a cura di Maria Stanzione Modafferi, Mario Donadio

Recensione di Roberto Musella

Alpes, Roma 2021

 

Ho il piacere e il privilegio di presentare per il nostro Sito il volume curato da Mavi Stanzione e Mario Donadio “Una psicoanalista inattuale e futurista: la voce e la parola di Anna Maria Galdo”, edizioni Alpes. Il volume è un insieme di ricordi diretti e accorati di più o meno lunghi scorci di vita trascorsi da amici, allievi e colleghi, con Anna Maria Galdo, icona e decana degli psicoanalisti napoletani, scomparsa alla fine del duemiladiciotto all’età di novantasette anni. Gli autori sono per lo più analisti napoletani, con un’unica romana eccezione, e due non analisti, amici di Anna Maria. Il tono usato da Stanzione, Donadio, Galeota, Lombardi, Cupelloni, Ferraro e Petrelli,  Genovese, Gentile, Napolitano, Paudice, Rinaldi, Thanopulos, Zontini, D’Ostuni, Petrì, Trapanese e tra i non analisti Giuseppe Merlino e un’amica che si firma semplicemente Paola, denota la cifra umana della nostra cara Anna Maria, donna divisa tra il ruolo istituzionale che la caratterizzava (per lunghissimi anni l’unica AFT a sud di Roma, senza contare la Sicilia, e Professore Ordinario di Psicologia Dinamica dell’Università degli Studi di Napoli Federico II), la profondità e lo spessore proprio di una psicoanalista raffinata e la fantasia educata, avvezza alla metafora, di una poetessa gentile.

Colpevole di non aver potuto accogliere il ripetuto invito dei curatori a partecipare con un mio contributo al prezioso volume, spero di poter tracciare, nello stile intimo del libro, un beve ricordo della mia frequentazione trentennale con la Galdo.

Se chiudo gli occhi e penso ad Anna Maria Galdo, rivedo lo studio arroccato al di sopra del suo appartamento, nella mansarda di un antico e nobile palazzo napoletano. Ero poco più che ventenne, appena laureato in medicina. L’ascensore si fermava al penultimo piano, da lì bisognava percorre a piedi la ripida rampa di scale che portava al pianerottolo isolato dell’appartamento. Feci quel percorso, la prima di molte volte, timoroso, smarrito e in cerca di risposte. La Galdo fu il mio oracolo, il suo sguardo impenetrabile e l’aspetto austero resero quei primi incontri di una solennità sacrale e mi lasciarono il fardello di pensare e ripensare per giorni al senso di una mezza frase, di un’indicazione enigmatica o di un compito, invece, preciso. Come quando mi disse, con tono perentorio, che avrei dovuto fare la specializzazione in psichiatria prima di procedere oltre con i miei propositi di training nella SPI. Fu per merito suo, dunque, che il mio percorso incrociò quello della psichiatria psicoanalitica dell’Ateneo federiciano; fosse stato per me avrei fatto lo psicoanalista e basta, ma come sempre ebbe ragione lei. Le parlai della mia passione per la poesia che non potevo sapere allora condividesse al punto di essere ella stessa un’artista delicata. Le parlai della mia curiosità nell’esplorare il mondo, dei miei ripetuti viaggi. Mi consigliò di visitare l’India, così feci e me innamorai definitivamente. Purtroppo, non fui suo analizzando per un inciampo dovuto al destino. Furono anni turbolenti per la SPI che portarono alla riforma dell’Istituto di training che fu, proprio in quella fase, unificato e suddiviso in sezioni.  Fui però allievo della Galdo a tutto tondo, feci con lei due lunghe supervisioni, dentro e fuori dal training, la consultai spesso quando mi trovai a dover gestire dubbi sulla mia vita privata o professionale e partecipai a molti gruppi di studio che mi fecero apprezzare sempre più il pensiero non convenzionale della Galdo. Parlava il giusto, con precisione e senza strafare. Non amava dilungarsi in convenevoli, andava dritta al sodo. Anche la sua figura solida e austera, dai capelli corti e bianchi e dall’abbigliamento distinto ed essenziale, mostrava un’inclinazione ferma e decisa che con concedeva spazio ad alcunché di superfluo. Mi manifestò il suo affetto, a modo suo, in diverse occasioni di cui oggi sento più che mai la mancanza. Mi rimane ancora impressa la sua voce quando negli ultimi anni, ormai ultranovantenne, la sentivo al telefono, e avevo la netta impressione di sentir parlare una donna giovane e piena di vita. La voce vivace, a modo suo allegra, rimandava infatti a quella viva curiosità, mai doma, che ne fece per me e per tutti quelli che l’hanno amata e ammirata, una donna mai paga del sapere accumulato nei lunghi anni di studio e di professione dell’ascolto.

Molto più del mio breve e sentito ricordo, potrà rendere presente ai vostri sensi lo spessore della materia umana di cui era costruita Anna Maria Galdo, la lettura del felice libro polifonico curato da Stanzione e Donadio del quale consiglio a tutti la lettura.

Roberto Musella