di Rossana Gentile

“L’ uomo nasce vecchio e piano piano diventa giovane”. Così, Eduardo De Filippo, in una
delle ultime interviste, parlava della vecchiaia invertendo l’ordine del tempo e la logica
delle cose. E aggiungeva: “L’uomo anziano, come il bambino, tocca tutto, diventa curioso,
se fa parte di quella categoria che non vuole ringiovanire” (De Filippo, 1984).
Secondo Eduardo, la vecchiaia ci riporta all’essenziale. Ci alleggerisce di quegli aspetti
della vita che ritenevamo, a torto, fondamentali, restituendoci alle cose semplici ma
importanti.  “Ringiovanire significa […] eliminare, eliminare sempre di più. Eliminare certe
cose inutili che noi facciamo da giovani, certe cose inutili che ci danno l’impossibilità di
essere liberi. Eliminando tutto questo, si ottiene una libertà giovanile” ( ib.)
Nel volume curato da Rita Corsa, Lucia Fattori, e Gabriella Vandi, che ha il grande pregio di
avvicinare un tema delicato e “scomodo” come la vecchiaia alla psicoanalisi, mi pare si
metta analogamente in evidenza che il tempo della vecchiaia è un tempo pieno che può

offrire a chi sa coglierlo “il frutto” della vita. Izzo, nel suo contributo introduttivo, ci ricorda
che nell’agire maniacale di alcuni anziani si colloca la più naturale delle difese dalla
depressione, un modo per negare lo scorrere del tempo e le angosce ad esso sottese.
L’altra faccia di questa medaglia è costituita dalla solitudine, che nasce dal non sentirsi
ascoltato e dall’essere stanco di desiderare di farsi ascoltare. Di contro alla rumorosa
esaltazione dell’allungamento della vita grazie ai progressi nel campo della medicina e
della tecnologia applicata alla salute, forse ancora troppo sottovoce ci si ferma a riflettere
su quanto lavoro psichico si possa ancora fare, quanto movimento possa ancora mettersi
in gioco nel destino di un anziano. Gabriella Vandi, riprendendo il carteggio tra Freud e Lou
Salomè, indica come nella vecchiaia, se ci si pone da un orizzonte di fede, si può godere di
una grande opportunità: riuscire a dare un significato a posteriori alla vita trascorsa,
cogliere il nesso profondo che si istituisce tra la fine dell’esistenza e il fine della vita. In
quest’ottica, la vecchiaia cessa di coincidere con l’attesa di una parte residuale
dell’esistenza, scandita dal “terribile avanzare” di un processo di decadimento, come era
più incline a vedere Freud. Piuttosto, essa predispone a individuare il lato più importante
delle cose, il nocciolo. In vecchiaia si può essere grati alla vita di non averci fatto morire
giovani, osserva Vandi, quasi ponendosi con queste sue posizioni in dialogo ideale con le
parole di Eduardo.
Il testo nel suo insieme si divide in tre parti. Nella prima parte Ezio Maria Izzo, Gabriella
Vandi e Lidia Leonelli Langer prendono in considerazione alcune tematiche che dal vertice
psicoanalitico guardano alla vecchiaia nei suoi aspetti molteplici e complessi: epoca in cui
caratteristiche di personalità possono emergere in modo esagerato evidenziando
condizioni che, in equilibrio in età precedenti, si presentano ora in forma patologica, epoca
di lasciti e trasmissioni tra le generazioni, epoca del lungo sguardo. Nella seconda parte
Marta Badoni, Franco De Masi, e Lucia Fattori si soffermano sugli aspetti clinici che
accompagnano la consapevolezza dell’ irruzione del tempo reale nella stanza di analisi,
quando con la vecchiaia emerge un limite oggettivo, concreto, oltre il quale l’analisi non si
può fare. Nella terza e ultima parte Sophie De Mijolla, Carla Busato Barbaglio, Lucia
Monterosa, Rita Corsa prefigurano nuovi orizzonti, oltrepassamenti del limite attraverso
cui è possibile godere della vecchiaia come un tempo fertile della vita.
Mi sembra che in tutti i contributi ritorni un concetto fondamentale, ossia che se da un lato
il declino è parte integrante, ineludibile, del nostro esistere, dall’altro la ricerca di una
dimensione “oltre” il declino costituisce di per sé un elemento vitale. Sia che lo si consideri
una navigazione, “[..] tenendo la barra del timone ben salda in attesa dell’ultimo soffio”, per
citare una bella immagine che troviamo in Marta Badoni, (2020, 80), sia che lo si pensi
come un oltrepassamento, un ponte che, per riprendere Eduardo, è preludio di libertà, l’età
della senescenza può rappresentare anche una opportunità per riprendere in mano il
proprio destino e fare i conti con questioni rimaste insolute ( Balsamo, 2020, VII).
Ma torniamo ai nostri autori. Nella prima parte, dicevamo, Izzo, Vandi e Langer osservano
la vecchiaia in rapporto alla psicoanalisi.
Izzo ipotizza che in vecchiaia vi sia una trasformazione della libido dell’Io in uno stato non
egoico, una “condizione indifferenziata che si trasferisce fino a scomparire” (Izzo, 2020,

