A cura di Lucia Monterosa, Angela Iannitelli e Antonio Buonanno

(Alpes, 2021)

Recensione a cura di Maria Luisa Califano

 

L’avvento di un mondo postorganico si sta delineando tra interventi tecnologici e rappresentazioni artistiche.

La ricerca scientifica sta ipotizzando la possibilità per l’uomo di intervenire sull’evoluzione della sua specie. In epoca di esplorazione spaziale, gli scienziati ipotizzano interventi sul patrimonio genetico, utilizzando alcuni geni di microrganismi come i minuscoli tardigradi. Solo così l’uomo potrebbe assumere le caratteristiche necessarie alla sua sopravvivenza nello spazio.

E’ ipotizzabile che i futuri astronauti, saranno molto diversi dalla specie umana che conosciamo noi.

Da molto tempo questi temi erano presenti nella letteratura e filmografia fantascientifica, e qualche volta le fantasie da esse raccolte hanno persino offerto modelli alla ricerca scientifica.

L’arte coglie in anticipo i desideri e le inquietudini che serpeggiano in una determinata epoca e fornisce informazioni sulle trasformazioni sociali.

In varie produzioni artistiche sono state rappresentate le fantasie di un mondo che verrà, spesso espresse con la ricerca di una modificazione del rapporto tra uomo e macchina.

Quaranta anni fa fu pubblicata una ricerca su quanto l’accettazione di un robot da parte dell’uomo fosse legata alla somiglianza dell’aspetto esteriore del robot a quello della figura umana.

Il saggio dal titolo “Uncanny Valley” di Masahiro Mori fu accolto da Energy nel 1970, un pressoché sconosciuto giornale giapponese, e fu circondato da una grande indifferenza. Oggi questo lavoro non solo è molto studiato dai ricercatori che si occupano di robotica, ma è anche sufficientemente conosciuto dal pubblico. In questo lasso di tempo i prodotti della robotica sono entrati nella nostra vita.

Nel corso del tempo anche l’arte ha contribuito a una sostanziale modificazione della  percezione collettiva di questo rapporto.

Molte performance artistiche hanno rappresentato l’incontro tra il corpo umano e la macchina fino a lasciar delineare la realtà di un corpo postorganico.  Mario Perinola (1994), filosofo e critico d’arte, sottolineava come queste performance, ispirate a suscitare un’emozione perturbante, tendano a cogliere la realtà della società contemporanea essa stessa diventata inorganica, e a configurarsi come lo strumento migliore a renderla comprensibile attraverso i loro effetti perversi.

La filmografia, dal canto suo, ha prodotto negli ultimi decenni opere, divenute care ai cinefili di tutto il mondo, che sembrano raccogliere il desiderio di andare oltre i limiti che l’umano non accetta.

Film ormai storici come Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto (1989), con il corpo-non corpo del personaggio principale e Videodrome di David Cronenberg (1983), che dà spazio alla mutazione della carne effetto dell’esposizione invasiva alla televisione, ci hanno già da tempo abituato alle fantasie di commistione tra organico e inorganico. Sono opere che hanno solo aperto la strada alle riflessioni sul cambiamento radicale che si caratterizza come la cifra distintiva di questi ultimi decenni, in cui l’avvento di tecnologie accelerate, biotecnologie, ingegneria genetica, robotica, protesica, chirurgia, stanno modificando il rapporto del vivente umano con il suo corpo e con il suo essere al mondo.

Un’altra testimonianza di quanto gli interrogativi posti da questo rapporto tra il corpo e l’intervento tecnologico abbiano impregnato l’immaginario collettivo si può cogliere nella larga diffusione di una narrativa di recente pubblicazione. Basterebbe citare Riparare i viventi di Maylis De Kerangal, che coglie i vissuti connessi all’esperienza di espianto e impianto d’organo e Origin di Dan Brown che romanza la fantasia della possibile comparsa di una nuova specie post umana grazie all’ibridazione.

