Il metodo delle associazioni libere

Alessandro Garella

Nicht Kunst und Wissenschaft allein, Geduld will bei dem Werke sein.1

1-   Introduzione: il senso del metodo delle associazioni libere

Ha senso parlare oggi di associazioni libere? L’interrogativo che pongo qui, oggi, riprende la riflessione svolta nel precedente incontro in modo più specifico. Il dibattito sull’argomento è tuttora aperto, essendo discussa la legittimità dell’espressione ‘associazioni libere’2 sia sul piano fenomenico che su quello concettuale e metodico (Garella 2011, Semi 2011). Accresce la complessità, o forse la confusione, la disinvoltura con cui l’espressione ‘al’ viene utilizzata all’interno di piani teorici e discorsivi diversi. Per es. nelle discussioni che la riferiscono al piano procedurale si parla di ‘metodo delle AL’; nelle riflessioni sulla tecnica si parla del ‘procedimento delle al’; nella costituzione del dispositivo analitico diviene la ‘regola fondamentale’. Nonostante i numerosi tentativi di chiarire le differenze teoriche sottostanti alle diverse occorrenze – in particolare nella psicoanalisi francese, ma anche in area anglo- sassone britannica – rimane l’impressione di un uso plurivoco dell’espressione.
Nel dibattito, in sintesi, si individuano due posizioni metodologiche diverse:

a)la prima riguarda la possibilità che il metodo AL continui ad avere un significato in quanto procedura attiva sul piano epistemico della produzione di conoscenza. A questo livello ci si interroga se e come il metodo AL possa trovare l’oggetto che la teoria concepisce/definisce, oggetto che rispetterebbe il senso antico di objectum, ciò che viene gettato davanti al pensiero che lo vuole conoscere. Alcuni, tuttavia, sottolineano che il metodo non debba limitarsi a mirare al ritrovamento di ciò che già c’è – l’oggetto, il ricordo, il contenuto psichico – ma “prevedere – se non prescrivere – i suoi stessi fadings” (Donnet 2018 p.5). I fadings di Donnet sono le attenuazioni, le sospensioni, le variazioni nelle libere associazioni che il metodo autorizza come possibilità conoscitive e realtà espressive e che il suo complementare, il metodo dell’attenzione fluttuante, viene chiamato a raccogliere per dare senso a ciò che ha fatto senso nel Questa concezione introduce il metodo a una dimensione paradossale, quella del trovare ma anche creare il contenuto psichico (qui definito ‘oggetto’ in senso generico) attraverso una procedura che metta a fuoco l’oggetto mentre quest’ultimo gli impronta la propria presenza facendo senso. In tal senso il procedimento freudiano delle origini si rivela un tipo di tecnica storicamente superata quando lo sviluppo della teoria metapsicologica, con la seconda topica, si confronta con ciò che non c’è (per l’assenza del ricordo, per l’immaturità nell’esperienza o l’insufficienza da trauma dell’istanza egoica e/o di quella super-egoica o ideal-egoica).
Il procedimento tecnico freudiano elaborato nel trattamento dell’isteria tramontò solo per trasformarsi in metodo, inserendosi come procedura d’indagine al fianco dell’interpretazione e del transfert. Il passaggio di livello, da procedimento a procedura, è rinvenibile anche nell’istituzione della regola fondamentale (Hauptregel), per la quale il metodo deve essere assunto dall’analizzando: l’assoggettamento alla regola rende possibile al metodo di trovare/creare il contenuto psichico inconscio, lasciando aperta l’indefinita combinazione del senso fra ciò che vi mette e trova l’analizzando e ciò che proviene dall’analista.

