Protomentale

Volume I

Stato di (in)Coscienza e Linguaggi

“Laddove si dispiegano sui prati entità et lugari et dappiù energie di desideri e terrori acciocché vi sian compresi dentro il Caos et la quiete et in elli si possan contemplare accadimenti passati ovvero ad avvenire non ispiegabili con la luce della sola  ratione”

Citazione attribuita a Bertoldo……

 mentre sta usando i miei occhi per contemplare “il giardino delle delizie” di Hieronymus Bosch

Capitolo 1

Esserci, “si fa per dire”,  tra due universi.

 

 

To see a world in a grain of sands

and Heaven in a wild flower

All the infinity in the palm of your hand

and eternity in an hour

William Blake

 

 

Balistica stellare

In genere funziona così: uno scrittore A si racconta scrivendo per esempio una comunicazione X (poetica, scientifica, letteraria) per un imprecisato lettore B, che si individua tale nella recezione. I due, per avventura, potrebbero essere anche un paziente per come si racconta ed il suo analista. Il tutto avviene all’interno di una contestualità convenuta negli spazi costruiti insieme nella realtà sensoriale relazionale della loro coppia. Fin qui, si può studiare oggettivamente una comunicazione scientifica, scritta magari in equazioni non lineari, e riuscire talvolta perfino a capirla.

Facciamo ora il caso di invertire il punto di vista. Non siamo più A o B, che si individuano nella loro funzione di raccontare o leggere, ma una coppia o una gruppalità che fusivamente costruisce e scambia qualia affettivi. È tale coppia o gruppalità, come ad esempio durante un’assemblea politica o una riunione di condominio, l’entità che parla contemporaneamente da più punti di vista, sovrapponendoli al suo interno caoticamente.

Tale condizione potrebbe essere simile a quella degli elementi che le immature reti sensoriali raccolgono in un campo mentale mentre si forma un insieme mentale (per esempio intrauterino o neonatale) in cui la maturazione biologica e l’influenza epigenetica dell’esperienza non abbiano ancora permesso il fenomeno emergente della coscienza; oppure, se si tratta di un sistema mentale collettivo, la mente non locale dei quantisti (nonlocal mind), che statisticamente estende il suo campo fino ai confini del virtuale.

In questo chiasso, rumore che soffoca l’informazione, il Metaverso significante esplode in un superammasso di multiversi a bolle; e dentro ciascuna bolla ognuno parla il linguaggio individuato dal suo punto di vista. È solo l’interpretazione del soggetto, in conflitto tra i suoi alter-ego, presenti in ogni altro livello o bolla dell’universo parallelo, che conferisce identità ma solo a quello specifico livello o bolla in cui si incarna ora come soggetto supposto parlare.

L’argomento trattato dal collettivo può anche essere del tutto indifferente, ma il modello comunicativo per certo è significativo per un ricercatore che si occupa di comunicazione.

Immaginiamo ora di osservare degli scoppi luminosi su di una volta celeste: sarà naturalmente diverso se li stiamo osservando dal telescopio orbitante Hubble, oppure da un balcone esplosivo nella notte napoletana di San Silvestro, oppure dal cielo di Zaporizhzhya; oppure magari da tutti questi livelli in contemporanea, caoticamente mischiandoli e   confondendoli tra di loro e cercando di coglierne le implicite e reciproche connessioni mentali creative e distruttive. Il senso e l’emozione dell’evento sarà profondamente influenzato dall’atmosfera, dal punto di vista e dal livello (o livelli?) della bolla spazio-temporale in cui lo stiamo, per caso o scelta, osservando.

Immaginiamo allora che confusione nella meta-bolla sovrasistemica che contiene tutte queste differenti bolle!

Ma, secondo voi, è più affidabile chi dalla confusione resta confuso (cioè si adegua) implicitamente restandone assorbito, oppure chi ne resta assolutamente intonso, con la residuale traccia di una chiara direzione verso cui muoversi? Nella confusione forse è meglio  confondersi e permettersi di procedere a tentoni; se guidi dritto nella nebbia, di sicuro vai a   contro un muro. Nella nebbia, come se fosse una sinfonia di Luciano Berio con testi scritti da Sam Beckett e Claude Levi-Strauss, lasciati confondere e guida con cautela. Resta controindicato naturalmente voler accelerare per tentare di uscirne prima.

La ricerca qui scritta trasmetterà la sensazione di guidare nella nebbia, organizzata in dissonanti polifonie e prismi che come caleidoscopi partoriscono illusori arcobaleni, tutti assolutamente reali (benché virtualmente) in altre bolle. Essa va letta non tanto da una mente che si frammenta intorno ai frammenti degli eventi raccontati (schizofasia?), ma da visceri che ricostruiscono con questi frammenti, vagamente col Vago e simpaticamente col Simpatico (evviva la polisemia!) delle comunicazioni contestuali e vegetative possibili nel corpo. Solo una meta-lettura di queste libere associazioni (espresse come agiti del corpo) può permettere a posteriori la ricostruzione della polifonia armonica come madre del linguaggio e della comprensione lineare. Stiamo provando a parlare (?!?!) il criptico linguaggio del protomentale, pieno di anfratti misteriosi, che può esprimersi, in assenza di adeguati strumenti di fonazione,  solo con borborigmi e lallazioni significanti di emozioni primitive; un linguaggio che si esprime nella modalità identificativa-fusiva dell’entità coppia (o gruppo), non in quella di più sicure identità individuate, per esempio, come A e B.

