REPORT 1 OTTOBRE 2022: DEL TRAUMA. SENSORIALITA’, SESSUALITA’, TEMPORALITA’

 A cura di Selene Bonavita

Sabato 1° ottobre 2022 si è tenuto in presenza presso la Sala Vergineo del Museo del Sannio di Benevento, ed in contemporanea sulla piattaforma Zoom, l’incontro dal titolo “Del trauma. Sensorialità, sessualità, temporalità”. Ne hanno discusso Tiziana Bastianini (Membro Ordinario SPI con funzioni di Training), Maria Luisa Califano (Membro Ordinario SPI), Stefania Cella (Membro Associato SPI), Floriana Sarracino (Membro Associato SPI) e Selene Bonavita (Candidata SPI), con la partecipazione di Silvana Lombardi (Membro Ordinario SPI, Presidente CNP) che ha introdotto i lavori e di Paolo Cotrufo (Membro Ordinario SPI, Segretario Scientifico CNP), in qualità di moderatore.

Dopo i saluti di P. Cotrufo, S. Lombardi introduce il tema dell’evento offrendo una panoramica generale del concetto di trauma, attraverso la sua definizione come costrutto a cavallo tra realtà interna ed esterna, tra sensibilità soggettiva ed effrazione ad opera dell’altro, al limite tra attività e passività.

La Lombardi cita lo sviluppo che il pensiero freudiano ha avuto sull’argomento, passando dalla teoria della seduzione a quella del fantasma, per poi acquisire, con la psicoanalisi postfreudiana, una dimensione relazionale, che guarda al rapporto madre-bambino come forza motrice dell’organizzazione psichica. All’interno di questa relazione, specifica la Lombardi, il trauma può assumere sia la connotazione di evento catastrofico e devastante per la condizione di hilflosigkeit del piccolo uomo, sia, all’opposto, di evento maturativo, necessario e fortificante.

Segue un breve rimando ad un episodio di cui la Lombardi è stata spettatrice durante un viaggio privato, ed avente come oggetto un’esperienza di discontinuità nell’erogazione delle cure da parte di una madre nei confronti del suo bambino: tale aneddoto, nella sua risonanza emotiva, viene riportato dalla Lombardi come di stimolo di riflessione sulla portata traumatica di determinate esperienze o piuttosto sulle potenzialità rinforzanti e fortificanti delle stesse.

RELAZIONI:

Tiziana Bastianini

Prende parola T. Bastianini che apre il ciclo di relazioni presentando il suo contributo “L’ascolto psicoanalitico del traumatico: eterogeneità̀ e pluralità̀ dei materiali psichici nelle loro peculiari forme di iscrizione, espressione e investimento”.

La Bastianini esprime, in una premessa iniziale, la necessità di continuare ad orientare l’ascolto analitico lungo due assi: da un lato le eredità affettive, ossia quei contenuti psichici di carattere spiacevole rimasti non tradotti, dissociati o negati in una generazione, e che si tramandano alla successiva sotto forma di meccanismi identificatori e di scissione dell’Io; dall’altro, quello delle deformazioni dell’Io nell’esperienza traumatica, intendendo l’individuo come destinatario, fin dal concepimento, degli investimenti profondi di chi lo ha generato e guardando al suo spazio psichico come strutturatosi in rapporto con il passato e sulle tracce che esso ha lasciato sul sé.

In questa prospettiva, afferma la Bastianini, la ricerca psicoanalitica sul trauma ha progressivamente superato le configurazioni topiche interessandosi alla comprensione della complessità del dialogo psiche-evento e guardando alle forme che lo psichico può̀ assumere rispetto all’impatto con un evento avverso, sopraffacente, non rappresentabile, dal quale, citando Roussillon, l’individuo si protegge per salvare in primo luogo la continuità della propria esistenza. Nell’evoluzione concettuale si è assistito ad uno spostamento di interesse dalle esperienze traumatiche legate ad un eccesso di eccitamento e dalla confusione delle lingue tra adulto e bambino, aspetti centrali del primo pensiero psicoanalitico, alle esperienze traumatiche per difetto, che, nei contributi successivi di Winnicot, Bion e Green hanno assunto una specifica connotazione declinandosi rispettivamente nei concetti di ‘holding’, ‘rêverie’, ‘clinica del vuoto’.

Citando R. Williams, la Bastianini sottolinea che laddove le capacità di elaborazione e simbolizzazione del soggetto siano compromesse da esperienze effrattive o di disinvestimento, il funzionamento psichico si distacca dalla realtà esterna dando vita ad un’area non integrata con il resto dell’esperienza, ed impedendo il lavoro di legame tra affetto e rappresentazione.

In tal senso, si è rivelato fondamentale comprendere quali sono le modalità con cui l’Io può appropriarsi di quanto gli è accaduto, riconoscendo nel meccanismo dell’identificazione la via primaria di appropriazione soggettiva dell’esperienza traumatica, la prima soluzione inconscia adottata.