b)la seconda questione metodologica s’incentra sull’interrogativo se il metodo AL produca o induca l’emergenza di contenuti psichici dotati di significato o se, parallelamente e aggiuntivamente, faccia senso in sé. In altri termini, si tratta di considerare se il metodo AL oltre alla capacità di produrre conoscenza semantica, simbolica, cosciente e linguistica, svolga una funzione semiotica, attingendo o mettendo in luce sensi appartenenti a codici diversi da quello linguistico. Come vedremo in seguito, il metodo potrebbe cogliere il senso sensibile, il senso della sensibilità corporea intesa come un codice e non come mero funzionamento somatico, come pura fisiologia. Un senso sensibile a volte prossimo alla parola, a volte lontano e in apparenza indicibile se non dopo un lungo lavoro di avvicinamento e rappresentazione che, letteralmente, gli dia In questa seconda modalità d’investigazione, il metodo AL, inteso nei termini di dotazione di mezzi per un fine, avrebbe la possibilità e il compito di rintracciare il senso là dove esso si fa, si forma, e non solo dove esso si compie in una forma canonica per la coscienza, la rappresentazione verbale, connessa alla semantica e intrinseca ai processi di pensiero cosciente e razionale. Il metodo AL, cioè, – come scrive Donnet (2005 p.140) – produrrebbe una situazione nella quale viene a confondersi la distinzione mezzi-fini valida a livello metodologico. Un mezzo può trasformarsi in un fine e viceversa: per es. quando le libere associazioni dell’analizzando, inibite o anche impossibili, rendono necessario che il metodo si assesti rinunciando alla produzione associativa come mezzo ed assumendo l’associatività dell’analizzando come un fine, un obiettivo. In questi tipi di trasformazione mezzi-fini il metodo AL è assistito dagli altri due, il metodo dell’attenzione fluttuante e quello dell’interpretazione, che funzionalmente lo integrano nel raggiungere l’obiettivo dell’apertura ad un discorso associativo.
Le situazioni metodologiche sopra esposte condividono nel loro insieme la constatazione che fra teoria e clinica esista uno scarto, ma assumono posizioni diverse quanto alla conclusione. Una ritiene che lo scarto teorico-clinico sia una contingenza superabile con l’abolizione del metodo AL e/o con l’affinamento della teoria. L’altra fa dello scarto un punto di repere, insieme identitario e conflittuale, dell’esistenza di un divario originario fra teoria e clinica: divario imputabile al fatto che sul piano teorico e su quello fenomenologico-clinico intervengono processi psichici diversi, che impediscono una sintesi e un’integrazione fra teoria e clinica se non in misura limitata, contingente e imperfetta. Per chi vede nello scarto teorico-clinico una matrice e non un’insufficienza, il metodo AL, insieme agli altri, lavora per il mantenimento dello scarto come luogo di formazione dello psichico nella cura con lo stesso movimento con cui cerca di riempirlo volta a volta. Si tratta evidentemente di una posizione che assume il paradosso come obiettivo piuttosto che limite o distorsione dello strumento metodico.
Per entrare in argomento più in dettaglio e proseguire la discussione svolta in testi precedenti (Garella 2011 e 2022) il tema del metodo AL può essere sviluppato dal punto di vista del linguaggio, del codice, e da quello normativo ed epistemico.

2-   Metodo AL e linguaggio.