Ma borborigmi e lallazioni costruiscono un multiverso che si concentra in un “Protomentale”  che si esprime con un linguaggio suo, profondamente intriso di emozioni ed ormoni. Un linguaggio che usa, come materiale da costruzione, precursori di sogni e visioni che costruiranno, utilizzando il collettivo, il polimero del Mito.

Entriamo nella nebbia allora col nostro strumentario , e godiamocene il timore, la confusione e l’umidità che ai nostri sensi ipereccitati presentano, come ad uno stregone samoyedo che esce dalla sauna rituale, i coaguli di sfuocate visioni. Queste, come allucinazioni sensoriali, potrebbero essere uno dei linguaggi preferiti in cui il Protomentale organizza il suo senso.

 

Visione

…… ha in mente la locandina del libro appena presentato che contiene nel titolo l’ossimoro “Informazione Entropica”: cioè il congiungere anziché contrapporre l’informazione al rumore di fondo. Come un doppio legame batesoniano, oppure un Ko-an zen, la contraddizione irrisolvibile gli provoca la nebbiolina mentale, quella che, di solito, gli accompagna lo stato di coscienza di essere saltato di orbita in un universo parallelo, in cui le soluzioni possibili fioriscono per riempire un cervello scoppiato nella schizofrenia, oppure nell’ebollizione creativa. Forse è nel tango degli ossimori la radice del Caos, cioè il luogo dove la natura agisce nel mondo la pulsazione della sua ambivalenza…… arrivando nella piazza di Babele, vede Joyce che, seduto al solito tavolino a fianco a quello in cui la statua di Pessoa legge il giornale,   apre a caso il suo computer quantico che si chiama Finnegans. Questo condensa in sé anche la traslitterazione tra  sibilanti (ad esempio la trasformazione della “F” in “S”). Limando i confini delle nuvole per forzarne i limiti ci si arriva: il “si/negans”, mescolato dai giochi di parole del computer di Joyce, contiene così sia le radici del sì che quelle del no, ed in “sin-en-gents” estrae da un multilingue giardino dublinese il profumo proibito del peccato originario (french kiss) che dona, a Paolo e Francesca, l’insieme di dannazione ed eternità. Accanto a lui si raduna un gruppo di ribelli costruttori di Imperi. Suo favorito è Giordano Bruno la cui anima libera respira e brucia quella del mondo, ma tra Freud e Jung puoi scorgere Bion che scalcia in braccio alla Klein; poi Saussure, Lacan, Chomsky, tra le cui ginocchia razzola un bambino di colore (Moro) che gioca col puzzle di una grammatica generativa cercando di creare, perlopiù riuscendoci, una lingua impossibile; poi Wittgenstein, Matte Blanco, Lord Russel, Shannon, Bateson con Margaret Mead, Levi-Strauss, Umberto Eco, Chuang Tsu, De Martino, Foucault e qualche altro. È allora che Dante, vedendoli in circolo, mormora: “Pape Satan, Pape Satan, Aleppe” e Basaglia passando per caso decide di trasformare quelle teorie in buone pratiche adattabili alla bio-politica delle masse.

Joyce cominciò a dire:

Ora vi racconto come l’umanità inventa, proprio qui a Babele, la sua lingua originaria e la traduce per distruggerla: come cioè il corpo di Dio si disperde ripersonalizzandosi trasfigurato in una moltitudine di fedeli dopo la Comunione. Gli ubriaconi utilizzano il vino come carburante per fare volare il corpo, loro o di Dio ora non fa più differenza, in cielo e i morbidi pani rotondi (le brioche di Maria Antonietta) trasfigurano il corpo e i seni di tutte le Anne Livie Plurabelle per nutrire tutti i diseredati della Terra.

Da allora la Babele di Finnegans Wake si concentrò più sui discorsi di come tradurla che su quelli di come crearla; ma forse, nel tempo e nello spazio come sostennero Cavalli Sforza e i genetisti del linguaggio, erano la stessa cosa.

L’umanità viene intanto forgiata dal linguaggio nel suo raffreddamento da espansione della radiazione cosmica di fondo, originata dal Big Bang e scoperta dal telescopio orbitante Hubble, che unitariamente la contiene e che concretizza i ricordi solidificandoli in particelle elementari percettibili dai sensi e dalla memoria. Noi siamo creati all’interno di quell’opera d’arte collettiva che sono i cori celesti dei nostri linguaggi polifonici.

