattimento di quelle ‘barriere di civiltà’ (1915) che richiedono invece un incessante lavoro psichico per essere mantenute, sia a livello individuale che collettivo. Ancora la rilettura del testo del 1915 ci ha consentito di evidenziare come il termine tedesco suoni specificamente Einschrenkungen, che ho proposto di rendere con “dighe”, termine che rende bene l’idea della necessità di contrastare costantemente una ‘spinta’ a rompere la diga altrettanto costante! Su tutte le componenti e le dimensioni pulsionali dell’aggressività non mi azzardo proprio ad entrare, se frutto di uno slegamento completo e di un disimpasto tra Eros e Thanatos oppure di un impasto ‘sufficientemente buono’ ma non per questo meno capace di esercitare un elemento di violenza e di ‘emprise’, mi limito a segnalare un bel numero di Psiche sull’argomento pubblicato qualche tempo fa, nel 2016.

Domanda M.L.:

Nello scambio epistolare con Einstein nel 1932 parlando delle vie lente e forse utopistiche per prevenire la guerra, magari l’educazione di persone dotate di indipendenza di pensiero, Freud osserva quanto sia triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina. Potrebbe essere una considerazione molto attuale in questo momento storico.

Risposta V.D.M.,

Le metafore freudiane sono spesso talmente calzanti, e amare, da non aver bisogno di ulteriori commenti ma forse varrà la pena di utilizzare questa immagine così disincantata dello stesso Freud per riflettere attorno a un’accusa spesso rivolta alla psicoanalisi, al suo metodo come alle sue realizzazioni, che cioè appunto si ‘attarderebbe’ solo a macinare pensieri piuttosto che a impegnarsi in azioni efficaci. Ecco invece personalmente credo che sia fondamentale cercare di restituire valore al tentativo, faticoso e spesso poco riconosciuto, di ritagliare e difendere spazi di pensabilità di fronte all’incalzare di eventi gravi e dolorosi, spazi ancora più necessari quando invece angosce violente spingono verso un ‘agire’ che potrebbe rivelarsi altrettanto distruttivo quanto le ferite che lo hanno prodotto. Del resto si tratta anche di poter contattare e tollerare i limiti del nostro stesso sapere di fronte alla sofferenza e alla morte.   La proposta ‘inattuale’ del laboratorio di letture freudiane vorrebbe essere proprio un esperimento non illusorio – “il nostro sapere non è un’illusione” era l’accorato monito freudiano- per costruire un sofferto spazio di pensabilità di fronte alle impellenti domande del presente, sapendo che gli psicoanalisti per primi soffrono i morsi dell’angoscia e del dolore mentre i mulini cercano di macinare un argine di pensiero di fronte alla violenza della distruttività.

Virginia De Micco, Psicoanalista, Membro Ordinario SPI-IPA

Maddalena Ligozzi, Psicoanalista, Membro Associato SPI-IPA