Freud escogitò il ‘procedimento’ di lasciare libero il discorso delle sue pazienti come riconoscimento della richiesta da loro posta di una sorta di ‘libertà di parola’. L’osservazione che ne seguì fu che il discorso della paziente apportava più informazioni sul sintomo, sugli avvenimenti traumatici e sui ricordi connessi, di quanto facesse l’operazione autoritaria della suggestione ipnotica. Freud intravvide la possibilità di fare a meno dell’intrusione della volontà di sapere del terapeuta – come scrisse in seguito si servì di un agire ‘per via di levare’ (Freud 1905b). Il discorso libero della paziente divenne un tratto distintivo della psicoterapia freudiana di quel tempo, una tecnica facilitatrice del recupero del ricordo e della messa in parola del trauma come operazione causalmente riconoscibile di cura e guarigione. Il procedimento venne seguito da Freud nella propria analisi e nell’analisi dei sogni. Da allora il procedimento tecnico si fonda, almeno in parte, sull’assunto che vi sia un oggetto già-là (sintomo, sogno, atto mancato, lapsus,…) che le al mettono in luce. Esso, perciò, e la regola che lo introduce sono legati alla teoria dei sistemi psichici (la prima topica), e al gioco o funzione della rimozione. Il passaggio da procedimento a metodo e l’enunciazione al paziente della regola corrispondente3 hanno mirato a rendere possibile nei tempi lunghi del trattamento la produzione di un oggetto da sottoporre all’interpretazione.
Il procedimento tecnico e la procedura metodica con il tempo si sono differenziati per l’obiettivo. Il primo mira a recuperare ciò che c’è ma è rimosso, per inserirlo nei processi associativi coscienti attraverso la verbalizzazione. La seconda ha un obbiettivo meno focale, mirando alla ricerca di un oggetto interpretabile: un contenuto o un processo psichico ammissibile alla coscienza e al linguaggio perché suscettibile di immissione nelle reti associative già presenti e di interpretazione grazie all’intervento di un altro, l’analista. Questi, ricorre all’uso prima del metodo dell’attenzione fluttuante nell’ascolto e poi del metodo dell’interpretazione nella comunicazione con l’analizzando.
Nel progresso teorico che va dal procedimento alla procedura il metodo AL investe il linguaggio in maniera diversa rispetto alla tecnica inziale: a) non lo concepisce più esclusivamente come mezzo per il fine d’investigare processi psichici, inaccessibili o quasi in altri modi; b) la ricerca non mira solo o principalmente alle rappresentazioni non volute o non finalizzate (Einfälle), che sottostanno a quelle finalizzate coscienti e appartengono a catene associative inconsce;4 c) l’applicazione del metodo non consiste nel ‘lasciar fare’ al paziente che parla e racconta. La procedura metodica che finisce per imporsi nel trattamento guarda al dire più e oltre che al detto; considera non solo le al prodotte dal discorso ma tende a cogliere in quest’ultimo le concatenazioni associative, cioè le manifestazioni di un’associatività che la psicoanalisi considera come prova di un pensare continuo e sovradeterminato eccedente la coscienza. L’associatività, che il metodo cerca di (ri)costruire e la regola fondamentale si propone di prescrivere, fa pienamente parte della cura, costituendone tanto un obiettivo, soprattutto per l’interpretazione e il transfert, quanto un mezzo per il progresso della cura stessa.
Al contrario delle tesi che sostengono l’impossibilità metodologica e fenomenica delle al poiché il determinismo e la continuità psichica le impedirebbero su base teorica e fattuale, il metodo AL fa apparire l’impossibilità di sfuggire al determinismo psichico sotto una luce diversa. La comparsa di ‘rappresentazioni finalizzate’ non coscienti (preconsce) non riguarda la continuità psichica connessa al discorso cosciente, alla successione di pensieri riportata nelle parole. Essa rivela invece che determinismo e continuità sono connesse alla dimensione processuale dello psichismo e che il linguaggio offre a quest’ultima – come sostiene Kaës – la propria organizzazione polifonica, attraverso la polivalenza della parola, in cui si attualizza la sovradeterminazione della parola stessa. Kaës si ispira a Bachtin per il quale il linguaggio ha una dimensione e una forza dialogiche raccolte nel termine ‘pluridiscorsività’ (Kaës 2002). Semi (2011 p.49), per parte sua, nel presentare una sintesi delle premesse teoriche del metodo AL mette al primo punto la necessità della coscienza di ricevere un continuo rifornimento di “materiale psichico” proveniente dall’interno dell’individuo; i due punti successivi da lui rilevati sono che i legami tra contenuti psichici non avvengono su basi razionali e che l’attività psichica è in larga parte inconscia. Il ‘continuo rifornimento’ menzionato da Semi è giustificato su base teorica metapsicologica dal concetto di pulsione, in quanto spinta continua, e dalla nozione di associatività dei processi psichici, posta per primo da Freud a partire dal modello neurologico della ‘facilitazione’ (Bahnung), e si realizza sul piano doppio dell’associazione d’idee e dell’associazione verbale.
La richiesta del metodo AL, infatti, così come tradotta nella regola fondamentale, è “Dica dunque tutto ciò che Le passa per la mente” (Freud 1913-14 p.344) e ciò include non solo la parola volontariamente detta ma anche l’endo-percezione (Donnet 2018 p.12), che interessa le idee, le immagini, le sensazioni, i desideri, gli stati corporei, … Le parole dette, a loro volta, sono parte integrante del funzionamento associativo, favorendo il gioco dei significanti di parola su cui Freud e Lacan hanno molto insistito; esse godono inoltre della possibilità di porsi come attrattori di rappresentazioni di cosa attraverso il relativo indebolimento della censura Inc/Prec. L’esempio freudiano del viaggiatore – che descrive il paesaggio che vede scorrere stando seduto accanto al finestrino del treno che lo trasporta – rispetta soprattutto la modalità dell’auto-osservazione riversata nella parola, che allora è veicolo del visto inteso come contenuto. In questo caso la regola e dietro di lei il metodo appaiono porre un sigillo di conferma ad un’azione psichica in cui la parola raccoglie il sensibile dell’immagine e dell’immaginativo: ‘visto, si parli’.