Non è l’umanità (il potere dell’informazione circolante), allora, che crea il linguaggio, ma il linguaggio che crea l’umanità, incarnando le sue vibrazioni, per avere gola, bocche e orecchie attraverso cui parlarsi, comunicare e quindi esistere come tale. Potere riempire così l’universo delle infinite relazioni che cantano la gloria di Dio, chiunque esso sia.

Il multiforme plancton dei fondali marini e l’insalata di parole degli schizofrenici cominciano allora a cristallizzare bolle di entità sovrasistemiche che possono anche accorgersi di avere senso se si guardano con gli occhi accomodati all’infinito. Talvolta si rompono e disperdono l’enorme contenuto energetico di violenza e sesso dei loro vulcani sfogandolo nelle pieghe ondeggianti delle infinite lenzuola azzurre  dell’oceano; ma il loro materiale semi-lavorato resta a disposizione delle filiere che tessono le reti da pesca per recuperare ed irretire i linguaggi trasformandole in reti neurali dentro il corpo e hub comunicativi fuori di esso.

Così il computer Finnegans parlò a Babele la Ur-lingua e fu per distruggerla; per raggiungere finalmente nell’Estasi il silenzio onnicomprensivo della congiunzione fusiva della figura e del suo sfondo.

Fu così che tutti si frammentarono allora nell’insalata di parole  ammalandosi di schizofrenia: come Lucia, la figlia di Joyce che danza un corpo perfetto nei manicomi d’Europa e d’America, amata e accudita da Samuel Beckett, segretario di suo padre, che la segue arrampicandosi sull’assurdo per spiegarglielo. Oppure cercando tutti di ritornarvi dentro, nella schizofrenia dai primi mesi di vita, per iniziare magari a comprenderla e potere finalmente parlare all’infinito l’amore e il possesso totalizzantemente regolatore di un padre all’interno dello spazio fisico del cervello della figlia che può finalmente vorticosamente accoglierlo regalandogli la sua assoluta ribellione.

Il circolo di sedie attorno a Joyce, che ora in uno spazio-tempo definito lo conclude e comprende (evviva la polisemia di significati che allarga all’infinito il senso degli insiemi di parole), si prende per mano e la sua espirazione, attraversando l’anatomia dei suoi sistemi fonici, diventa un rumore entropico di fondo: un sottile e potente “Ohm” onnipervasivo.

Sta dicendo di essere un’identità che prova a parlare il senso dell’intera vita organica sulla terra raccontando in un soffio la Storia del Mondo. E ciò nei limiti parziali della bolla in cui ha scelto di auto-esprimersi.

 

La nascita dell’osservatore

Qfwfq, che fa parte di un gruppo di studio sul Protomentale, si accovaccia tra le pagine dello scoglio dove Italo Calvino l’ha collocato come un’informazione, e si domanda, grattandosi il mento, se è il solo e semplice star lì ed esserci che lo rende di fatto informazione. Infatti, non a caso ha già cominciato, avendo la sensazione di non far nulla (i taoisti la chiamano Wu Wei),  a raccontare cosa gli sembra di essere; perlomeno al suo mentale interno e a quello del suo gruppo di lavoro.

La visione appena avuta gli ha aperto panorami di infinita profondità in quel coagulo di spazio-tempo onnicomprensivo che W. R. Bion chiama Protomentale e che gli appare ora come un Corral del West nei cui recinti una complessa attività mentale, che una recente branca della filosofia chiama trans-umana, prova a domare pensieri selvaggi utilizzando come finimenti briglie e selle lineari.

Sta cavalcando un’accozzaglia, un nugolo, un andare “oltre”, sfioccare i propri confini identitari, i limiti dell’umano nel “trans” appunto: all’interno del suo corpo nell’unione indissolubile oramai dell’uomo con le sue protesi (dal silicone estetico ai pacemakers e alle valvole cardiache, alle articolazioni al titanio, ai cristallini, al prossimo grafene neurologico); e poi a quella unione delle sue reti sociali, a cui si allarga come umanità all’esterno del suo corpo personale, ed a cui è inesorabilmente connesso.

Concentra allora la coscienza intorno al suo punto di osservazione e si accorge che il resto intorno a lui, ciò che lo sta partorendo come singolarità, è un pabulum Protomentale: milieu, coacervo di infinitesime microparticelle fisiche, biologiche e mentali che vorticosamente coagulano macroproteine in uno spazio-tempo tendente ad un infinito concentrazionario. Queste hanno la qualità plastica e generativa delle storie raccontate la sera intorno al fuoco, magari quello della combustione respiratoria che produce la fumosità dei sogni. Le particelle lo attraversano e lo mettono in relazione con le altre singolarità, collocate in parallelo, creando reti sempre più vaste e imprevedibili che originano la vitalità del metabolismo reciproco dei gruppi, delle comunità e degli insiemi sociali.

A volte il chiaroscuro di un’atmosfera può spiegare i limiti di un concetto meglio di una formula.