Molti e di diversa natura sono ormai gli interveti che le nuove tecnologie sono in grado di effettuare sul corpo umano. Le metamorfosi, ad esempio, indotte per il raggiungimento di scopi riparativi o per sostenere le funzioni vitali, sono state affiancate da quelle ispirate al raggiungimento di una perfezione estetica ideale. Ben presto la chirurgia estetica ha superato la funzione di riparazione rispetto a danni subiti dal corpo e ha offerto alla massa i mezzi per rincorrere nuovi canoni estetici.

La cultura classica, accompagnata dalla rilettura après-coup fatta dall’Illuminismo e dal Neoclassicismo, ci aveva abituato alla ricerca nell’arte di una perfetta armonizzazione dei rapporti tra le varie parti anatomiche. Il prodotto artistico accoglieva le proiezioni di questo desiderio dell’artista, e dell’ambiente culturale che lo circondava, e nell’autentica opera d’arte si leggeva la sua singolarità. Era un’arte che rispecchiava, nella sua lenta e accurata produzione, la filosofia su cui era improntata una vita sociale che scorreva secondo ritmi lenti.

L’odierna ricerca di un corpo perfetto tende invece alla riproduzione di corpi tutti uguali in cui si perdono le differenze: labbra seriali, nasi preformati, seni siliconati ecc. Paradossalmente, anche le manomissioni che sembrano cercare canoni estetici opposti a quelli comunemente condivisi, seguono una sorta di moda massificante. La serialità dei corpi risponde alla logica della produzione in serie della società industriale, e come un prodotto industriale si possono pensare continui ripensamenti degli interventi precedenti con asportazioni e rifacimenti.

Di frequente si rivela, nei casi d’interventi estetici più invasivi, l’impossibilità dei nuovi particolari a sposarsi realmente con la singolarità di quel corpo.  Le manomissioni rappresentano così esse stesse soprattutto la reificazione dell’inaccettabilità della caducità imposta dallo scorrere del tempo.

In un’epoca in cui il corpo sembra essere centrale, venerato da una scienza che esplora sempre nuove tecniche per ampliarne la cura, si rivela sempre di più la fantasia d’intollerabili limiti corporei, cui si è spinti a porre rimedio con un perenne corto circuito tra fantasie d’impotenza e fantasie di onnipotenza. In questo rapporto con la tecnologia, guidati dalla tendenza di realizzare fantasie e desideri, sono forzate le differenze (sessuali, generazionali ecc.) che caratterizzano la realtà organica, così come la conosciamo da sempre.

Nell’uno e nell’altro caso, riparazione o ricerca estetica, gli interventi ibridano l’organico con l’inorganico e creano ultracorpi, una realtà che pone un interrogativo sulle ricadute che essa può avere sulla formazione dell’Io e sul suo essere innanzitutto un Io corporeo. L’influenza che queste commistioni hanno sul rapporto mente corpo, con le intrusioni sui vissuti relativi al tatto, alla percezione dei ritmi temporali, della voce, della gestualità, ci porta a riflettere sugli effetti che esse hanno sui processi di soggettivazione della vita psichica.

Nei lavori raccolti da Monterosa, Iannitelli e Buonanno, sono affrontati molti aspetti psicologici relativi al superamento dei limiti corporei. Le riflessioni teoriche sono accompagnate dalle esperienze cliniche che a loro volta interrogano la stessa impalcatura teorica della nostra disciplina (L. Monterosa, R. Corsa, A. Gesuè, F. Fiorelli, Marta Vigneri, G. Nociforo).

Il lavoro di G. Ghilardi rilegge criticamente queste aspirazioni alle ibridazioni molto perseguite da alcuni ambienti culturali che poggiano la loro impostazione filosofica su esperienze economiche, come quella della Silicon Valley, entrate ormai nel mito delle nuove generazioni.

Sono inoltre riportate le testimonianze di chirurghi, di pazienti e di artisti (F. Bentivegna) che, con ruoli diversi, hanno fatto diretta esperienza di questa realtà storica.

La lettura del volume, che riprende il ciclo delle pubblicazioni dei Quaderni del Centro Psicoanalitico, ha l’effetto di facilitare l’integrazione di riflessioni sparse legate a esperienze di vita o cliniche che nel corso degli anni il lettore stesso ha già raccolto.