Nello sviluppo della psicoanalisi, tuttavia, si è fatta strada una visione diversa, ulteriore ma non sostitutiva, secondo cui nella cura la dinamica della seduta può prendere la forma di una discorsività in cui l’analizzando è agìto dalla propria parola, come un lapsus di cui non se ne sa nulla. (Donnet 2018 p.14) Si manifesterebbe allora un parlare secondo una modalità che sovverte le regole di costruzione del discorso, degli enunciati, anche della sintassi. Il discorso può divenire impersonale, oppure assumere una personalizzazione che però non sembra riferirsi al parlante, ma a un altro che prende la parola del parlante, oppure ancora il discorso può svolgersi secondo una modalità che confonde esistenza e possibilità, asserisce mentre nega, cerca di costruirsi un ascoltatore per se stesso più che sforzarsi di trovare un ascoltatore che gli risponda.
Un discorso che parla: come non ricordare l’espressione lacaniana “ça parle”? Ma chi o cosa parla nel discorso che parla? La talking cure di Anna O. è ‘cura delle parole’ o è letteralmente ‘cura parlante’, cioè è l’impersonale soggetto del proprio discorso? La questione del ‘chi’ o ‘che cosa’ parli nel discorso analitico – qui soprattutto nell’analizzando che segua il metodo AL – è di basilare interesse teorico e clinico. Il discorso dell’analizzando in effetti può apparire sotto luce diversa a seconda delle circostanze del momento: l’analista vi può cogliere la spinta del rimosso e la presenza di una soggettività egoica preconscia, alla quale egli deve offrire l’interpretazione come apertura o facilitazione di una via associativa per l’approdo alla coscienza. In altri momenti l’analista può osservare il prodotto dell’associatività dell’analizzando come un derivato più stretto dell’inconscio, cioè come una formazione dell’inconscio, alla stregua di un sogno diurno o di una fantasticheria nel senso freudiano (Freud 1908).
Sul piano teorico, il ‘chi’ o ‘che cosa’ implica concezioni teoriche assai diverse, metapsicologiche o non, relative a come intendere la posizione e il ruolo della soggettività nel mondo psichico. Sull’argomento le distanze sono notevoli: si va dall’assunzione che l’inconscio è impersonale e dunque estraneo alla soggettività comunemente intesa, alla concezione di un ‘soggetto dell’inconscio’ che parla nascosto nella catena dei significanti del discorso, all’assunto di una soggettività che sia base del discorso e che garantisca che ci sia sempre un parlante a cui l’ascolto può rivolgersi, fino a concezioni che vedono la soggettività come risultato di un processo di sviluppo e funzione di relazioni intrapsichiche, intersistemiche e soprattutto interstrutturali.5 Non è affatto casuale che concezioni diverse della soggettività si relazionino in maniera differente con il metodo AL, ora sviluppandolo e articolandolo, ora depotenziandolo da metodo a situazione generale della discorsività (Ponsi 2012), ora rifiutandolo in toto (per es. Fónagy & Fónagy 1995, Hoffman 2006).
Mi sembra utile a questo punto ricordare la differenza logica e linguistica fra soggetto dell’enunciato e soggetto dell’enunciazione: se il primo sembra essere coincidente con il parlante – almeno a prima vista, come si vedrà dopo -, il secondo, il soggetto dell’enunciazione, non si rivela così identificabile attraverso il concetto di soggetto comunemente inteso. Questo perché esso, più che un soggetto, appare un punto di vista, una ‘voce’ dalla difficile se non misteriosa identità. Il metodo AL in questi frangenti a mio avviso esprime la massima capacità di trovare/creare il suo oggetto. La ‘voce’ enunciante, ben più di quella enunciata, può provenire dal luogo del fantasma o dell’oggetto nella sua rappresentazione più arcaica; oppure, seguendo la formulazione lacaniana del ‘ça parle‘, il discorso associativo dell’analizzando è il porta-parola di un’istanza trincerata dietro un funzionamento che agisce la parola più che usarla. Com’è noto ad ogni analista, in certi discorsi intrisi di ‘una pura cultura di morte’ parla un Super-io arcaico e mortifero per la distruttività che lo impregna. In altri momenti associativi la voce appare provenire da un luogo – lo stagno in cui Narciso guarda senza fine un’immagine – in cui l’integrità psichica, il funzionamento egoico e la possibilità di concepire l’altro come oggetto-altro-soggetto, e non come l’Eco del mito con il suo flebile richiamo, dipendono tutti dalla parola di un Ideale che nulla può dire di diverso dall’offrirsi ad una illimitatezza in cui il godimento ignora l’oggetto, il conflitto e il desiderio stesso. In altri casi ancora, in cui domina una conflittualità nevrotica, ossessiva o isterica, si notano modalità discorsive dominate da una retorica interna alimentata dalle passioni e dal conflitto dei desideri. Le associazioni in questi casi possono mostrarsi nella forma di un discorso mirante alla convinzione di qualcuno che ascolta, relativamente a temi centrali dell’analizzando. Dico volutamente ‘qualcuno che ascolta’ perché trattasi di un ruolo che può concernere ora l’analista ora l’analizzando stesso ora la coppia e addirittura il gruppo familiare del romanzo delle origini, convocato a testimoniare con e nell’ascolto.
L’ascolto perciò va considerato non solo come funzione dell’analista inquadrata dal metodo dell’attenzione fluttuante, ma anche come condizione implicita del metodo AL. La prescrizione metodica di ‘parlare’ infatti ha senso e produce senso perché c’è qualcuno che ascolta. Tuttavia, come ci sono modi diversi di parlare associativamente, luoghi diversi da cui viene la parola, obiettivi e destinatari differenti del discorso associativo, così troviamo che l’ascolto può essere svolto da un altro esterno, l’analista, ma anche un altro interno, e quest’ultimo può essere una figura singola e specifica come pure una figura collettiva, come accade nel sogno. Non sempre è facile capire chi o che cosa parli ma anche a chi o a che cosa sia diretto quel parlare.
Se parlare in libere associazioni richiede un minimo di dissociazione, allora va considerato che tutto ciò che si oppone alla dissociazione, vissuta come minaccia più o meno catastrofica, o che al contrario si fonda sulla dissociazione per tenere a distanza ciò che non può venire pensato né detto, renderà il metodo AL pericoloso, insostenibile, incomprensibile. L’analizzando non potrà accettare di ascoltarsi parlare né, a volte, di essere ascoltato dall’analista nella sua modalità di ascolto sospeso. Si produrranno difese nei confronti del metodo AL e si svilupperanno funzionamenti anti-associativi (Donnet 2018 p. 23): pensiero operatorio; pensiero maniacale; pensiero ‘pseudoassociativo’ per alta pressione della resistenza6 rinviante anche ad una fobia del pensiero; posizione fobica centrale di Green (2000b) dovuta a nuclei traumatici sepolti, per la quale c’è il terrore di “morire di dire tutto” per la reviviscenza brutale e disorganizzante legata al dire.
In questi casi Il linguaggio va a pezzi ma i codici sottostanti resistono e si rendono coglibili a chi sa ascoltare.