 

Caos e Protomentale

Fu allora che a Qfwfq scoppiò un terribile mal di testa proprio lì dove il Tantra e Cartesio avevano mescolato terzo occhio e ghiandola pineale. Scivolando lungo la faglia sottotentoriale l’acqua cefalorachidiana aumentava di pressione perché non riusciva a bucarsi un’apertura per nascere in sorgente e il tempo per “sorgere” restava fermo, senza ritmo nittimerale, ancorato all’alba/tramonto come dentro la fotografia cristallizzata di un’aurora boreale. Il Sole di un misterioso Altrove era talmente forte che la sua attrazione gravitazionale scatenava una fotofobia generalizzata che mandava in tilt tutte le meridiane disponibili. Qfwfq paradossalmente la chiamò: “l’ombra della mamma” perchè scatena nel lattante tempeste cosmico-affettive (passioni) capaci di distrarre da qualunque altro evento.

Ma prima e dopo …..  che cosa sulla soglia dell’alba attraversabile in un’unica direzione?

Mistero di Vita e di Morte con tutti i riti umani di accompagnamento antropologico degli eventi affettivi creati come pratica teatrale: medioevali Totentanzen danzati dagli automi degli orologi delle chiese che contengono tribù Masai in procreatrici Orge di Fertilità e viceversa.

Ma senza sorgere l’acqua non riusciva a scorrere e a raccontarsi; un protomentale imprigionato che poteva esistere solo come indicibile mistero asintotico da indagare senza mai conoscere, per l’assenza di una descrizione e di un descrittore non ancora decisi ad incrociare l’altra traiettoria con la loro nascita.

Il nome di Dio potrà mai essere pronunciato?

Bacone e Galileo enunceranno mai il nuovo organo per un metodo scientifico sufficiente anche a questo scopo?

Elaborato il lutto sul fallimento della dicibilità della ricerca sui veri misteri, gli scienziati poterono iniziare a dedicare la curiosità ai loro strumenti per indagarli. Potevano essere quì abbastanza soddisfatti perché li stavano rendendo sempre più precisi, sensibili e flessibili: Insiemi infiniti, Meccanica quantistica, Psicoanalisi, Complessità, molto più atti ai tentativi di spiegazione dello scopo.

 

Sulla pineale di Qfwfq fu allora rapidamente montato un palcoscenico su cui, contemporaneamente o in atti successivi, prefiche ed odalische recitavano a sacrificare sulle Are l’interno dei loro visceri con urla che mischiavano l’odio, il possesso, la violenza, l’orgasmo, la fame, la protezione, il sesso, la sopravvivenza propria e della specie. Gli Assunti di Base Gruppali regnarono nella loro vera sede protomentale e si impossessarono del vero mondo, quello unitario ed affettivo le cui energie legavano e frammentavano le comunità. Il gene egoista di Dawkins era il Ghost writer e lo faceva a nome di tutte le comunità che da Eva Nera in poi lo avevano espresso.

Fu allora che la singolarità di un Bosone di passaggio nel ciclotrone del suo cervello (la diresti una libera associazione), colpì il Tao scindendo la sua immobile indifferenza meditativa nello Yin e nello Yang. Questi si guardarono a lungo nella profondità dei loro occhi (come due amanti o due samurai) per decidere se amarsi o uccidersi, che in fondo, esitando entrambi nell’annullamento, risultavano essere la stessa cosa.

Le due rètine di Qfwfq si erano trasformate intanto in un enorme specchio pieno di neuroni pronti ad imitare che incrociarono nel chiasma le loro fibre ottiche costruendo, attraverso l’oculomozione, la binocularità illusoria del caleidoscopio; sversarono così i loro bit nella corteccia para-occipitale per dare vita alla virtualità. Le combinatorie possibili diventarono infinite e tutte materializzate dalle connessioni neurali in una realtà di possibili occorrenze statistiche. Qfwfq, che aveva imparato da Alice di Lewis Carroll a precipitare dietro gli specchi, considerò che un universo di infinite potenzialità conteneva totalmente, ed era totalmente contenuto, da infinite sinapsi che continuavano a moltiplicare connessioni a ogni passaggio scalare tendendo all’infinito.

Il meccanismo era però fermo. In attesa che dal mal di testa di Qfwfq (come Minerva dal cranio di Giove) sorgesse nel tempo, come il linguaggio della doppia elica del DNA, la nascita dell’idea.

