A proposito del progetto di sviluppo della psicoanalisi in periferia.

Appunti e riflessioni per aprire spazi di dibattito

Il lavoro del pensiero e il cantiere delle idee

Vi è innanzitutto la necessità di delineare una visione complessiva e di insieme che può scaturire dalla attenta ricognizione di aspetti apparentemente parziali e marginali. Le mie riflessioni si raccordano anche alle linee guida dell’Esecutivo nazionale,  (per le quali si rinvia alla relazione presentata alla recente assemblea di marzo a termine del primo anno)[1]

E’ il primo Esecutivo che ha recepito, come se non altro degna di attenzione operativa, l’esigenza,  da me segnalata da circa un decennio, di guardare allo sviluppo disomogeneo e diseguale della psicoanalisi nella SPI.

Ne è un indicatore sintomatico e incontrovertibile la attuale esistenza di 4 sezioni dell’INT di cui due al centro Italia (sezioni romane 1 e 2)  una nell’Italia settentrionale (sezione milanese) e la quarta nell’Italia centro-settentrionale (sezione veneto-emiliana). Partire da questa evidenza consente di mettere a fuoco simultaneamente i due estremi del nostro percorso formativo (cosiddetto training). Quello apicale e quello di base: ossia selezione e individuazione degli analisti con funzioni di training  che afferiscono alle sezioni, e selezione e individuazione degli aspiranti analisti, che non godono di pari opportunità nel perseguire il progetto di intraprendere il training. Coloro che risiedono in luoghi distanti (i cosiddetti fuori sede) per realizzare il progetto di diventare psicoanalisti sono costretti a sostenere oneri economici (tempo e denaro per spostamenti) molto più gravosi.

L’odierno assetto configura l’analogo di “una questione meridionale della psicoanalisi”; analogia, la cui opinabile validità, è evocata unicamente allo scopo di mettere a fuoco, in modo rapido e incisivo, un orizzonte prospettico caratterizzato dalla esigenza di condividere alcuni assunti di partenza:

1) coltivare un progetto di sviluppo della psicoanalisi nel meridione implica che se  ne percepisca il rapporto con l’interesse generale, e non sia invece angustamente ritenuto pertinente all’interesse di una sola parte,  quantunque vasta ed estesa.

2) assumere una impostazione che si traduce nella tensione a fare emergere,  promuovere e sostenere risorse e potenzialità sommerse ed inespresse delle realtà locali evitando che si riproducano tendenze egemoniche.[2]

3) valorizzare la capacità di aggregazione cooperando con le altre associazioni ad orientamento psicoanalitico

4) concepire l’idea di  una visione policentrica della  periferia. Quest’ultima è valida ovviamente per tutte le realtà territoriali se intese come strutturalmente in movimento e attraversate da imprevedibili dislocazioni. In tal senso si possono intendere i confini  come mobili continuamente spostabili evitando irrigidimenti e chiusure con/centriche.

Un orizzonte prospettico teso a incidere sulle diseguaglianze non può non includere come intento programmatico quello di una democrazia partecipata, che ne costituisce al tempo stesso obbiettivo e strumento di realizzazione. Ciò implica, in altri termini, una sensibile attenzione a non riprodurre logiche verticali di accentramento verso cui potrebbero inclinare spinte provenienti da luoghi “decentrati”.

Si può guardare alla attuale architettura istituzionale della SPI come frutto di una evoluzione nel tempo  tesa a promuovere nel complesso un assetto più democratico e metodi di selezione più trasparenti  di quanto fosse in passato (documento Bigi Hautmann).

Ne sintetizzo due aspetti significativi: Meno cooptazione oligarchica nella assegnazione delle funzioni di training e lavoro permanente di riflessione critica sui criteri di valutazione per i vari passaggi dell’iter formativo.
E tuttavia i notevoli passi fatti in questa direzione, di cui anche la presenza attuale di 13 centri è la dimostrazione,  hanno scarsa rilevanza e non incidono sulla presenza di ampie aree marginalizzate che non traggono beneficio da questa nuova geografia istituzionale.
Se da un lato i centri esprimono realtà locali molto ricche e variegate, espressive di radicate vitalità culturali e scientifiche, essi, d’altro lato, pongono inedite questioni di rapporto con le altre articolazioni istituzionali. (Si veda ad esempio due aspetti a tutt’oggi problematici e talora intrecciati:  come individuare i soci ordinari da coinvolgere nel programma di insegnamento e a quali centri essi afferiscono? quelli di maggiore prossimità geografica o, come è invalso nella prassi, ai centri contigui alla propria sezione di training?)
E ancor più delicata è la questione del rapporto tra sezioni e centri di appartenenza dei candidati, tenuto conto del fatto che essendo i centri coinvolti per statuto nella formazione (e la parte di quota ad essi devoluta ne è la dimostrazione) si va imponendo in modo sempre più pressante la esigenza di un coordinamento, al momento inesistente.

Da quanto detto finora potrebbero scaturire due indicazioni orientative:

  • individuare nell’area tematica della formazione, un nodo e snodo di molte aggregazioni possibili. Il tema della formazione ci convoca innanzitutto come analisti alla prese, come ci ricorda Freud in Analisi terminabile e interminabile, con una professione impossibile; ma anche come sollecitazione a pensare approcci e interventi formativi, attenti a specifici contesti e, se validi, prototipi suscettibili di una più ampia applicazione. Tutto ciò confluisce nel dibattito sulla estensione della psicoanalisi, che è un dibattito aperto a molte possibili opzioni e può sollecitare un confronto tra le varie posizioni, ponendosi in tal modo anche come terreno di verifica del valore di ciò che ci caratterizza specificamente come psicoanalisti
  • privilegiare una clinica di frontiera convocata a misurarsi con esperienze al limite.

Fausta Ferraro

[1] Punti salienti: impegno serio nel campo della salute mentale pubblica e civiltà della cura (in ciò si estrinseca la vocazione sociale della psicoanalisi che ambisce al funzionamento psichico sano della Polis)
[2] In Cristo si è fermato a Eboli che trae spunto dalla esperienza di confino di Carlo Levi, vi è una postura emblematica: un torinese che da una città di avanzata industrializzazione  approda in una realtà agraria molto distante dalla propria, entra in contatto con una alterità foriera di scoperte, quella di un mondo ancestrale complesso pungolo per un pensiero critico al modello di sviluppo egemone. Se ne ebbe un riflesso nel dibattito apertosi nel Pci tra intellettuali come  Carlo Levi Ernesto De Martino e Cesare Pavese  incuriositi e aperti al rapporto con l’irrazionale (pensiero magico, forze inconsce etc) e una maggioranza espressione dell’establishment, la cui impronta razionalistica di matrice illuminista si traduceva in un intento, verso le arretrate realtà locali, di tipo educativo  ispirato a presupposti di elevazione civilizzante.