3-   Metodo AL e semiosi

Il metodo AL è centrato sulla e intriso della parola in tutte le sue forme e funzioni a tal punto che risulta occultata un’altra sua caratteristica, quella di essere una procedura codificata che mantiene una propria indipendenza pur poggiando sulla parola. Come si è detto in precedenza (Garella 2022) il metodo psicoanalitico possiede qualità e dimensioni semiotiche prima ancora che semantiche. L’affermazione vale anche per i metodi analitici specifici e quindi anche per quello AL, il quale, per rimanere nell’ottica della semiosi di C.S. Peirce, mira a fare segno attraverso la parola e non solo a utilizzare il segno verbale come tale. Una riflessione di Alfandary coglie bene questo punto: “Il corpo parla ma il suo discorso prende in prestito – se necessario – mezzi pseudo-somatici. Il sintomo che colpisce la paziente è accompagnata da una semioticità proteiforme e eterogenea che la psicoanalisi prenderà sul serio accettando il rischio di accrescerla. Il sintomo isterico, così come costituito nella teoria freudiana, si sgancia dal quadro nosografico della psichiatria per divenire enigma. In “Dora” Freud estende l’attenzione clinica dell’analista ad una duplice sfera: “dobbiamo prestare alle condizioni puramente umane e sociali dei malati altrettanta attenzione che ai dati somatici e ai sintomi morbosi”. Al contrario della clinica praticata in ospedale, descritta da Michel Foucault, l’“estrinseco” non viene più scartato: al contrario esso indica la direzione da percorrere. La “verità” della malattia cambia di statuto: essa non è più riconoscibile ad occhio nudo, ma è corroborata da un racconto. L’insignificante, l’infimo, il minuscolo, il trascurabile occupano un posto enorme nella nascente scienza analitica.” (Alfandary 2021 p.69-71, tr. mia). Non meno esplicita è la Kristeva (1977) quando sostiene l’esistenza di “una modalità della significanza”, definita semiotica, diversa, anzi eterogenea, da quella del senso o della significazione, per la quale ella ritiene necessario il pensare ad un soggetto in processo. La Kristeva afferma che alcune modalità di linguaggio – a mio avviso anche di discorso -, come per esempio il linguaggio poetico e le modalità comunicative fondate sulla ripetizione, sul ritmo, sull’intonazione, ecc., rappresentano l’eterogeneità del semiotico, che secondo l’autrice rinvia al “corpo pulsionale”. Le tesi di Kristeva possono illustrare, all’interno della differenza fra linguistica e psicoanalisi, un punto di convergenza, rappresentato dal fatto che il valore linguistico intensità è concettualmente affine al valore affetto della psicoanalisi (Garella 2005), punto di convergenza tuttavia che rivela quanto in psicoanalisi il linguaggio sia sempre più di una lingua (come sistema e struttura), ispessito com’è da intenti espressivi e comunicativi obbedienti ad una semiotica affettiva e corporea.
La semioticità del metodo AL può essere osservata più da vicino attraverso i concetti sviluppati dalla teoria semiotica peirciana: icona, indice, simbolo. Vi sono circostanze, per es., in cui il metodo AL sembra fallire perché l’analizzando non associa ma ripete le sue associazioni, come un flusso di pensiero precostituito in cui la variazione è esclusa o chiusa nel flusso stesso di pensieri e parole; anche l’ascolto fluttuante dell’analista pare bloccato. Ma si può dare il caso che l’analista esperto e soprattutto paziente sia colpito da una qualche caratteristica della forma del discorso – intendo l’apertura e la chiusura, la successione dei pensieri e/o di certe parole, la prosodia del parlato, da una particolare combinazione di postura e/o movimento e momento del discorso, da un tipo di retoricità7 del tono dei pensieri o dell’insieme del discorso. Sono queste le circostanze in cui l’analista può essere attratto da un senso del discorso, che prescinde dai contenuti in quanto enunciati simbolici e gli fa segno come indice o icona di qualcosa. Una manifestazione indicale del discorso associativo dell’analizzando può essere quella di costruire una situazione equivalente ad una fotografia o al puntare l’indice in una direzione: tocca all’analista ‘vedere’ una fotografia nella concatenazione o rete delle associazioni dell’analizzando o sentire che il discorso ‘punta’ a qualcosa che non sta in nessuna associazione in particolare, e chiedersi chi o che cosa sia rappresentato o indicato in quella seduta. Situazione che rende l’hic et nunc della seduta vivo e pressante, comunica uno stato transferale attivo e sollecita nell’analista lo sviluppo di un’interpretazione. Altre volte l’intervallarsi nel discorso di suoni non verbali (onomatopee, schiocchi, lallazioni, ecc.) o l’impressione che le associazioni nel corso della seduta, il più spesso come fili associativi più o meno ampi e sparsi del discorso, sembrino ordinarsi a formare una figura, un ritratto o una mappa, rinviante ad un contenuto inconscio. Mentre il segno indicale punta a un contenuto inconscio già-lì, quello iconico o spesso la commistione dei due può rinviare a un ancora-da-dire o da essere-nella-parola, ancora aldilà delle associazioni e non ancora già-lì come per i contenuti rimossi.
Il metodo AL in questi casi va oltre se stesso: si attenua, si indebolisce (il fading di Donnet) perché l’oggetto che gli compete non può essere trovato se non creandolo attraverso le associazioni. Qui è evidente come solo il transfert, per la sua capacità di porre in presenza ciò che è virtuale perché rimosso o segnato dall’assenza, possa completare l’azione del metodo e favorire il passaggio dalla semiosi alla semantica.
I passaggi di codice e le trasformazioni del tipo di segno, sia spontanei che realizzati attraverso la decodifica permessa nell’analista dal metodo dell’attenzione fluttuante, di solito trovano il loro culmine simbolico nell’interpretazione. Ma è proprio nei passaggi e nelle trasformazioni di codice e di contenuto che l’après coup si rivela in funzione anche nel discorso associativo, potendo un contenuto associativo o una serie di associazioni essere significate o ri-significate da elementi successivi. Oppure può accadere di notare che un certo contenuto o discorso si estenda nel tempo, scomparendo e riapparendo in momenti successivi anche distanti. Non essendo possibile qui una trattazione più estesa, mi sembra necessario ricordare gli studi di Green sul linguaggio e la psicoanalisi e in particolare i concetti di riverberazione retroattiva e irradiazione associativa (2000a).