Rifacendosi alla distinzione freudiana tra effetti positivi e negativi del trauma, così come esposti nell’opera ‘L’Uomo Mosè e la religione monoteistica’(1934-38), la Bastianini illustra che mentre i primi si manifestano nella coazione a ripetere, i secondi, nell’accezione del negativo in quanto vuoto, costituiscono l’oggetto di attenzione da parte di quell’area di ricerca psicoanalitica interessata ad approfondire i fenomeni psichici che non hanno potuto essere oggetto di lavoro di traduzione.

Sarebbe proprio la condizione di impotenza e dipendenza originaria dell’essere umano dalle proprie figure di accudimento a inscrivere il trauma e il traumatico all’interno di una prospettiva relazionale, che attenziona la pretesa di realtà e le richieste penose che il mondo esterno pone all’Io, e considera gli effetti delle esperienze scisse che arrivano a produrre funzionamenti psichici caratterizzati, citando Green, dal disimpegno soggettuale dell’Io. Utilizzando la metafora winnicottiana della bolla, la Bastianini evidenzia la pressione che l’ambiente esercita sull’individuo e quanto le richieste di adattamento e lo sforzo di padroneggiamento di vissuti traumatici possano dar vita ad un’area di memoria affettiva aliena al sé, dissociata.

Il tema della dissociazione apre a molti spazi di approfondimento: già il primo Freud riconosceva una molteplicità di personalità psichiche non scontatamente oggetto di sintesi per l’Io, laddove il corpo rappresentava la sola entità capace di garantire unità e coerenza.

Si evidenzia dunque l’occorrenza, continua la Bastianini, di un ascolto psicoanalitico polifonico, e, menzionando Fedida, desemantizzante, assimilabile ad una forma di bricolage psichico con cui legare i segni dello psiche-soma in forme rappresentazionali, che ne abbracci la complessità polisemica e che riconosca il valore comunicativo, seppur diversamente intellegibile, che ogni produzione psichica veicola.

Citando CFR Fedida, Ogden, Green, ciò che la Bastianini propone è l’esistenza di forme di pensiero che trovano espressione al di fuori del linguaggio, postulando che lo stesso inconscio parli lingue differenti, inscritte in registri “altri”, che l’ascolto psicoanalitico, costituito da quell’infinito lavoro psichico di costruzioni provvisorie, deve saper cogliere. Trattasi, menzionando un’espressione freudiana, della “struttura composita dello psichico”, nella quale, specifica la Bastianini, ci si confronta non solo con ciò che non è stato simbolizzato dalla psiche ma anche con quanto non è mai accaduto e ha potuto prendere forma unicamente in una traccia in negativo. Tali sarebbero le aree ad alta intensità affettiva, capaci di produrre una risonanza nella psiche dell’analista, sempre all’interno di quel lavoro in doppio, che opera tra due psichismi incarnati e diviene, citando Botella, un atto complesso creatore di dati psichici.

La Bastianini esprime la necessità di continuare ad esplorare la pluralità dei materiali psichici nelle loro peculiari forme di iscrizione, espressione e investimento e le forme d’ascolto controtransferale, includendovi i numerosi registri comunicativi di cui sopra, ricordando, con le parole di Riolo, che il prerequisito della trasformazione analitica è l’attraversamento della perturbazione emotiva come responsabile del cambiamento di senso. Rifacendosi al primo Freud, che già postulava l’esistenza di pensieri insiti nei processi primari ed inscritti nelle tracce visive, acustiche, tattili, cinestesiche, la Bastianini ricorda che solo una parte di essi esiterà in forme di simbolizzazione verbale, mentre la rimanente, citando Finelli, connoterà l’inconscio e la formazione del sogno.

In questa prospettiva, il fattore economico, inteso come dispiegamento affettivo, acquisisce il valore fondante del lavoro psichico, volto ad un incessante sforzo di trasformazione e capace di legarsi e prendere forma nel lavoro a due, in una relazione peculiare all’interno della quale, citando Freud, l’analista rivolgerà il proprio inconscio come un organo ricevente verso quello del malato che trasmette, per cogliere i nuclei emotivi del paziente esclusi dalla simbolizzazione.

Segue un’esemplificazione clinica, al termine della quale la Bastianini si sofferma sulla memoria come contenitore di segni multiplo, le cui tracce in taluni casi non risultano appartenenti all’ordine del linguaggio e si esprimono in una “forma specifica di azione” che pare riconnettersi alle funzioni “del negativo”, in grado di porsi al di là del dato, in una forma altra in cui la psiche stabilisce cosa far esistere e cosa eliminare.

Riprendendo Freud e l’azione intellettuale del giudicare, la Bastianini chiarisce che l’esperienza originaria dell’individuo con il mondo esterno si esprime istintivamente attraverso i fenomeni dell’incorporazione-introiezione o rimozione e rigetto di ciò che egli incontra. In questo primo nucleo costitutivo di operazioni interne, sarebbe dunque riconoscibile un lavoro attivo della soggettività che si fa spazio e che si appropria, anche attraverso il rifiuto, di ciò che proviene dall’ambiente esterno. In tal senso la Bastianini richiama l’autopoiesi di Varela, in qualità di logica implicita ad ogni essere nascente, che modificherebbe, nel suo spazio interno, ogni elemento penetrante dall’ambiente esterno.

