Vissuti traumatici ed elaborazioni narrative
Report di Roberta Di Capua

Report di Nodi in Psicoanalisi del 3 Ottobre 2026 – Napoli
«Freud attribuisce ad artisti e poeti la capacità di intuire, arrivando prima di altri a comprendere
alcuni aspetti dell’animo umano». Con questa riflessione Zontini apre la giornata di Nodi in
Psicoanalisi del 3 ottobre scorso, dal titolo Vissuti traumatici ed elaborazioni narrative. L’incontro,
con Marcello Turno nel ruolo di discussant, si è sviluppato attraverso il dialogo con Fabio Castriota
e Giovanni Nolfe, a partire dai loro romanzi Questo visibile raggio di buio e La colazione, e ha
offerto l’occasione per esplorare le intersezioni tra scrittura e pratica psicoanalitica, alla luce della
duplice esperienza degli autori come scrittori e psicoanalisti e psicoterapeuti.
Nel coordinare l’incontro, Virginia De Micco ha proposto una cornice teorica inerente al trauma,
sollevando una questione di ordine metodologico: il trauma è, per antonomasia, ciò che cerca di
essere narrato e, al tempo stesso, ciò che resiste alla possibilità di essere raccontato. È su questa
antinomia fondamentale che si fonda il lavoro analitico, spesso testimone della ricerca, talvolta
disperata, di un trauma originario, di un momento capace di racchiudere il senso di un’intera
vicenda psichica. La ricerca di un evento che possa rappresentare, al contempo, l’enigma e la sua
risoluzione rischia, tuttavia, di rivelarsi un inganno, nella misura in cui pretende di ricondurre la
complessità della storia individuale a un’unica causa.
Il trauma diventa così il filo conduttore della mattinata, ripreso da Turno nelle sue riflessioni su
Questo visibile raggio di buio. Il romanzo ha per protagonista uno psicoanalista, Giorgio Fontana, il
cui nome richiama, in un omaggio, il gesto artistico di Lucio Fontana e il taglio delle sue tele,
anticipando, attraverso un’immagine plastica, la complessità della vicenda narrata.
Giorgio ha subito una violenza all’età di sette anni. Da adulto diventa psicoanalista, ma rimane
incapace di ascoltare e riconoscere il proprio dolore. Molti anni dopo incontra nella stanza d’analisi
Sara, una donna che ha subito violenza da parte dello stesso uomo che aveva abusato di lui negli
anni Cinquanta. Nell’analista si attiva una sorta di mirroring: Giorgio non riesce più a distinguere il
proprio trauma da quello della paziente. Questa sovrapposizione alimenta una collusione con il
desiderio di vendetta di Sara, che finisce per coincidere con il suo. Si manifesta così l’impossibilità,
per Giorgio, di prendere le distanze dalla figura del violentatore e di accedere alle possibilità
trasformative offerte dalla rimozione.
In questo contesto, la metafora del ventilatore, le cui pale continuano a girare anche dopo che è stata
interrotta l’alimentazione elettrica, diventa l’immagine centrale di ciò che, nella vita psichica,
continua a produrre effetti nel tempo, anche quando la causa che lo ha messo in moto sembra essere
venuta meno. La teoria psicoanalitica trova così una traduzione in un’immagine concreta, capace di
rendere visibile la persistenza del trauma e la sua azione nel presente. Il commento al romanzo si
conclude con una domanda che apre una riflessione più ampia sulla trasmissione del dolore: siamo
condannati a trasmettere ciò che abbiamo vissuto?
L’intervento di Turno prosegue con le riflessioni su La colazione di Nolfe, definito un libro
incentrato sulla parola e sulla relazione, articolato attraverso tre linee narrative: quella dello
psichiatra incaricato di redigere una perizia, quella dei diari di Andrea, che raccontano le colazioni
condivise con Matilde, e quella della stessa Matilde. Il trauma di Andrea non si esaurisce in un
singolo episodio del passato, legato a una precedente relazione, ma sembra prendere forma anche
attraverso una molteplicità di piccoli elementi che, sedimentandosi e accumulandosi nel tempo,
concorrono a determinare una sofferenza più profonda. Si delinea così il tema del trauma
cumulativo, secondo la prospettiva elaborata da Masud Khan.
Matilde e Andrea si incontrano ogni mattina per fare colazione. Questi appuntamenti, tuttavia, non
sembrano mai trovare un seguito: restano sospesi, configurandosi come un’occasione perduta, il
rimpianto di una vita possibile che non riesce a realizzarsi. Anche in questo caso, la riflessione di
Turno si conclude con una domanda: è possibile pretendere che l’altro diventi la soluzione alle
carenze della propria storia?
Riprendendo la questione che gli viene posta, Castriota sposta l’attenzione sul tema della
distruttività e sulla possibilità di andare oltre quella che abita ciascuno di noi. Facendo riferimento
alla prospettiva di Winnicott, suggerisce che il trauma possa trasformarsi anche in una risorsa.
Riconoscere la propria potenzialità distruttiva significa attraversare livelli profondi dell’esperienza
psichica, che sfuggono al controllo del pensiero razionale e non possono essere semplicemente
eliminati o neutralizzati. Nel finale del romanzo, il protagonista comprende che è soltanto
abbandonandosi al buio che diventa possibile vedere le cose con maggiore chiarezza.