4-   Metodo AL e regola fondamentale

Il metodo AL si avvale della regola fondamentale, suo corollario, come principio mediatore fra la procedura astratta che lo costituisce come metodo e la sua realizzazione concreta, sempre contingente e individuale. Con la regola la parola viene posta tra i due poli della soggettivazione e dell’oggettivazione, così che le vicissitudini a cui va incontro nel transfert e nella relazione analitica possono volgersi a, e ricevere da, entrambe le direzioni, quella del soggetto e quella dell’oggetto. Secondo Donnet (2018) la regola cancella la distinzione fra momenti in cui il soggetto parla a proprio nome e quelli in cui riferisce pensieri non voluti; fa scomparire il riferimento all’oggetto d’investigazione definito in precedenza, rendendo lo spazio-tempo della seduta il luogo in cui ‘l’oggetto’ va al contempo prodotto e interpretato e l’oggetto stesso sarà a sua volta un porta-soggetto. In questo movimento viene a porsi la questione della soggettivazione per l’analizzando e s’incardina la posta etico-tecnica per l’analista. La parola spontanea della libera associazione non permette più di sospendere la problematica del soggetto parlante né di separare il detto dal dire; in più, la caratteristica transizionale della regola si rivela pienamente quando lo scambio fra parola detta e parola ricevuta appaiono libere da un’attribuzione a un soggetto o a un oggetto troppo precocemente posti e definiti. Il metodo AL, dunque, vede nella regola fondamentale un’attualizzazione, un’istanziazione concreta e presente; la regola s’incarica di esercitare una funzione transizionale sulla parola e sul dire. Per quest’ultima caratteristica la regola, scrive Donnet, rende compatibili i due fini o compiti che la costituiscono – fungere da mezzo d’investigazione e da mezzo di trasformazione -, ben illustrando anche l’osmosi fra mezzi e fini perché il progresso nella sua applicazione viene a fare parte dei ‘risultati’ della cura.
Il progresso del trattamento, parafrasando Semi (2011), deriva dal riconoscimento del gioco delle regole derivate dal metodo, di cui la regola fondamentale è il principio inquadrante, e dall’azione combinata del transfert e del controtransfert che derivano e alimentano il corso associativo. I blocchi e gli sbocchi dell’attività associativa, che avvengono in presenza di un altro, mostrano a entrambi i membri della coppia analitica non solo i contenuti inconsci, ma gli stessi processi difensivi e identificatori in forme indicali e iconiche, come detto sopra. Semi sostiene a ragione che il metodo clinico psicoanalitico si basa sulla collaborazione fra due persone al fine di consentire a una delle due il ripristino della funzione associativa e per conseguenza che l’analisi delle opposizioni al metodo è un punto cruciale del trattamento. Può essere fatta risalire alle resistenze dell’analizzando all’associatività prescritta dalla regola, infatti, la circostanza messa in luce da Anzieu (in Rosen 1969) sulla base dell’analisi semantica della regola e del metodo AL sottostante: nel dire associativo si (con)fondono due significati, ‘dire ciò che si sa’ e ‘dire ciò che si può’, rinvianti a circostanze ben diverse del ‘dire’, da cui discendono differenti problematiche di conoscenza e capacità nell’analizzando che associa così come nell’analista in ascolto.