Sarebbero dunque le esperienze originarie sensoriali e percettive ad essere conservate come tracce mnestiche, e successivamente passibili di traduzione nel linguaggio verbale ma anche in altre forme comunicative riconducibili ad una rappresentanza psichica ‘allargata’ di stati emotivi ed affettivi, che supera la parola.

In tal senso l’ascolto psicoanalitico, rivolgendosi a materiale polimorfo ed eterogeneo, necessita di ampliarsi e di coinvolgere, richiamando le espressioni di Botella e La Scala, più livelli di funzionamento tra cui la percezione, l’immaginazione e l’allucinazione.

La relazione si conclude con una citazione di R. Barthes che la Bastianini sceglie in quanto metafora eloquente di tutto il discorso ed espressione della portata di quei resti che si collocano fuori dalle esperienze sensoriali e linguistiche e che costituiscono esperienza a sé.

Maria Luisa Califan

Segue M. L. Califano che espone il suo lavoro intitolato “La sintomatologia ossessiva tra trauma individuale e trauma collettivo”.

La Califano parte da un inquadramento teorico del trauma riconoscendo in esso, sin dal pensiero freudiano nel suo oscillare tra posizioni concettuali differenti e mai risolutive, la centralità del fattore economico e dell’eccesso di eccitazione.

Sebbene gli sviluppi post freudiani continuino, nella definizione del costrutto, ad orientare l’attenzione agli stimoli interni ed esterni ‘attivatori’ di un’eccitazione psichica eccessiva, è innanzitutto a ciò che attiene all’interno, ossia alla realtà psichica, che viene trasversalmente riconosciuto il valore decisivo nell’esperienza del trauma, essendo sempre l’evento materiale, citando Green, ‘cannibalizzato dal fantasma’.

La genesi della nevrosi traumatica, continua la Califano, per Freud è legata ad una vasta breccia nella barriera protettiva dell’Io e correlata alle fasi dello sviluppo psicosessuale e di integrazione dell’Io stesso: la precocità dell’evento può determinare nel bambino fissazioni che, in epoca adolescenziale, saranno richiamate in una dimensione di après-coup, quando la maturazione sessuale consentirà di attribuire un valore sessuale all’evento in questione. Centrale, nella comprensione del trauma, è dunque la condizione di inermità del bambino che dipende dall’adulto che gli garantisce assistenza e gli fornisce una funzione para-eccitatoria: citando Conrotto, la Califano afferma che la genesi della psicosessualità non è né endogena né esogena ma piuttosto intersoggettiva.

La psicosessualità, spiega la Califano, possiede un intrinseco carattere traumatico che è al contempo alla base della strutturazione stessa dello psichismo: la madre rappresenta la prima seduttrice del bambino ed innesca lo sviluppo della sessualità, ma funge per lui da scudo protettivo rispetto all’intensità degli stimoli a cui è sottoposto.

In assenza di un buon funzionamento del suddetto scudo protettivo, il bambino non potrà a sua volta sviluppare un adeguato scudo anti stimolo e sarà in una posizione a rischio traumatico e di assideramento del funzionamento psichico, generando una dinamica in cui, citando Scarfone, la dimensione della temporalità si altera e si instaura la coazione a ripetere, che ripropone un eterno presente ed impedisce alla psiche di divenire e cambiare e arricchirsi.

La Califano prosegue orientando l’attenzione sulla sintomatologia della nevrosi ossessiva, partendo dall’etimo della parola che rimanda nelle sue declinazioni al concetto di effrazione traumatica di un eccesso quantitativo. I meccanismi ossessivi, come esplicita la Califano, sono frequentemente legati a uno o più eventi traumatici, dal cui ricordo il soggetto tenta di difendersi isolandoli e negandoli, attraverso la rituale ripetizione di parole, gesti, condotte. Da tali atti ossessivi, verbali e non, l’attività psichica risulta inaridita e impoverita, così come l’attività del pensiero viene inibita nel suo libero circolare.

Le manifestazioni dei quadri clinici ossessivi appaiono variegate tanto da risultarne impossibile una sintesi, il che, citando A. Iannitelli, sembra testimoniare la peculiarità dello psichismo nello sfuggire a qualsiasi tentativo classificatorio.

La Califano seguita a riflettere sul legame tra l’evoluzione della sintomatologia ossessiva e gli avvenimenti della recente pandemia, il cui lascito traumatico collettivo è ancora tutto da raccogliere e ponderare.

Partendo dall’osservazione delle risposte singolari dei pazienti ossessivi alle restrizioni governative imposte dall’emergenza sanitaria, la Califano avanza l’ipotesi che tali limitazioni abbiano offerto loro la possibilità di normalizzare i vissuti personali legati ai rituali ossessivi, nonché li abbiano dotati dell’opportunità di proiettare all’esterno il proprio Super-Io sadico e persecutore.

Nel complesso, dunque, tali pazienti sembrano aver tratto giovamento dalle restrizioni pandemiche trovando, fintanto che esse sono state in vigore, uno spazio contenitivo ai vissuti ansiogeni e sperimentando forse per la prima volta un senso di “normalità” della propria condizione. Per essi, la fine del lockdown e la sospensione delle regole stringenti ha coinciso con la perdita catastrofica di ciò che veniva percepito come involucro rassicurante, divenendo, paradossalmente, proprio il ritorno alla normalità, un’esperienza “traumatica” e “discriminante”.