18). E’ presente in questa ipotesi l’immagine di un dissolvimento cui sembra fare da
contrappunto la serena consapevolezza di aver realizzato il massimo del percorso
possibile che sostanzia il senso di finitezza. La serena acquisizione del senso di finitezza
è anche ciò che consente di consegnare alle future generazioni un compito mai finito che
necessita di nuova vita. (ib., 22).
Questo punto di vista viene ripreso, in differenti prospettive, da Vandi e Lionelli Langer.
Vandi, soffermandosi sulle differenti vedute tra Freud e Lou Salomè, sottolinea l’orizzonte
lungo che Lou vedeva nella vecchiaia, con il suo ampio respiro ricco di esperienze interiori.
La sua visione era presumibilmente sostenuta da un diverso modo di intendere la fede
religiosa, che ricorda il “sentimento oceanico” di cui parla Freud, “[..] un sentimento di
fusione con l’universo, una percezione d’immenso e di eterno nel quale l’umanità può
essere contenuta in un abbraccio rassicurante” ( Vandi, 2020, 37).
L’orizzonte lungo nasce da qui, l’invecchiare è oltre la sofferenza e oltre l’evento biologico
della morte.
Lionelli Langer inserisce il processo di invecchiamento nel tessuto della vita e si concentra
sui “lasciti” che intercorrono tra le generazioni, segni che si inscrivono nei funzionamenti
psichici individuali, nei rapporti familiari, nelle organizzazioni. Nei passaggi generazionali
scorrono traumi, segreti, lutti non elaborati ma, ci ricorda, anche la linfa che aiuta a vivere.
Veniamo al mondo in un punto preciso di quella trama del “ tappeto colorato” che è la vita,
scrive l’Autrice, in cui la morte costituisce l’esperienza estrema del limite che ci abita
(Lionelli Langer, 2020, 48). Il cammino porta alla consapevolezza dell’incompiuto e della
condizione di immaturità perenne che ci caratterizza. Vecchi e bambini camminano a
passo lento. I vecchi sanno rallentare perché hanno imparato, con l’esperienza, che tra la
semina e il raccolto c’è un tempo di attesa. Gli anziani hanno imparato molte cose dalla
vita, ma più di ogni altra cosa hanno compreso che la saggezza si può condividere ed è
questo il seme della vita, con cui generosamente ci trasmettono ricordi, sogni, racconti.
Leggiamo:
“…grati per quanto ci hanno dato, per la loro presenza che ci accompagna viva, grati del
tanto che ancora riceviamo e del poco che intuiamo, ci lasciamo prendere sempre ancora
da stupita meraviglia di fronte all’ignoto che ci circonda e che ci attrae. E cerchiamo di
esplorarlo, come hanno fatto loro, senza accanirci e senza rinunciare, sapendo che non lo
possiederemo mai per intero”( ib., 61).
La seconda parte del volume è dedicata alla clinica: Marta Badoni, Franco De Masi e Lucia
Fattori si interrogano su analisti anziani e pazienti anziani.
Vengono affrontati temi molto importanti: quando è tempo per l’analista di ritirarsi dalla
professione? Quali le conseguenze se vi è una rottura traumatica nella relazione
analista/paziente dovuta a una malattia dell’analista? Con pensiero lucido e profondo,
Marta Badoni ci fa entrare nel cuore del problema: comincia, da un certo punto in poi,
l’uscita dell’analista dalla sua bellissima professione, ma è una scelta consapevole che
restituisce il tempo per sè:

“ Ritirarsi dalla professione, non in attesa della prossima seduta, ma di ogni altro tempo
che la vita richiede: il tempo per prendersi cura di sé senza far soffrire il setting con i
diversi pazienti, il tempo per rispondere “ ho tempo”, senza dover fare continuamente i
conti con un tempo già destinato ad altri e quindi non disponibile, il tempo per gustare le
ore del giorno, il tempo per incontrare vivi l’ultimo tempo” ( Badoni, 2020, 77).
Ho trovato molto toccante il ricordo del bambino che aveva beneficiato di una buona
analisi e in conclusione volle fare il ritratto dell’analista. Badoni ricorda che il piccolo
paziente si fermò a un certo punto a osservarla considerando il fatto che doveva
fare anche le rughe, “perché c’erano”.
Questo episodio mi ha fatto tornare alla mente l’articolo in cui Winnicott parla
dell’importanza dello sguardo della madre sul bambino per la strutturazione del Sè: nella
circostanza narrata da Badoni a guardare è il bambino. E vien da chiedersi: cosa guarda il
bambino nel volto segnato dalle rughe della sua analista? Forse il tempo della loro
relazione piena e vitale che volge al termine? Con quella domanda sulle rughe sembra aver
capito bene che è impressa nelle pelle dell’analista l’esperienza che li lega, e che il suo
sguardo può restituire i ricordi, l’affetto e il senso del tempo che soggettivizza e
differenzia.
C’è un limite di età per cominciare un’analisi? Ce ne parla De Masi nel suo contributo
riprendendo una questione già affrontata da Freud, convinto assertore dell’esaurirsi, con
l’avanzare dell’età, delle capacità recettive e della plasticità necessarie per lavorare
analiticamente (Freud, 1937, 524-525). Diversamente da Freud, l’Autore sostiene che la
vecchiaia può costituire un periodo fertile e creativo che può dare adito a nuovi sviluppi e
nuove integrazioni (De Masi, 2020, 95).
De Masi si dice favorevole a intraprendere psicoterapie quando c’è una sofferenza limitata
o che ha avuto origine da un evento traumatico. La psicoterapia può aiutare a superare un
momento difficile. Il trattamento psicoanalitico classico, invece, può essere appropriato
nel caso in cui la depressione o l’angoscia siano legate a una situazione di sofferenza
precoce perdurata negli anni.
Grazie al lavoro terapeutico, persone che si sentono svuotate e sfiduciate perché prese
dall’angoscia di invecchiare possono giungere a godere della vecchiaia come di un periodo
che vale la pena di essere vissuto.
Conclude questa “corposa” sezione clinica un contributo di Lucia Fattori che, parlando di
alcuni suoi pazienti, si sofferma a considerare come durante l’epidemia Covid-19 gli
anziani in particolare siano stati costretti a fare i conti con un futuro in cui si fa sempre più
incombente l’idea della morte, con un passato in termini di bilancio e un presente in
termini di interrogativo sul senso e valore della propria vita ( Fattori, 2020, 111).
La paura della morte, osserva l’Autrice, sembra aver accelerato in alcuni dei suoi pazienti
processi di comprensione e di riparazione nei confronti di relazioni antiche, lutti mai
elaborati, speranze mai immaginate. Qualcuno ha trovato il coraggio di chiedere, aprendo
la propria vita a prospettive di cambiamento. Fattori ipotizza che il Covid come un trauma