5-   Metodo AL e azione psichica

La regola, infine, esprime un significato pragmatico dell’‘agire’ per il fatto che può divenire regola di un gioco che l’analista conosce bene e che l’analizzando deve accettare, ciascuno facendo la propria parte. Il riferimento alla regola come quadro di gioco viene arricchito se si concepisce il gioco secondo la nozione di playing proposta da Winnicott (1942,1971,1989). Diversamente dal game, il gioco ordinato da regole e indirizzato ad un fine prestabilito, il play o meglio il playing è ‘l’azione creativa’, il giuoco in cui le regole non sono l’elemento principale o inquadrante ma si limitano a sostenere un processo o un’attività giocosa in cui la scoperta delle regole stesse avviene nel momento in cui il bambino le inventa. Il playing winnicottiano rimarca l’apertura (Lenormand 2018) necessaria perché si formi l’esperienza: in questi termini la deriva associativa, nei momenti migliori, ricrea un’area di gioco, in cui il playing somiglia al pensiero onirico diurno descritto da Freud già nell’Interpretazione dei sogni. Il playing, a mio avviso, può essere diverso anche dal play quando quest’ultimo si esprime nell’esecuzione di ruoli invece che come esplorazione e invenzione. Quando la regressione in analisi tocca il playing, infatti, si offre all’analizzando una situazione di enunciazione transizionale, nella quale la parola ricevuta può essere vissuta come parola creata, offrendo un’intimità che fa del linguaggio lo spazio transizionale per eccellenza dell’analisi.
Il collegamento fra metodo AL e i differenti modi e svolgimenti della sua applicazione attraverso la regola è assicurato da un altro e più sottostante piano concettuale, relativo ai diversi modi di concepire l’azione psichica stessa. Il verso goethiano “In principio era l’Azione” più volte richiamato da Freud (1912-13, 1921, 1926, 1927) testimonia l’intima convinzione freudiana che lo psichismo sia una forma di attività corporea e che il pensiero stesso sia un’azione che implica un lavoro. Per comprendere lo sviluppo del pensiero verso la parola, secondo Freud, non è necessario abbandonare la nozione di lavoro psichico ma solo occorre concepire l’introduzione di un’economia e una dinamica differenti da quella somatica, il cui risultato finale e più evoluto è l’azione simbolica espressa dal e nel linguaggio verbale. Scrive Freud (1926 p.355-56): “Certo in principio era l’Azione; e il verbo è venuto solo più tardi, e gli uomini hanno sotto un certo riguardo fatto un gran passo sulla via della civiltà quando l’azione si è attenuata in parola.” La questione, tuttavia, appare più complessa solo che si leggano con attenzione e per intero i versi goethiani di riferimento. Si constata allora un procedere del pensiero del poeta ‘Im Anfang war’ (In principio era) da ‘das Wort’ (la Parola) a ‘der Sinn’ (il Pensiero) a ‘die Kraft’ (la Forza)8 per finire con ‘die Tat’ (l’Azione). In un’analisi di questi versi lo psicoanalista J. Press rileva che: “il movimento del pensiero di Faust distogliendosi dalla forza per dare priorità all’atto manifesta una doppia progressione: dapprima la parola tedesca “Tat” ha una connotazione polisemica – atto, ma anche azione riflessiva – che risolve la connotazione puramente economica, bruta, che caratterizza la forza. Peraltro se è possibile eventualmente concepire un “atto” senza “attore” (l’esempio che mi viene in mente è quello di un neonato che si agita e si dimena: non sarebbe senza abuso del linguaggio definirlo l’agente dell’azione di dimenarsi), non si può immaginare un atto senza corpo.” (Press 2021 p.582-3) Ma se l’atto presuppone un corpo, non è detto che la sua agency sia altrettanto immediata come testimoniano diversi tipi di atto senza attore della psicopatologia, quotidiana e non.
Generalizzando, se lo psichismo è sotto il segno dell’agire, prima ancora della differenziazione in rappresentazione di cosa, di parola, di affetto, allora vale la pena di considerare come il metodo AL, in quanto procedura logico-empirica, sia una forma o tipo simbolico di azione che entra in relazione con le altre forme dell’agire psichico. Roussillon (citato da Donnet 2005 p.46) sostiene: “Nella triade pensiero, parola, atto, ciò che più conta sono le relazioni dinamiche di appoggio, di antagonismo e di sostituzione”. Donnet dal canto suo, partendo dal significato e dal ruolo dell’agieren freudiano, sostiene che, poiché il ‘dire’ della regola o del metodo prescrive quell’azione particolare che è il transfert sulla parola (Green 1995), allora si può ritenere che l’azione analitica essenziale consista nel rendere il dire un fare, lasciando al metodo, alla relazione, alla contingenza degli eventi in seduta le necessarie precisazioni.
Donnet approfondisce l’argomento del rapporto fra parola e azione distinguendo tra parola dell’agìto, parola agìta e atto di parola (2005 p.64): la prima “non sarebbe altro che l’indizio dell’agire che la determina”; la parola agìta a sua volta “non designerebbe alcun enunciato in sé, clinicamente obiettivo; essa si definirebbe in riferimento all’ascolto dell’analista, alla sua attesa, e nella relazione con il gioco che la regola fondamentale postula per ‘fare significato’”; l’atto di parola, infine, porta a “compimento il transfert sulla parola”.9 In queste riflessioni è possibile vedere un tentativo di ordinare il rapporto fra parola e azione a seconda delle posizioni aperte in seduta e degli oggetti dell’azione combinatoria dei metodi negli eventi della seduta. Se è l’agìto a mettere in moto il dire, allora la parola sarà parola dell’agìto, cioè l’avvio di un dire che è principalmente un fare; ma è la persistenza del dire in quanto fare che rende visibile la parola agìta allo psicoanalista, a cui è richiesto fare orecchio ad un senso il cui codice solo in apparenza è linguistico ma in sostanza semiotico (spesso corporeo) e perciò da ricercare, trascrivere, tradurre, traslare. L’atto di parola infine porta l’azione del dire in quanto fare alla traslazione finale sul dire in quanto parlare e intendersi, sull’investimento del linguaggio come ‘via finale comune’ (Green 1984).