Segue l’esposizione di materiale clinico ed una riflessione finale relativamente alle difficoltà di trattamento dei pazienti ossessivi, i quali, costantemente preoccupati di tenere isolate le rappresentazioni connesse ad un nucleo traumatico, e di evitare il contatto con pensieri ed emozioni ad esso legati, si mostrano resistenti ad accettare la regola fondamentale delle libere associazioni.

Lo stesso analista, conclude la Califano, dovrà pertanto misurarsi con l’eventualità di sperimentare delle limitazioni alla libera circolazione del pensiero con il rischio di un conseguente impoverimento della capacità analitica, con cui dovrà sempre confrontarsi per garantire la sopravvivenza della sua stessa creatività.

Stefania Cella

La parola passa a S. Cella, che presenta una relazione dedicata a “Il trauma pubertario”, nella quale propone una riflessione sulle modalità che gli adolescenti utilizzano per elaborare il passaggio al pubertario, o per difendersi da esso.

Utilizzando le parole dei Laufer e Brusset, la Cella sottolinea la traumaticità insita nella trasformazione puberale del corpo, vissuto inconsciamente da certi adolescenti come un attacco contro la propria organizzazione difensiva. Attraverso l’utilizzo di frammenti di materiale clinico, e ispirandosi ai contributi di autori diversi, la Cella si sofferma sul disturbo anoressico come espressione della traumaticità connessa alla sessualità genitale puberale, evidenziando la prepotente emersione dell’ondata pulsionale e sottolineando l’intensità dell’eccitamento sessuale che mette in scacco l’equilibrio psichico esistente.

L’esordio puberale richiederebbe un ingente lavoro psichico all’Io dell’adolescente, che si trova a fronteggiare, citando Lombardi, un marasma incontenibile e informe di sensazioni corporee a cui dare una rappresentazione e, citando la Ruggiero, fornirebbe un’attualizzazione ed una riproposizione in après-coup delle vicende infantili. Riprendendo il pensiero della Niccolò, l’adolescenza, afferma la Cella, non rappresenta esclusivamente una fase di vita transitoria ma assume la valenza di un tempo organizzatore, dotato di qualità trasformative ma anche regressive.

Il corpo come estraneo perturbante, così come definito da Chan, sarebbe pertanto fonte di quote di angoscia avvertite come insopportabili dall’adolescente, il quale non riesce a padroneggiarne le pretese e a raggiungerne un’integrazione psichica.

Menzionando il significato di impotenza (materiale, di fronte al pericolo reale esterno, e psichica, di fronte al pericolo pulsionale) che la teoria freudiana attribuisce al trauma, la Cella indica l’adolescenza come condizione esemplare di assoggettamento passivo all’incremento pulsionale e alle modificazioni corporee, su cui l’adolescente sembra non avere controllo alcuno e che, citando Philippe Jeammet, assume le forme di una violenza fatta dalla natura alla sua psiche.

In questa esperienza di impotenza indicibile e annichilente passività, la Cella propone di guardare alla patologia anoressica come tentativo di soluzione attraverso, prendendo in prestito le parole di Cotrufo, il rinnegamento del corpo pubere e il rigetto di ciò che origina o appartiene a esso. Il corpo rimanda alla presenza del (desiderio) sessuale ed è per tale motivo che l’anoressica ricerca l’appiattimento e la mortificazione delle forme femminili ed erotiche, così da sentire di avere un controllo su di esso e di poter annullare ogni desiderio. In questa prospettiva, la restrizione alimentare, la rinuncia e il sacrificio mirano a governare un’eccitabilità ingovernabile e consolidando l’idea di sé, assumendo la connotazione di trionfo e generando ciò che i Kemstemberg chiamano vertigine della dominazione.

Il problema insorge, prosegue la Cella, nel momento in cui la soluzione anoressica, impossibile da mantenere nel tempo, cede inevitabilmente e catastroficamente alla spinta pulsionale, esitando nell’esperienza dell’abboffata bulimica, che, citando Cotrufo, rappresenterebbe la perdita del controllo faticosamente raggiunto.

Segue una breve riflessione sull’agito autodistruttivo in adolescenza, inflitto al corpo ed inteso come un organizzatore di senso rispetto ad uno stato psichico intollerabile e non rappresentabile, che, menzionando Le Breton, attiene al fabbricare un dolore fisico per arginare la sofferenza mentale.

La Cella conclude con una riflessione sulla rilevanza del tempo che in adolescenza assume significati nuovi come, citando Lombardi, la scoperta della linearità, della non reversibilità e della tragicità del limite. Riferendosi al materiale clinico, la Cella afferma che la possibilità per l’adolescente di tollerare il nuovo e l’ignoto, di accettare il progredire del tempo e con esso le trasformazioni corporee che introducono allo stato adulto, non può prescindere, usando le parole della Niccolò, dalla risposta dell’altro e dalle sue capacità di contenimento, rispecchiamento e rêverie.

Floriana Sarracino

E’ il turno di F. Sarracino, che apre il suo lavoro, avente come oggetto “Il trauma freddo”, partendo dalla descrizione di un’istallazione d’arte contemporanea, Le Cercle Fermé, presentata dal Lussemburgo nel 2011 alla Biennale di Venezia.