Il romanzo di Castriota è attraversato anche da una critica alla figura dell’analista. Prima di
diventare a sua volta psicoanalista, il protagonista si rivolge a diversi colleghi, senza che nessuno
riesca ad ascoltare davvero il suo dolore. La difficoltà che incontra nel trovare ascolto rispecchia la
sua stessa incapacità di riconoscere e accogliere la propria sofferenza. Questo espediente narrativo
assume così una duplice funzione: da un lato, denuncia situazioni che possono trovare riscontro
nella realtà clinica; dall’altro, richiama con forza la responsabilità dell’analista, sottolineando il
valore dell’ascolto e la centralità dell’etica nella relazione terapeutica.
La risposta di Nolfe alla domanda sulla possibilità di fare dell’altro la soluzione alle proprie
mancanze sposta invece il focus sul rapporto tra relazione e destino. Perché il vissuto melanconico
possa essere superato, sembra necessario che intervenga un elemento relazionale capace di
introdurre una possibilità di cambiamento. Nei percorsi di Matilde e Andrea, tuttavia, la relazione
non riesce a trasformare le mancanze che segnano le loro storie: il legame, anziché aprire nuove
possibilità, sembra rimanere impotente di fronte a ciò che ciascuno porta con sé.
Il confronto con la sala si fa particolarmente serrato quando la discussione torna sul tema del
trauma. De Micco richiama l’attenzione sul valore del particolare nella pratica analitica: è proprio
nel dettaglio che può annidarsi una verità inconscia, e nessun elemento dovrebbe essere considerato
superfluo. La stessa centralità del particolare, osserva Turno, caratterizza la scrittura letteraria. I
dettagli assumono così il valore di punctum, capaci di catturare l’attenzione e di aprire inattesi
varchi di significato. Anche Lombardi si associa a questa lettura, riconoscendo nei particolari degli
scrigni attraverso i quali è possibile accedere a livelli più profondi dell’esperienza.
Nolfe sottolinea che non è tanto la storia in sé a essere determinante, quanto il modo in cui viene
letta e interpretata. A questo proposito, Castriota richiama il contributo delle neuroscienze, che
hanno mostrato come durante il sonno le tracce mnestiche vengano rielaborate, consentendo di
riutilizzare il passato alla luce delle esigenze del presente. Quest’ultimo assume pertanto un ruolo
centrale nei processi di trasformazione dell’esperienza. Anche nella pratica clinica, le relazioni
segnate dall’amore possono rendere possibile una riscrittura della propria storia: siamo infatti
chiamati a rielaborare continuamente ciò che abbiamo vissuto, attribuendogli significati nuovi.
Zontini osserva come i due romanzi appaiano complementari, poiché sembrano restituire due
dimensioni del trauma rintracciabili nel pensiero freudiano: da un lato, il trauma esterno, legato a un
evento subito (qui il riferimento è alla teoria della seduzione, ndr); dall’altro, la dimensione interna,
connessa alla sessualità infantile e alla complessità della vita psichica.
A partire dall’intervento di Galiani, che richiama la duplice esperienza degli autori e si interroga sul
modo in cui l’inconscio filtra nella produzione letteraria, e dall’osservazione di Stanzione sulla
differenza tra parola scritta e parola parlata, De Micco introduce un’ulteriore questione: quale
differenza intercorre tra l’atto del parlare e il gesto dello scrivere? La riflessione si concentra sulla
componente aggressiva insita nella parola, una dimensione che, come osserva Califano, può trovare
esiti costruttivi. Califano ricorda inoltre che le opere artistiche giunte fino a noi sono anche quelle
sopravvissute agli impulsi aggressivi dei loro stessi autori, suggerendo come il processo creativo
implichi inevitabilmente un confronto con la distruttività.
La discussione prosegue a partire dalla suggestione di Turno sul significato del taglio, inteso come
gesto che comporta la necessità di sacrificare alcune idee e di confrontarsi con la perdita narcisistica
che ne deriva. Creare significa infatti anche rinunciare: scegliere una forma implica lasciare indietro
altre possibilità. Se l’atto creativo della scrittura può apparire, per certi aspetti, più accessibile,
poiché tutti siamo stati formati all’uso del linguaggio e della prosa, Nolfe sottolinea come la
relazione letteraria consenta una libertà maggiore rispetto a quella terapeutica, necessariamente
vincolata dalle responsabilità e dai limiti propri della pratica clinica.
Castriota introduce infine il tema della musicalità della parola, richiamando le ricerche di Di
Benedetto sul modo in cui l’analista modula la propria presenza in relazione al paziente. La capacità
di ascoltare l’altro, di sintonizzarsi sui suoi ritmi e sulle sue espressioni, lascia tracce anche nei
processi creativi. In questa prospettiva, la scrittura si configura come una forma di conoscenza
prossima al sogno: un’esperienza in cui il pensiero razionale si intreccia con dimensioni più
profonde, dando forma a contenuti che altrimenti faticherebbero a trovare espressione.
L’incontro restituisce così la complessità del rapporto tra trauma, narrazione e trasformazione
psichica. Tanto nella stanza d’analisi quanto nella scrittura, il tentativo di dare forma all’esperienza
non coincide necessariamente con la possibilità di esaurirne il significato. Raccontare significa
piuttosto confrontarsi con ciò che resiste alla parola, sostare nelle contraddizioni della propria storia
e riconoscere che il passato, pur continuando ad agire nel presente, può essere continuamente riletto
e rielaborato. È forse proprio in questo spazio, sospeso tra ciò che può essere detto e ciò che rimane
indicibile, che la letteratura e la psicoanalisi si incontrano, offrendo strumenti diversi ma
complementari per avvicinarsi alla complessità dell’esperienza umana.
Roberta Di Capua, Psicoanalista Associato SPI-IPA, Socia del CNP