La “resilienza”, la resistenza e la trasformazione

di Sarantis Thanopulos

Va di moda l’applicazione di termini che vengono dal mondo materiale alle nostre  relazioni erotiche, affettive, socioculturali e politiche. Il termine “resilienza” è quello che gode del maggior successo: ha la funzione salvifica di iniettare fiducia dove sarebbe ragionevole un po’ di meditazione dubbiosa.

Resilienza è la capacità di un materiale modificato nel suo equilibrio, a causa di una forza esterna, di tornare senza alterazioni permanenti allo stato precedente alla modificazione. L’uso del termine è stato esteso nel campo della psicologia per definire la capacità di reagire ai traumi e alle difficoltà ambientali in modo da ritrovare l’equilibrio psichico perduto. Le trasposizioni metaforiche non sono neutrali, esse conservano sempre il significato iniziale. Il materiale resiliente per eccellenza è quello gommoso. Questo è il modo migliore per descrivere un apparato psichico puramente omeostatico, chiuso in se stesso, intento solo a sopravvivere alle esperienze traumatiche senza alterarsi. Ma se i traumi ci insegnano qualcosa, è che non viviamo per non traumatizzarci. Che mirando al solo equilibrio, costi quel che costi, impoveriamo la nostra esistenza, restringendo il suo spazio: cercando di contenere i traumi ci troviamo intrappolati in un funzionamento psichico opprimente che non ci fa respirare, di per sé traumatizzante.

La resilienza ci divide in due categorie: quelli che si rompono o potrebbero rompersi e quelli che difficilmente si rompono o non si rompono mai. La visuale che la promuove come valore umano è insieme ingenua e mistificante. Il piacere e il senso del vivere non stanno nell’equilibrio, ma nel suo gioco di intesa perpetuo con la destabilizzazione. Le persone non si rompono a causa dei traumi perché non sono resilienti (e in tal caso non si capisce come potrebbero mai diventarlo); si rompono perché il trauma più pericoloso (quello che la resilienza omeostatica può solo aggravare), la pressione invasiva di un sistema relazionale totalmente impersonale,  comprime la loro esistenza e rompersi è l’unico modo per restare vivi.

La qualità che ci permette di non essere alienati dai traumi, diventando manichini di gomma, è la “resistenza” di ciò che, a dispetto di tutto, resta irriducibilmente vivo, non adattabile, desiderante dentro di noi. La resilienza mira allo stato perfetto delle cose (il grado zero delle tensioni, tutto sommato la morte), la resistenza fa dell’imperfezione la condizione del vivere come processo di creazione. Scrive Giorgio Agamben in un passo esemplare di “Creazione e anarchia”: “Come l’inespressivo in Benjamin, che spezza nell’opera la pretesa dell’apparenza a porsi come totalità, così la resistenza agisce come una istanza critica che frena l’impulso cieco e immediato della potenza verso l’atto e, in questo modo, impedisce che essa si risolva e si esaurisca integralmente in questo. Se la creazione fosse solo potenza-di, che non può che trapassare ciecamente nell’atto, l’arte decadrebbe a  esecuzione, che procede con falsa disinvoltura verso la forma compiuta perché ha rimosso la resistenza della potenza-di-non. Contrariamente a un equivoco diffuso, la maestria non è perfezione formale, ma proprio al contrario, conservazione della potenza  nell’atto, salvazione dell’imperfezione nella forma perfetta.”

La potenza-di (fare) è resa creativa e soggettivamente significativa dalla potenza-di-non (fare) che allontana l’azione dalla realizzazione lineare (intrinsecamente cieca alla vita) del suo risultato predeterminato in cui si esaurisce. Disattiva la pura concatenazione dei fatti e apre l’atto creativo a uno sviluppo laterale, lo mantiene incompiuto al di là del suo compimento. La resistenza è la persistenza del processo creativo (la vera posta in gioco nel trauma), che sostituisce alla performance la trasformazione: la destabilizzazione/riconfigurazione costante di ogni equilibrio.