La Sarracino spiega che l’opera, consistente in un susseguirsi di stanze e corridoi completamente bianchi, appare in grado di produrre nello spettatore da un lato l’effetto di disorientamento percettivo, con conseguente spinta alla ricerca delle cause di quegli spazi glaciali, dall’altro un senso di discontinuità generato dal contrasto tra la citta di Venezia viva e pulsante fuori, e l’opera come un buco bianco immobile al suo interno.

Menzionando Paul Klee, la Sarracino afferma che l’arte consente di rendere visibile ciò che è difficilmente raggiungibile con le parole, e, in questa operazione, l’opera sopra menzionata sembra prestarsi bene ad illustrare il concetto di trauma freddo.

Come lo stesso nome suggerisce, trattasi di un’esperienza di siderazione psichica, di disinvestimento affettivo, di fallimento all’interno della relazione primaria, dove, chiarisce la Sarracino, si è verificata una frattura nello scudo protettivo materno e nelle capacità di modulazione dell’eccitazione, che esita in un crollo psichico catastrofico per il bambino inerme ed impreparato a questa circostanza. Riferendosi al complesso della madre morta di Andrè Green, la Sarracino delinea i confini sfumati di una singolare esperienza di sparizione materna legata a eventi a sua volta traumatici, ovvero una madre presente materialmente ma non più psichicamente, devitalizzata, spenta, incapace di investimento libidico.

Sarebbe proprio l’impossibilità a rappresentarsi come non investito dall’oggetto a generare per l’infans un buco nel tessuto psichico, una perdita di senso tra il prima e il dopo della presenza materna, provocando l’incistamento di un nucleo freddo che si rifletterà nella sensorialità dell’individuo adulto, nel suo modo “anestetizzato” di stare in relazione e di entrare in contatto con il mondo.

La Sarracino, citando Anzieu, richiama il concetto di Io-pelle come involucro che, in questi casi, sembra aver subito un collasso delle sue funzioni ricettive, protettive e trascrittive, e, riprendendo il pensiero di Winnicott, sottolinea nel trauma freddo la centralità dell’esperienza della mancanza, del negativo, del vuoto.

Tra gli aspetti fortemente deficitari, viene annoverato il sessuale e le potenzialità libidiche del bambino che, richiamando Helene Parat, risulteranno indelebilmente compromesse dall’assenza di trasfusione vitale materna sin dall’allattamento, esitando o in soluzioni di paralisi pulsionale tese a neutralizzare il sessuale, o al contrario o in forme di iper-sessualizzazione difensiva volte ad evitare una nuova esperienza di vuoto sessuale.

Rifacendosi a Freud e ai due tipi di effetti del trauma, la Sarracino ricorda l’impossibilità, per la psiche, di compiere un’appropriazione soggettiva di un evento ma solo di registrarne un’impronta negativa: tale condizione genera un immobilismo nella dimensione della temporalità, un in cui i legami tra gli eventi non si compiono ma anzi risultano fagocitati dal buco traumatico.

In tal senso, il riferimento freudiano alla terapia analitica come completamento di atti psichici incompiuti sembra richiamato dalla dimensione traumatica del freddo/vuoto/bianco, a seconda del vertice di osservazione da cui si guarda e rispetto a cui tutt’oggi la cura psicoanalitica continua ad interrogarsi.

Segue l’esposizione di materiale clinico e successivamente, citando Green, la Sarracino sottolinea la funzione del transfert come spazio di significazione di ciò che non ha trovato parole per esprimersi, mediante l’uso di un ascolto-altro con cui dare forma, figurabilità e sostanza ai buchi interni del paziente affioranti nel qui ed ora della relazione analitica, e attraverso cui consentire un reinvestimento delle tracce abbandonate.

Richiamando Scarfone e Botella la Sarracino conclude evidenziando la complessità del lavoro dell’analista, chiamato a muoversi in bilico tra passività e appropriazione, e ad utilizzare una capacità percettiva primitiva ed immediata che consenta, nello spazio intersoggettivo tra sé e il paziente, di riallacciare i nessi del tempo e rianimare ciò che era congelato.

Selene Bonavita

La parola passa infine a S. Bonavita, che introduce il suo lavoro intitolato “Il trauma cumulativo”.

La relazione si avvia con una rapida disamina del concetto di trauma attraverso l’evoluzione nel tempo dei contributi teorici ad esso dedicati, partendo dal pensiero freudiano che attribuisce al trauma la caratteristica di minaccia alla continuità, all’integrità e alla coesione mentale del soggetto, attraverso la lacerazione della sua barriera psichica protettiva che lo lascia impotente dinanzi ad un eccesso di eccitazione.

Nello sviluppo teorico successivo del costrutto e nella pluralità di definizioni maturate, il senso di effrazione rimane trasversalmente condiviso da molti autori post freudiani, che riconoscono come traumatica ogni esperienza soverchiante e sopraffacente le capacità del soggetto di farvi fronte.

La Bonavita sottolinea quanto il ruolo dell’ambiente emotivo primario e il suo impatto nello sviluppo della personalità del bambino abbiano progressivamente acquisito uno spazio sempre più determinante nella ricerca sul trauma e nelle prospettive di osservazione adottate, tanto da parlare oggi di trauma in un’ottica relazionale.