 

Le idee che nascono così nei cervelli si chiamano in Psicoanalisi “libere associazioni”. Gliene venne in mente una che era il ricordo del più incredibile ingorgo di traffico in cui, da occidentale, avesse mai assistito nella città di Benares sulla riva del Gange: biciclette, pedoni, bambini scatenati dentro una uniforme scolastica, mucche sacre indisturbate dai loro mandriani, Bobbies marroni in shorts kaki muniti di sfollagente, capre, api-risciò o risciò a pedali, grossi e rossi autobus a due piani come quelli di Londra o vecchie millecento Fiat trasformate in Taxi, insetti di tutti i tipi (prevalevano le zanzare) e camion con disegni multicolori di divinità. Non riuscì a notare nemmeno un’automobile classica. Un immobile cristallo di chiasso. Non ebbe il tempo di dirsi: ecco cos’è un insieme, che un ciclista vestito di bianco si avvicinò al risciò porgendo un biglietto da visita in cui, in stampatello, si invitava a organizzarsi il pomeriggio andando in un negozio dove, offrendogli Thè, avrebbero cercato di vendergli dei sari di seta colorata. La scrittura in stampatello diede senso a quel preciso uomo in bianco come le pagine di un album da disegno di una bambina colorata che danza il katakali fasciata da un sari, e con lei ad ogni corpo dell’insieme. Qfwfq si convinse allora che l’ingorgo consisteva nell’intrico dei suoi oggetti componenti e non aveva nessuna connessione con la loro specifica funzione. Il caos consisteva nella confusione dell’insieme delle loro relazioni prescindendo dalle loro identità. Il protomentale era quindi confusione delle relazioni, non delle identità. Anche nel suo cervello, mele, pere e ciliegie contenute nei panieri di contadini contenuti in un mercato a sua volta contenuto in tutti i problemini dei bambini di prima, facevano confusione pretendendo di essere la stessa cosa (stavano forse insegnando anche tensione sociale e democrazia). Forse bisognava solo elasticizzare i confini del paniere dell’insiemistica, del suo cervello e del metodo scientifico per far scorrere ordinatamente, in un’oscillazione, il caos, facendo così oltretutto passare il mal di testa.

Forse la ricerca poteva diventare, anche in psicologia, lo sperimentare nuovi linguaggi per comunicare, facendo stare insieme ed essere la stessa cosa nello stesso paniere, verità apparentemente contrapposte come mele e pere.

 

Nell’happening che si svolgeva intanto sul palcoscenico della pineale di Qfwfq si mescolavano i protagonisti dei suoi sogni: mentre Freud parlava di pensiero del processo primario e secondario, Jung portava archetipi per la costruzione dell’inconscio collettivo in un’atmosfera di sincronicità, noumeni guidati da Kant indicavano perentoriamente la verità ultima, Eraclito e Parmenide litigavano se l’acqua del fiume stesse scorrendo o stesse ferma dentro la secca del suo nome geografico; Bodhidarma, che quella mattina si era risvegliato farfalla, su suggerimento di Ed Lorenz aveva deciso di andare a portare un ciclone in California.

Tutto questo c’era nel protomentale che mescolava le ere geologiche con l’evoluzione. Matte Blanco intanto sparigliava le serie infinite per infilare brandelli di asimmetria all’interno delle catene di DNA, mentre Bion timbrava sul polso i ballerini che si allontanavano dall’incomprensibile vorticosa mescola della pista da ballo per parlare nell’orecchio alla coscienza e costruirsi una danza rituale dentro cui ritrovare un centro di gravità permanente e individuare il punto di vista da cui potevano accoppiarsi e finalmente capire loro chi erano e per quale motivo vivevano su questa terra. Seminava intanto, Bion, a piene mani manciate di elementi beta nei loro solchi cerebrali per far fiorire la genealogia e la storia di quella che chiamò  Funzione Alfa. Disse Don Ferrante (antenato dei no-vax) a Donna Prassede, su suggerimento della maggior parte degli uomini di scienza: la peste (il contagio come relazione) “non è né sostanza né accidente” proprio come il protomentale, pertanto ambedue non esistono. Potremmo dire che il protomentale non è la confusione caotica sovrapposta di molteplici linearità, ma il loro semplice condividere uno spazio-tempo, nell’attesa di quella che Keats chiama la capacità del negativo, per originare la nascita dell’attrattore strano capace di conferirgli il senso della sua nuova identità plurale dell’insieme complesso degli osservatori.

 

Un Kamasutra di compenetrazioni: Io, l’altro, l’alieno

Fu così, per uscire da questa confusione, che Claude Shannon tirò fuori come conigli dal suo cappello a cilindro alcuni modelli matematici (teoremi) per codificare come si comunica. Sullo sfondo, Michelangelo, per l’arte del “torre”, scavava la carne marmorea dei suoi Prigioni; la parte scienziato si era resa conto che indossare la maschera e i ruoli impliciti nella codifica implicava una suddivisione tra la sorgente dell’informazione ed il recettore a cui era diretta (1° teorema: sulla codifica di sorgente). Bisognava spaccare il capello (cioè il Tao) in due, lo Yin e lo Yang, perché ci fossero soggetti capaci di comunicare tra loro. Più complesse diventavano le cose, se veniva coinvolto anche il milieu in cui l’informazione scorreva  (2° teorema: sulla codifica di canale). Il contesto avvolgeva completamente come rumore totale l’informazione che cercava di filtrarsi per venire fuori.