1 Non solo perizia e dottrina, Pazienza esige un tal lavoro! Parole pronunciate da Mefistofele (!), in Goethe, Faust, parte prima, La cucina della strega, vv. 2370-71. Citato in Freud 1905a p.312.
2 Per ragioni di brevità nel testo mi riferirò al concetto e al metodo delle associazioni libere con l’abbreviazione in maiuscolo ‘AL’ e al riferimento fenomenico e descrittivo con ‘al’ in minuscolo.
3 Cf. Garella 2011 per i riferimenti bibliografici freudiani sulla regola e sulle sue definizioni.
4 Laplanche e Pontalis (1974 p.496) attribuiscono alla regola fondamentale il favorire “l’affiorare di un tipo di comunicazione in cui il determinismo inconscio è più accessibile per l’apparizione di nuove connessioni o di lacune significative nel discorso”. A mio avviso questa funzione è parte del metodo AL e non della regola.
5 Per una prima disamina di questo tema cf. Richard e Wainrib 2008, Garella 2012, 2014a, 2014 b.
6 “Nei casi in cui la pressione della resistenza sia veramente molto elevata, si verifica il fenomeno dell’estendersi delle associazioni del sognatore in larghezza anziché in profondità” (Freud 1923 p.422)
7 Pensieri e discorsi che mirano in vario modo a persuadere l’ascoltatore, in maniera solo parzialmente cosciente. La Retorica, a partire da Aristotele, ha studiato i tipi di discorso razionalmente finalizzati alla persuasione, descrivendone tre: uno basato sul pathos (discorso volto a persuadere attraverso l’emozione suscitata), un secondo sull’ethos (persuasione poggiante sull’autorità dell’oratore) e il terzo sul logos (persuasione affidata alla ‘forza’ degli argomenti usati). Cf. Meyer 1993. Tutto ciò non è estraneo alla psicoanalisi.
8 Nella traduzione italiana del lavoro di J. Press Kraft è tradotta con Forza, laddove nella traduzione italiana del Faust, qui utilizzata, viene tradotta con Energia. Si veda in Appendice il brano in questione.
9 E, contemporaneamente, “sarebbe il corrispettivo di un effetto di soggettivazione” (Donnet 2005, op.cit.).

Appendice

 Faust:

 

Geschrieben steht: Im Anfang war das Wort!

Sta scritto: «In principio era la Parola».

Hier stock ich schon! Wer hilft mir weiter fort?

E eccomi già fermo. Chi m’aiuta a procedere?

Ich kann das Wort so hoch unmöglich schätzen,

M’è impossibile dare a «Parola»

Ich muß es anders übersetzen,

tanto valore. Devo tradurre altrimenti,

Wenn ich vom Geiste recht erleuchtet bin.

se mi darà giusto lume lo Spirito.

Geschrieben steht: Im Anfang war der Sinn.

Sta scritto: «In principio era il Pensiero».

Bedenke wohl die erste Zeile,

 Medita bene il primo rigo,

Daß deine Feder sich nicht übereile!

ché non ti corra troppo la penna.

 Ist es der Sinn, der alles wirkt und schafft?

Quel che tutto crea e opera, è il Pensiero?

Es sollte stehn: Im Anfang war die Kraft!

Dovrebb’essere: «In principio era l’Energia».

Doch auch indem ich dieses niederschreibe,

Pure, mentre trascrivo questa parola, qualcosa

Schon warnt mich was, daß ich dabei nicht bleibe.

già mi dice che non qui potrò fermarmi.

Mir hilft der Geist! auf einmal seh ich Rat

Mi dà aiuto lo Spirito! Ecco che vedo chiaro

Und schreibe getrost: Im Anfang war die Tat!

e, ormai sicuro, scrivo:«In   principio    era l’Azione»!

 

Goethe J.W. Faust vv.1224-1237. Trad.it. a cura di F. Fortini. Milano, Mondadori 1994.

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