L’interesse teorico è andato spostandosi, infatti, dagli eventi esterni isolati ed evidenti, ascrivibili a circostanze specifiche, alle atmosfere familiari danneggianti ripetute nel tempo, in grado di depositare nel piccolo un insegnamento inconscio, che ne influenzerà a sua volta le credenze, l’identità e il senso di sé.

La Bonavita cita Masud Khan che, in una prospettiva a cavallo tra la tradizione delle relazioni oggettuali inglesi ed una visione diadica ed interpersonale, ha introdotto intorno alla fine degli anni ‘60 dello scorso secolo il concetto di trauma cumulativo. Khan afferma che la madre esercita una funzione di difesa, di barriera anti-stimolo per il bambino rispetto all’esterno e che “quando le carenze del ruolo protettivo diventano troppo frequenti e producono sullo psiche-soma del bambino degli urti che questi non ha nessun mezzo per eliminare, si costituisce allora un nucleo di reazioni patogene” (Khan, “Lo spazio privato del Se'”, 1979, pag. 52).

L’aspetto centrale del costrutto è che le esperienze di fessurazione dello scudo non sono eventi osservabili e isolabili come traumi nel momento in cui si producono, ma agiscono in maniera silenziosa e impercettibile lungo il processo evolutivo, assumendo il valore di trauma solo cumulativamente e retrospettivamente.

Interessante notare, specifica la Bonavita, come l’utilizzo del rimando freudiano alla lacerazione sia stato mantenuto seppur allargando il focus dall’Io del soggetto che non riesce a gestire il sovra-eccitamento, alla relazione oggettuale nella quale si verifica la rottura.

L’impronta teorica di stampo relazionale attenziona pertanto il ruolo dell’ambiente primario e guarda all’importanza dei processi di riconoscimento reciproco intersoggettivo, alla funzione di regolazione affettiva da parte dei caregivers e al problema della sua interiorizzazione che, laddove compromessa, esita in deficit di regolazione e di simbolizzazione per l’infans, esponendolo ad una vulnerabilità psichica e ad un’alta probabilità di ri-traumatizzazione successiva.

Trattandosi di esperienze remote e non rappresentate, mai tradotte in parola, è alla sensibilità del clinico e alla messa in gioco di un ascolto analitico su più livelli che, afferma la Bonavita richiamando Khan, si affida la possibilità di cogliere e ricostruire, nel rapporto di traslazione, la natura e la funzione del trauma cumulativo in un individuo adulto.

Segue l’esposizione di materiale clinico, scelto con la finalità di indagare le forme espressive che le esperienze precoci di discontinuità possono assumere sotto forma di sintomi, agiti, peculiarità di funzionamento psichico.

Sul finire la Bonavita dedica uno spazio di riflessione in merito all’opportunità di orientare lo sguardo, nella clinica, sul dialogo tra l’interno e l’esterno, sul rapporto tra realtà psichica e realtà fattuale, pena il rischio di polarizzare la lettura dei fenomeni o semplificare riduttivamente la comprensione di questioni certamente complesse e multi determinate.

Ciò che interessa maggiormente il nostro lavoro di curanti, conclude la Bonavita, attiene alla possibilità di osservare il peculiare incontro tra l’individuo e l’ambiente, ossia quale tipo di elaborazione e di appropriazione personale il soggetto ha fatto della propria esperienza.

Discussione:

La discussione si avvia con Gemma Zontini che, collegandosi alla relazione di T. Bastianini, si sofferma sul quesito relativo alla collocazione del trauma, che risulterebbe né totalmente “fuori” ad es. “incarnato” nell’Altro che produce effrazione, e nemmeno completamente “dentro” ad es. nelle fantasie sessuali, ma nel cortocircuito tra dentro fuori.

La vita umana, continua la Zontini, appare schiacciata tra due dispositivi impersonali: la pulsione, intesa come un qualcosa di innato ed estraneo allo psichico, e il linguaggio, calato dall’esterno e preesistente all’individuo, il quale cerca, attraverso un’operazione di personalizzazione, di “risolvere” e superare la traumaticità insita nei due dispositivi suddetti.

La Zontini propone una lettura del vissuto traumatico equiparandolo a un vivere come se si fosse morti e affrontando la vita in un’ottica di superamento continuo di ostacoli: a questa visione contrappone una prospettiva di fuoruscita dal trauma basata sul vivere tenendo a mente che il tempo di vita è limitato, ed in funzione di ciò ricercando il piacere e il godimento nelle esperienze del quotidiano.

Paolo Cotrufo interviene offrendo una spiegazione etimologica della parola trauma, che si scrive nello stesso modo in oltre 25 lingue e la cui radice “tro” significa buco. In virtù di questo significato, il trauma si collocherebbe, afferma Cotrufo, sulla linea di confine tra dentro e fuori, pertanto l’attenzione analitica dovrebbe orientarsi sulla relazione tra lo stimolo e la barriera para-stimolo.

La precocità traumatica sarebbe dunque legata alla fragilità della barriera nel bambino piccolo, tale per cui non occorrerebbe uno stimolo particolarmente intenso affinché venga a prodursi il suddetto “tro”.