A quel punto, vestiti di adeguata livrea, si presentificarono, nel loro sforzo titanico di far venire fuori dal marmo lo spazio-tempo delle coordinate cartesiane, i Sette Serventi di Kipling, ripresi da Bion. Il Chi e l’a Chi indossarono la maschera della sorgente e del recettore dell’informazione, e questa maschera, nella sua potenziale frammentazione, frammista alla sua componente virtuale caleidoscopica, poteva essere elasticamente tenuta insieme sia dal corpo individuale che dalla tribù o dallo sciame. Il Cosa trasmettevano, poi, era rappresentato dall’energia di un miscuglio di informazione ed entropia (rumore), in cui la codifica di sorgente e quella di canale scorrevano scarsamente distinte.

Anche il Dove e Quando partecipavano allo sforzo del Big Bang di originare lo spazio-tempo, facendosi così creatori delle cosmogonie individuali. Questa energia era di per sé il Come che, infilandosi attraverso linguaggi prevalentemente continui (cosiddetti letterari) o discreti (cosiddetti scientifici) cercava di fornire declinazioni contrapposte ma convergenti ai suoi modi di essere: simmetrico e asimmetrico.

Il Perchè possiamo rintracciarlo solo afferrando per la coda la traiettoria dell’attrattore strano che ci trasporterà, noi e lui inconsapevoli, nel paradiso di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” (percorso di Ascesi) o nell’inferno di “Alien” (percorso di Catabasi) per costruire il senso affettivo. Ciò permette di far emergere, come Settimo Servente individuato da Bion, la coscienza dotata di “comprensione”, come punto di vista onnicomprensivo per riordinare l’intero discorso.

Per la miseria!, si disse Qfwfq, che lo aveva imparato dal barone di Muenschhausen, quanto ci vuole poco e come riesce ad essere perfino divertente trasformare un sogno vero (magari una visione) in una bugia o meglio in un delirio.

 

Cercherò ora come al solito, di mettere ordine e disordine contemporaneamente partendo da tre punti di vista e mescolando gli ingredienti su tre scenari.

Esempio del primo scenario: Io, Altro e Alieno; chi sta parlando a chi e all’interno di quale contesto. Chi sta abbracciando chi? Cioè chi è “l’io” parlante, chi è “l’altro” ricevente e qual è la porzione di spazio-tempo (contesto) che conferisce senso e campo alla comunicazione, cioè l’“alieno”. Se prendiamo la proposizione “Corso per periti”, essa assumerà un valore molto diverso se proferita nel contesto di un “istituto tecnico” oppure in un “cimitero”. La fenomenologia fa emergere l’io, tra “l’alterità e l’alienità”, per incarnarlo come Cristo tra i due ladroni nella comunicazione autocontemplativa. Sia il parlante che l’uditore del nostro discorso (l’io e l’altro) appaiono sufficientemente individuati e si stagliano come figure divise e contrapposte su uno sfondo confusivo. E’ quest’ultimo sfondo che ci appare allora come l’alieno perché uso a trattare non con le logiche Asimmetriche del discorso individuato, ma con quelle Simmetriche proprie degli Insiemi Infiniti. Stiamo parlando dell’Inconscio che si spalma uniformemente su tutto il percorso che va dal protomentale pre-individuativo del soggetto fino alla sua dissolvenza nel fusionale mistico col “divino”. E’ questa l’entità del contesto, dentro cui tutti i linguaggi vengono parlati mescolati perfino nel silenzio più assoluto legato alla dissoluzione reciproca dell’Io nell’Altro.

Esempio del secondo scenario potrebbe essere quello del Continuo fusivo e del discreto individuativo – L’Alieno, come il Tao, partorisce l’Io e l’Altro che possono finalmente differenziarsi e perciò parlarsi e magari, sessuati dalla diversità, abbracciarsi. Il tipo di linguaggi/metodologie, che vengono adoperati in questa differenziazione/fusione tra l’Altro e l’Alieno, assomigliano al prevalere di una “talking care” differenziante (cioè un parlare con le parole); oppure ad una metodologia che cerca una comunicazione diversa, aliena (cioè attraverso un contesto terzo) e che mette in contatto due pelli che si sfiorano nel silenzio senza saperlo, o due corpi che si posizionano nello spazio cercando sicurezza, e magari sentono di comunicare attraverso lo spazio, la prossemica e il campo morfogenetico molto più intensamente che non con le parole. Sembra nella dimensione continua che un’energia fusionale prevalentemente d’amore, magari di tipo “isterico”, permei il campo; nella dimensione discreta invece sembra essere in gioco una forza prevalentemente d’odio e distruzione separante e pertanto depressiva. La comunicazione avviene allora tra l’alternarsi del continuo e del discreto (o magari anche in contemporanea) in quella che Matte Blanco chiama comunicazione bilogica che mescola le sue due modalità di essere .

Che Setting e che Campo allora per un’Analisi di Gruppo o di psicotici? Potrebbe essere esempio del terzo scenario il far parlare l’Alieno dentro me e dentro l’Altro in modo da poterci parlare, perché i nostri alieni scoprano di essere un unico infinito unisono in comunicazione fusiva. Che organizzazione dare allora ai Setting mentali perché quello che stiamo guardando possa essere considerato un fare psicoanalisi e principalmente un fare una analisi di gruppo?