Personalmente, mi sono vista pian piano emergere dalla memoria i racconti dell’amica che ha pensato di doversi asportare il seno per non ripetere il destino genetico della nonna. Ho rivissuto: l’angoscia della signora che ha subito l’asportazione chirurgica del seno a causa di un tumore invasivo; la speranza in cambiamenti magici della ragazzina che per il suo diciottesimo compleanno ha chiesto ai genitori in regalo un seno “nuovo”; l’atteggiamento esibizionista del trans che viene in seduta sfoggiando una serie di piercing estremi, persino sulla lingua, mentre ne descrive altri non in mostra; il dolore non ancora sedato del ragazzo che ha dovuto munirsi di una protesi perché ha perso uno degli arti per un incidente; le fantasie paranoiche del paziente che ha subito un trapianto oculare; lo spaesamento dell’adolescente che si è barricato in casa con il suo computer e sembra non esistere se non può toccarlo/ possederlo con mani e occhi.

I lavori del libro ricordano al lettore che esperienze come queste non sono sparse, legate solo a vissuti individuali, sono piuttosto raccordate con il desiderio ormai diffuso di possedere i mezzi tecnologici in grado di spostare i limiti della sopravvivenza corporea, e ancora di più ampliare la possibilità individuale di acquisire velocemente nuove conoscenze, spesso senza nemmeno preoccuparsi di possederle realmente. Le competenze tecniche per accedere velocemente a esse consentono di sovvertire ogni precedente gerarchizzazione nella trasmissione del sapere: oggi il sapere della Silicon Valley sembrerebbe poter fare a meno di quello di Atene.

Ancora una volta siamo lambiti dalle considerazioni di quanto la vita psichica individuale si articoli con il sociale, un quesito che attraversa da sempre la teorizzazione psicoanalitica. Nel contesto socio culturale fuori dalla stanza d’analisi, tutto sembra rimandare alla negazione di ogni perdita, alla non accettazione della finitezza del corpo, delle sue trasformazioni, della sua collocazione spazio-temporale, alla ricerca di agiti che possano rafforzare questa negazione.

La clinica contemporanea mostra la difficoltà che i nostri pazienti hanno nello sviluppare, in una società iperaccellerata e ipereccitabile, una depressività (Fédida, 2002) necessaria per sottrarsi all’eccesso di eccitazione, difensiva della vita stessa.

La Chasseguet Smirgel, aveva guardato al corpo come specchio del mondo. Il corpo, nella sua funzione d’interfaccia tra realtà interna e realtà esterna, è il primo rivelatore dei cambiamenti che si succedono in quest’ultima.

Quest’Ultracorpo è lo specchio di un mondo che verrà?

 

 

Bibliografia

Brown Dan (2019), Origin, Feltrinelli Ed., Torino

Chasseguet Smirgel J. (2005), Il corpo come specchio del mondo, Raffaello Cortina Ed. Milano

Fédida P. (2002), Il buon uso della depressione, Einaudi Ed, Torino

Ferraro F. (2019) Il corpo come esperienza di lavoro per il pensiero, Riv. Psicoanalisi, 1, 157-165

Freud S (1929), Il disagio della civiltà, O.S.F.10, Bollati Boringhieri Ed., Torino

Freud S, (1919), Il Perturbante, O.S.F. 9, Bollati Boringhieri Ed., Torino

Lemma A. (2011), Sotto la pelle- Psicoanalisi delle modificazioni corporee, Raffaello Cortina Ed.

Macri T., (2006), Il corpo postorganico, sconfinamenti della performance, Costa e Nolan Ed., Genova-Milano

Maylis De Kerangal, (2017) Riparare i viventi, Feltrinelli Ed., Torino

Masahiro Mori, (1970), Bukimi no tani- Uncanny Valley, riv. Energy, 7 (4), 33–35

Monterosa, Iannitelli, Buonanno, (2021), L’Ultracorpo –Psicoanalisi, corpi e biotecnologie Alpes Ed., Roma

Perinola M. (1994), Il sex-appeal dell’inorganico, Einaudi Ed., Torino

Schiappoli L., Finitezza Editoriale, riv. Notes N°5, Biblink Ed., Roma