Guardando retrospettivamente, si arriverebbe ad una condizione in cui lo stimolo interveniente non incontra alcuna barriera: a questo punto, Cotrufo si interroga su quanto l’evento potenzialmente traumatico possa considerarsi generatore di un danno all’apparato psichico o quanto piuttosto “giustifichi” la costruzione dell’apparato stesso.

Rifacendosi ad una suggestione stimolata dalla relazione di Floriana Sarracino, Cotrufo cita Laplanche relativamente al concetto di messaggio enigmatico che, in quanto tale, richiede un lavoro di traduzione, e suggerisce esso stesso un vocabolario erotico attraverso cui esercitare una traduzione e quindi il ripristino di una funzione, in assenza della quale diviene messaggio traumatico.

Prende la parola Silvana Lombardi a sostegno dell’intervento di Cotrufo, soffermandosi sulla funzione del trauma inteso come evento fondante dell’apparato psichico, e che si colloca tra il difensivo e il trasformativo. Sarebbe proprio l’eterogeneità della materia umana, al contempo struttura ma anche oggetto di continua trasformazione e differimento, osserva la Lombardi, a rendere così complesso il compito degli analisti.

Interviene Darwin Mervoglino con una riflessione scaturita dall’ascolto delle relazioni presentate, trasversalmente accomunate dal concetto di angoscia. A tal proposito, Mervoglino osserva che una teoria del trauma in psicoanalisi non può prescindere da una teoria dell’angoscia: le due questioni appaiono inevitabilmente connesse perché l’angoscia è per definizione traumatica quando non è legabile dall’apparato psichico, e lo è ancor di più quella non legabile dallo psiche-soma.

Mervoglino segnala che, nei contributi dei vari autori del panorama psicoanalitico, l’angoscia è sempre accompagnata da un complemento di specificazione, il che sembrerebbe sintomatico della necessità di un modello che spieghi cosa sia l’angoscia e perché assuma così numerose declinazioni.

Si inserisce Tiziana Bastianini, a supporto di tutti gli interventi esposti e citando Piera Aulagnier a proposito del seguente interrogativo: cosa consente alla psiche umana di tollerare la vita essendo presente sin dalla nascita l’idea della morte? Cosa consente di far diventare la vita oggetto di investimento creativo nonostante il dispositivo della morte caratterizzi l’essere umano in quanto tale? In merito a ciò la Bastianini propone che ciò che consente di amare la vita e di poterla investire è la capacità di stare nello spazio dell’illusione e nello spazio potenziale.

L’attribuzione di eccessivo ad un evento, prosegue la Bastianini, sta nella singolarità dell’apparato psichico che traduce ed elabora l’evento stesso: tale considerazione richiama il lavoro di ricerca sull’autopoiesi di Maturana e Varela ossia l’accoppiamento strutturale soggetto/mondo che determina la qualità dell’esperienza.

Maria Luisa Califano interviene ricollegandosi al rapporto tra interno ed esterno che rappresenta la strutturazione stessa dello psichismo, ma sottolineando che perché ciò avvenga è necessario che non intervengano altri traumi, e che la presenza dell’altro funga da scudo protettivo contro una stimolazione eccessiva.

Esprimendo apprezzamento per le linee di ricerca autopoietica menzionate dalla Bastianini, la Califano cita la suggestiva immagine freudiana del cristallo che, gettato a terra, si frantuma secondo linee predeterminate a seconda della sua stessa struttura, generando fessure che si apriranno nuovamente agli urti successivi.

Anche i traumi, conclude la Califano, percorrono antiche vie in base alla natura delle fenditure che si sono create nella psiche nel corso del suo sviluppo.

Paolo Cotrufo si riallaccia alla relazione della Cella sul trauma pubertario e, sottolineando l’esistenza in psicoanalisi di espressioni quali “trauma della nascita” o “trauma della pubertà”, apparentemente contraddittorie in quanto riferentisi ad eventi naturali e fisiologici dell’essere umano, attenziona il nucleo centrale della questione, che appunto attiene sempre all’incontro tra quegli eventi e il mondo interno del soggetto, in special modo con le sue possibilità di elaborazione degli stessi.

A tal proposito Cotrufo conclude citando la teoria dei due tempi del trauma di Freud che interessa in maniera cruciale il momento della pubertà del soggetto e che segna la differenza di messa in senso del medesimo evento.

Stefania Cella risponde a Cotrufo specificando che l’elemento fisiologico diventa traumatico nella misura in cui l’Io non può rappresentarsi il marasma incontenibile delle trasformazioni corporee e dei desideri sessuali che spingono, ossia quando manca un apparato psichico in grado di mettere in senso e di legare la spinta.

Cristina Ricciardi prende parola da remoto ma a causa di problemi di connessione la qualità dell’audio risulta compromessa e con essa la possibilità di recepire il suo intervento.

Segue Floriana Sarracino che, suggestionata dalla metafora freudiana sulle linee di clivaggio, richiama l’immagine di Viderman del granello di sabbia che entra nell’ostrica e, suscitando un effetto irritativo, procura le concrezioni della perla.