La prima cosa da chiedermi se ho di fronte a me qualcuno che si stende sul lettino e mi dice delle sue difficoltà, potrebbe essere: sto parlando con chi? Mi si sta forse presentando l’Altro e mi viene a raccontare, da Altro, quello che è il Mondo che lui guarda dal suo punto di vista che per me non potrà che essere Altro e che io potrò comprendere solo attraverso le rappresentazioni evocatemi dal suo linguaggio: cioè una estraniazione della realtà posta attraverso termini rappresentativi della realtà nel suo mentale e non in quella immediatamente espressa attraverso quello che Bion chiama “linguaggio dell’effettività[1]”.

 

Chi in psicoanalisi analizza la psicoanalisi?

Allora spunta fuori un altro interlocutore: uno psicotico grave, costruito con parti, frammentate e ri-incollate della coppia analitica, un oceano di punti di vista che parla al suo interno riuscendo finalmente a capirsi, perché la comunicazione discreta tra i frammenti è stata sostituita dalla contemplazione comune dell’unisono. Questo con amore, odio e conoscenza si è fusivamente impossessato degli elementi in lui soluti: ciò che ha senso ora è il mare, non i componenti delle sue acque. Il discorso recupera così al significato affettivo l’energia di tutto il rumore comunicativo che si era entropicamente perso nel contesto sciogliendovi il significato. Potremmo infatti chiamare questa comunicazione totalmente inconscia Comunicazione Entropica. Possiamo allora salvare il rumore come comunicazione entropica se ne condividiamo lo stesso contesto, la stessa atmosfera per esempio: “Noi che comunichiamo veniamo dalla stessa cultura e parliamo quindi la stessa lingua e condividiamo la stessa emozione guardando il mare. Siamo un rumore cioè con lo stesso ritmo, intonation e pause (una comunicazione di contesto). Altrimenti non saremmo Altri ma diventeremmo automaticamente Alieni. Esseri cioè incomunicanti se lo fanno attraverso il solo Altro (come  può avvenire per esempio quando il paziente ci si rivolge con quella condizione psicopatologica chiamata “Insalata di Parole”). Esseri comunicanti però forse solo attraverso le modalità globalizzate e (con)fusive con cui l’Alienità comunica l’insieme genetico dell’intera lingua (comunicazione di contesto identitario) e non l’ordine delle parole (comunicazione di contenuto). Il messaggio, di grande valore affettivo, potrebbe essere: “siamo fratelli, simili perchè figli dello stesso insieme”.

E’ possibile che noi abbiamo tutti un profondo contatto con l’Alienità perché il primo Alieno con cui abbiamo totalmente una comunicazione fusiva costante siamo noi stessi; la nostra forma di alienazione è il nostro essere Alieni a noi stessi (qualcuno direbbe il nostro inconscio); è il nostro vivere contemporaneamente magari in dieci mondi paralleli dentro tutte le virtualità possibili. Rifrangiamo così il nostro Multistrato interno ed esterno; in queste condizioni: quando parliamo con noi stessi parliamo con un alieno multilivello frammentato in noi; è questo che ci permette di essere polisemici nei confronti della politopia dell’alieno per poterlo contenere e comprendere. L’alieno come figura perturbante, come caratteristica di per sé, a cavallo tra conosciuto e sconosciuto. Figuriamoci poi un  vivere in un insieme infinito di mondi (reali e virtuali) magari ripiegati su se stessi. Ciò mi fa rivalutare e guardare con molto affetto la schizofrenia, perché per fortuna siamo stati tutti noi, come schizofrenici nei nostri primi sei mesi di vita (posizione paranoide-schizoide della Klein), a vivere tra le sliding doors dell’inferno e del paradiso che ci permettono  una quantità enorme di vite mentali tra loro sovrapposte.

Queste vite comunicano? Possono anche non comunicare proprio come avviene in certe modalità dissociative. Quando comunicano, comunicano con modalità che ci appaiono Aliene: è questo l’Alieno, è qualcuno che non ha lo strumento di comunicazione dell’Altro, cioè la codifica di canale di Shannon; che sarà Altro quando riconosciuto sia tale e sia in parte me, ma una parte superficiale di me; il vero me totale sta ora nell’Alieno, è il mio inconscio (protomentale) che è prigioniero di una immobile globalizzazione. Esso è Alieno perfino a me e mi si può presentare solo con il linguaggio onirico dei sogni, attraverso una modalità di essere che è quella di stare dentro la follia, (o meglio essere la follia, magari quella letteraria) se voglio capirla.