violento abbia aperto con la sua forza d’ urto nuove strade, e tra le incrinature sia venuta
alla luce per questi pazienti una parte più intima e vera. La crisi ha portato a una svolta,
consentendo di uscire dall’isolamento e potersi affidare ad un altro. Fattori si sofferma
sulla delicatezza del lavoro con persone anziane: può capitare che l’ansia derivante dalla
consapevolezza di avere un tempo breve davanti a sé spinga ad accelerare il ritmo e
l’intensità del lavoro analitico, cosicché è molto importante procedere in modo cauto e
prudente.
La terza parte del volume si apre con un contributo di De Mijolla che si sofferma a riflettere
sui processi mentali che accompagnano i cambiamenti della vecchiaia, in particolare sui
sentimenti di perdita e sulla vicinanza alla morte che possono portare a vivere la vecchiaia
con malcontento, un’evidenza che non sempre riusciamo ad accettare. Non si invecchia
tutti nello stesso modo, questa la sua notazione che introduce un tema ripreso anche dalle
autrici che seguiranno in questa sezione: se riusciamo a mantenere la nostra gioia di
vivere e conoscere, la nostra passione per la vita, continueremo a investire sulla vita,
sostenuti dalla forza dell’Eros, utilizzando le risorse inesauribili della sublimazione (De
Mijolla, 2020, 143).
Carla Busato Barbaglio, proseguendo su questa linea di pensiero, ci rende partecipi di un
appassionato dialogo con Rossana Rossanda sull’invecchiare in cui il corpo è quel poco
che rimane, la porta socchiusa su quello che si può ancora fare, ma forse anche su quello
che si sarebbe potuto fare e non si è fatto (Busato Barbaglio, 2020, 149). Il “ socchiuso”,
commenta l’Autrice, ha a che fare con il lavoro del lutto. E questo, a sua volta, può liberare
nuovi pensieri, nuova vitalità. Occorre nutrire l’affettività positiva per tutta la vita, in
particolare in terza età, come capacità di progettualità da tramandare a quelli che vengono
dopo di noi (ib.,157). Mi sembra che qui Busato indichi qualcosa di molto importante:
“oltre” che nel lavoro del lutto, la vecchiaia ci impegna anche nell’attingere al pensiero di
un tempo “altro” della vita, quello in cui si prepara “altra” possibile vita per le generazioni a
venire. Molto intensa l’immagine del nonno Titela che termina i suoi giorni nel periodo in
cui l’Autrice era adolescente: un ricordo prezioso che, come scrive la stessa Autrice,
rappresenta un misto di allegria, profonda protesta mista a sopportazione, ma in fondo di
pace (ib.,162)
Come in un gioco a incastro, l’interrogativo con cui Busato Barbaglio conclude il suo bel
contributo: “Quale il segreto perché la vita sia buona fino alla fine?” (ib ,162) sembra
trovare una risposta nelle pagine di Lucia Monterosa che attraverso alcuni significativi
snodi letterari ci introduce alla sua visione della vecchiaia come di un serbatoio di legami
affettivi che possono immetterci in uno spazio in cui il tempo è scandito dalla presenza del
“limite”.
Questa dimensione può consentirci di sperimentare aree di intermittenza della vita che
pongono in luce la caducità, la precarietà, la fragilità cui siamo sottoposti in particolare
quando invecchiamo. Ma può anche donarci momenti di infinita bellezza e
consapevolezza, oltre che di piacere di incontrare l’affetto e l’amore degli altri. L’Autrice
approda alla conclusione che nell’esperienza del limite propria della vecchiaia si liberano