La Sarracino osserva che la possibilità per la psiche di strutturarsi, metaforicamente, attorno ad un granello di sabbia, di creare delle stratificazioni e di avviare un processo traduttivo, sembra in talune condizioni bloccarsi in maniera irreversibile.

Rimanendo sull’immagine evocata, si aggancia Cotrufo, sottolineando che il lavoro dell’ostrica consiste in un tentativo ripetuto di espulsione del granello di sabbia: nel corso degli anni si vanno montando su di esso una serie di strati di mucosa che producono un risultato finale, ossia accade ciò che in termini psichici può essere definita un’operazione di elaborazione dell’effrazione subita.

Interviene da remoto Diego Spiller, Membro Associato del CVP, che chiede alla Bastianini quale sia il percorso che porta dalla sensorialità alla rappresentazione, e citando la Frainberg, Abraham e Racamier, domanda quali passaggi conducano alla trasmissione psichica transgenerazionale e quali forme può assumere il blocco rappresentativo.

Luigi Rinaldi prende parola esprimendo la sua adesione a tutti gli interventi che si sono susseguiti e, ricollegandosi alla parola trauma che non prevede una traduzione tra lingue diverse, osserva che la mancanza di traduzione nel proprio linguaggio, nella propria soggettività è essa stessa sintomatica di un qualcosa che ha lasciato un segno decisivo, traumatico appunto, tanto da impedirne la spinta verso una rappresentazione.

Rinaldi cita Ferenczi e la funzione traumatolitica del sogno, che permette di rappresentare in immagini le impressioni sensoriali, e che costituisce un tentativo di soluzione dell’evento traumatico.

Collegandosi alle parole della Bastianini in merito alla coazione a ripetere come spinta all’integrazione, Rinaldi conclude che quando all’individuo è negata la possibilità di condividere e confidare i suoi turbamenti, quella condizione è già di per sé traumatica in quanto non si può comunicare né trasformare in parole, e lo stimolo resta all’interno della psiche in uno stato embrionale, non elaborato.

Tiziana Bastianini interviene ricordando la radice tedesca della parola trauma è la stessa di sogno e che esso rappresenta una prima messa in forma, un tentativo integrativo della mente con cui il soggetto prova a raggiungere un’unità di rappresentazione.

La Bastianini sottolinea il tema del limite insito nella parola e nel linguaggio, e dell’effettiva possibilità di traduzione delle tracce sensoriali e affettive, laddove si riscontra la presenza costante di resti e residui che sfuggirebbero ai processi secondari, scegliendo vie di presentazione non verbali come i comportamenti, gli atti, le modalità sensoriali.

A proposito del passaggio transgenerazionale dei contenuti affettivi, la Bastianini ricorda l’ambito dell’epigenetica, che rivela la possibilità di codifica degli eventi nell’espressione genica, e richiama le identificazioni primarie come via principale attraverso cui passano i suddetti contenuti. Citando Bollas sulla logica dell’essere e del mettersi in rapporto, la Bastianini evidenzia che il bambino si identifica con i modi in cui è pensato e tenuto dai suoi genitori, e riceve, attraverso una trasmissione inconscia, anche quegli elementi dissociati nella vita psichica delle figure di accudimento.

Maria Luisa Califano riprende il riferimento alla metafora dell’ostrica di Viderman, osservando come una traumaticità iniziale possa essere lavorata fino ad ottenere un prodotto creativo come la perla. Il problema, sottolinea la Califano, sta nell’eventuale insorgenza di ulteriori traumi e nel conseguente rischio di perdita della capacità creativa, di cui invece gli artisti sono dotati, avendo fatto della figurabilità la loro arma portante.

La Califano cita a tal proposito la produzione pittorica dell’artista William Turner (la cui opera “Tempesta di neve. Battello al vapore al largo di Harbour’s Mouth” del 1842 è stata scelta come immagine per la locandina dell’evento in oggetto): nei dipinti iniziali, le forme e i colori di questo pittore appaiono molto definite, poi da opera in opera, iniziano a scomporsi al loro interno, fino a rilevare una quasi totale sparizione delle forme che fa diventare il quadro tutto bianco.

In merito a questa evoluzione pittorica, la Califano si chiede se possa essere considerata un’emblematica figurazione del trauma che sopravviene ripercorrendo antiche vie. La figurazione, ricorda la Califano, viene usata dall’artista in quanto dotata di un potere legante pari a quello della rappresentazione, ragione per cui gli artisti tendono a ripetere lo stesso tema, attingendo ad una fonte interna come inesauribile.

La perdita della creatività, conclude la Califano, e l’impossibilità di lavorare sull’angoscia di morte, costituiscono una delle spinte principali che sostengono le richieste di cura a cui gli analisti sono chiamati a rispondere.

Gli interventi terminano e Paolo Cotrufo, dopo aver ringraziato i relatori, il pubblico presente in sala e gli utenti collegati da remoto, rivolge un saluto conclusivo a tutti e chiude i lavori di una giornata ricca di contributi interessanti e stimolanti, che lasciano aperti ulteriori spazi di riflessione e approfondimento, testimoniando quanto l’ambito del traumatico rappresenti uno spazio insaturo, su cui la ricerca psicoanalitica continua a sostare e interrogar