Allora è la mia follia l’aiuto, è il fatto che per fortuna anche io, a qualche livello, sono matto come tutti i contesti che condivido col mio noi, anche quelli dentro di voi. Possiamo allora parlare, anzi sai qual è la cosa? Possiamo stare zitti: perché se io e te stiamo zitti e ci guardiamo nel fondo degli occhi, abbiamo fatto il discorso più profondo e totalizzante in cui ci siamo scambiati una comunicazione globale dentro cui io sono te e tu sei me, la stessa cosa, perciò possiamo permetterci di diventare anche Altro. Si, ora possiamo separarci, gemmare l’uno dall’altro. Finalmente a modo nostro parlarci,  passare dal continuo al discreto, diventare l’Altro e finalmente crescere e parlare utilizzando, oltre all’analogica, anche la comunicazione digitale.

Abbiamo quindi costruito un Setting dentro cui queste comunicazioni (continue e discrete) possono essere sinergicamente contenute. Io credo che, perché questa cosa avvenga, sia assolutamente necessaria e strutturante la dimensione della gruppalità; cioè della frammentazione e fermentazione babelica del linguaggio della schizofrenia parlato dal contesto magari come insalata di parole. Un miscuglio di significanti, un rumore che si perde nell’entropia tracimando dalle codifiche. Cioè noi siamo tanti, siamo un’infinità di noi che incontrano un’infinità di altri: è questo nostro rumore, contenuto in un contenitore nuovo, che  diventa un linguaggio comune, la lingua di Babele, che struttura un Ur-language, una lingua originaria, (magari quella di Finnegan’s Wake); una lingua che Joyce, per esempio, deriva direttamente dall’insalata di parole psicotica e che ha evidenziata come essenziale comunicazione di identità ed esistenza di un inconscio non rimosso che può ora cominciare a “tradursi” e proporsi come Protomentale.

Entrare nell’inconscio non rimosso, nel Protomentale e parlarne i linguaggi ancestrali e confusivi (come fa una letteratura contemporanea) è forse fare Proto-Psicoanalisi, cioè psicoanalisi della Psicosi,  allargandola magari alle psicosi antropologiche che anche ora continuano collettivamente a bombardarci.

Se la psicoanalisi diventa uno degli strumenti per indagare il rapporto ancestrale tra psicosi e società, chi è autorizzato ad utilizzare questo strumento? Chi psicoanalizzerà la psicoanalisi? Forse la profondità operativa di questa sonda potrà dispiegarsi in pieno solo se il chi sarà un soggetto collettivo, coagulo dei punti di vista che contiene, riuniti in una coscienza sovrasistemica dotata di altri livelli di Pathos e Telos.

 

Per renderlo linguaggio incontriamo ancora la “traduzione”, magari ora come strumento di migrazione sui barconi dall’emisfero destro a quello sinistro attraverso il corpo calloso. Nel nuovo continente colonizzato esistono tutti gli strumenti sensoriali per potersi dare un obbiettivo peso oggettuale e costruire un’altra realtà ed un’altra vita.

Allora questo è l’Alieno; è la maniera come l’Alieno, cioè l’umanità-noi, ci parla dentro e dentro tutti gli altri; messa insieme essa può scambiarsi nella complessità la più acuminata delle informazioni: l’essere il Protomentale un sistema dinamico complesso organizzato dalle oscillazioni di un attrattore strano il cui essere è evidenziabile attraverso i suoi aloni, non i suoi fenomeni (potere dell’ombra). Perciò il linguaggio affettivo che distillerà sarà più simile al sogno e al delirio (ai risultati possibili di equazioni non lineari) che alle equazioni scientifiche del ragionamento lineare classico.

 

Vi ho dato un esempio pratico di delirio; sono riuscito a comunicare con la parte di me che è dentro di voi, anzi che siete voi? C’è da meravigliarsi se un esploratore spaziale, attaccato alla navicella da un cordone ombelicale di sopravvivenza, resta sconvolto nell’incontrare in uno spazio sconosciuto fenomeni  indicibili in linguaggi noti? E’ la Psicosi in agguato! Sono in pericolo di vita tutte le sue usuali coordinate mentali. C’è da meravigliarsi del suo senso di repulsione, del suo mal di testa e della sua paura suicida? C’è da meravigliarsi se come Copernico, Darwin e Freud, che hanno sempre più indagato i limiti dell’umanità, si risponda nonostante questo: “Sarà quel che sarà, io nel frattempo lascio la protezione istituzionale dell’astronave-madre e, come ogni psicoanalista discendente da Ulisse,  mi avvio nel frattempo ad esplorare l’ignoto”.

La mia follia dentro quella collettiva del mondo.

 

Esserci dunque tra perlomeno due universi: quello dentro la mia pelle e quello dentro la pelle delle scalari comunità concentriche a cui appartengo. Oscillare e scindermi lungo la linea di confine tra questo giorno e questa notte cercando di far in modo che le loro ore, sufficientemente ritmicamente caratterizzate ma integrate all’esterno e all’interno da bio-orologi di Luce e di Bisogni che sembrano pennellati da Dalì, appartengano tutte alla stessa giornata che mi sto ora più o meno tranquillamente vivendo.

[1] Per il linguaggio dell’effettività vedi nel Volume II al cap. 2