“[..] istanti di eternità, dai quali poter scorgere inaspettati e misteriosi scenari. (Monterosa,
2020,172).
Proseguendo nell’intreccio ideale dei contributi di quest’ ultima parte del volume, Rita
Corsa sembra a sua volta approfondire il tema relativo a questi misteriosi scenari. Quale
futuro per quale vecchiaia? Sembra chiedersi l’Autrice, mentre ricorda come dagli anni
Settanta del secolo scorso un filone di studi si soffermi ad immaginare un orizzonte
umano totalmente rivoluzionario, basato sull’uso della tecnologia per approdare a una
“post-umanità” caratterizzata da superuomini macchinici, immuni da malattie e dal
deterioramento senile. In una parola, uomini resi immortali, a coronamento di un sogno
che si trasmette nei secoli: vi è sotteso un ideale magico di oltrepassamento di sé, a
cominciare dal corpo immaginato in un futuro più o meno lontano come una sorta di
“involucro di carne da dismettere“ ( Corsa, 2020, 176). L’Autrice ci segnala che il corpo
meccanizzato, sintetico, mette in scacco il pensiero, rendendo inutile il lavoro del negativo,
il lavoro del distacco; la trasformazione favorisce l’insediamento di una potente imago di
indistruttibilità. L’esistenza nell’epoca dell’intelligenza artificiale è condannata a fare i conti
con un oltrepassamento di ogni vincolo e limite, col rischio di andare verso un destino di
autodistruzione. Futuro tutt’altro che roseo! Si aprono scenari inquietanti che preludono
“[…]alla negazione che ingloba in una cappa oscura anche l’invecchiamento e la morte” (ib.,
185).
Non c’è conclusione possibile sull’evolversi di tale materia: per non essere schiacciati
dall’incertezza possiamo aggrapparci a una speranza e sottoscrivere le parole con cui si
congeda l’Autrice:  “ Abbiamo bisogno di un rinnovato umanesimo dell’età terminale della
vita, che sappia narrare la nostra fugacità e finitezza” ( ib., 189).

Bibliografia

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G. (a cura di .) Psicoanalisi e vecchiaia, Alpes, Roma.
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Fattori L., Vandi G., cit.
Busato Barbaglio C.( 2020 ) “Essere “ vivi” nel tempo senza tempo”. Dialoghi
sull’invecchiare. In Corsa, R. Fattori, L. Vandi, G. cit.
Corsa R.( 2020) “La neo-vecchiaia”. Ovvero essere anziani nell’era cibernetica. In Corsa R.,
Fattori L., Vandi G., cit..
De Filippo E. (1984) L’arte di invecchiare. ( a cura di )Carlo Donat Cattin e Leonardo
Castellani
Intervista a Eduardo De Filippo, Teche Rai.

De Masi F.( 2020) Psicoterapia in tarda età. In Corsa R., Fattori L., Vandi G. cit..
De Mijolla S. (2020) Invecchiamento normale, invecchiamento patologico. In Corsa R.,
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Freud .S. ( 1937) Analisi terminabile e interminabile, O.S.F.,vol.11
Izzo E.M. (2020) Tipologie libidiche nella vecchiaia. In Corsa R., Fattori L., Vandi G., cit.
Langer Leonelli L. ( 2020) Vecchi e bambini: come si tramanda la forza di vivere. Note sul
transgenerazionale positivo. In Corsa R., Fattori L. Vandi G., cit,
Monterosa L.(2020) Le intermittenze della vita. In Corsa R., Fattori L., Vandi G., cit.
Vandi G.(2020) La vecchiaia e l’orizzonte. In Corsa R., Fattori L., Vandi G., cit.