Venerdì, Dicembre 14, 2018

Recensione di "Le figure del Vuoto"

Le figure del Vuoto: i nuovi sintomi di un mondo niente affatto zen

Può darsi che a noi ingombranti genti d’Occidente abbia ‘compromesso’ la reputazione e il sentire Aristotele da che sentenziò che la natura rifiuta il vuoto ed è tutta e sola un traboccante spazio pieno. Per cui abbiamo pensato di cavarcela di generazione in generazione riempiendo e la borsa e la vita di materia, sempre più espansa, talvolta inutile e inerte, creata e  ricreata in varie forme fino al parossismo attuale. Altrove, il vuoto non è sinonimo di nulla né sottintende nichilismo ma è parte di un processo eterno, nell’eterno e dinamico stato germinale di tutte le cose. Le tradizioni orientali considerano infatti fondamentale il non essere, quale parte costitutiva di un movimento circolare: tutto ciò che esiste ha origine da ciò che non esiste e a quello ritorna. Invece da noi vuoto è sinonimo di morte, cessazione, mancanza, privazione, negazione. Perciò l’horror vacui ha fatto molta strada, tanta carriera; si è aggiornato assecondando gli sviluppi tecnoscientifici di un mondo ultrapiatto e ultrarapido, al punto che la clinica ha bei grattacapi nell’imbattersi in forme inedite di disagio psichico, in tutto o in parte ancora da decodificare. I pazienti non sono più quelli di una volta, giocano a stupire manifestando con nuovi sintomi che l’accelerazione è un trita carne e non svuota la psiche.

Le figure del vuoto i sintomi della contemporaneità: anoressie, bulimie, depressioni e dintorni, per l’appunto, s’intitola il libro realizzato dal Centro napoletano di psicoanalisi, che è la trascrizione di un convegno tenutosi per l’appunto a Napoli lo scorso novembre. Il libro in questione è stato presentato alcuni giorni fa presso la Società psicoanalitica di Roma. (La pubblicazione a cura di Luigi Rinaldi, e Maria Stanzione, è stata edita dalla casa editrice Borla, 25,00 €). Il cuore della questione è cercare di “teorizzare le forme contemporanee della sofferenza psichica” e rispondere alla domanda cruciale “se l’epoca determini forme diverse di sofferenza oppure no, e come si iscriva nel disagio”, ha detto nell’avviare la presentazione lo psicoanalista Andrea Baldassarro. “I disagi della contemporaneità, le tematiche delle ‘nuove’ sofferenze nel tessuto sociale sono difficilmente coglibili e anche trattabili”, ancora Baldassarro. Il libro si caratterizza per complessità ed eterogeneità dei contributi che fanno affiorare più attriti che convergenze: tra gli autori non solo psicoanalisti Spi, ma anche la celebre anglicista Nadia Fusini che porta testimonianza da regni letterari che devono essere considerati con attenzione se è vero che la letteratura è la forma estetica dell’inconscio; e il celebre psicoanalista ‘lacaniano’ Massimo Recalcati.  Emerge dal testo l’esperienza dell’analista che sta a contatto con il vuoto e si chiede come poter lavorare, come verbalizzare il non rappresentabile.

“Perché questo libro? – si è interrogato il curatore Luigi Rinaldi, presidente del Cnp – È dovuto alla sensazione che effettivamente i sintomi della contemporaneità  sono diversi dai sintomi di altri tempi”. Allora la domanda è: “Sono diversi perché rappresentano una reazione specifica ai tempi o ci sembrano diversi perché sono diverse le nostre teorie, sono cambiate”? Per Rinaldi è indispensabile partire dall’intuizione freudiana che “la psicologia individuale è sempre anche psicologia sociale”, intuizione non  sviluppata dalla riflessione psicoanalitica. Una pecca visto che per Rinaldi il condizionamento sociale è alla base  della sofferenza mentale. Così le storie cliniche mettono in risalto come la latitanza dei genitori (‘i primi soci’) “determini agli albori della vita un attentato identitario, un vuoto originario nella costituzione dell’Io, causato dalla mancanza del rispecchiamento necessario per fornire significazione affettiva alle sensazioni e percezioni”. Il sentimento dell’essere messo in forse si traduce in mancanza, l’eccesso di mancanza in vuoto. “L’ideologia del consumismo globale – ha argomentato Rinaldi – malgrado la crisi resta e mira a creare pseudo mancanze trasformate in infiniti vuoti da colmare. Anoressie, bulimie, obesità, dipendenze, sono sintomi che sembrano derive dell’attuale accumulo, simboli di ciò che non si è avuto a livello affettivo, manifestazioni della rottura dell’intersoggettività”. Queste patologie del mondo occidentale in forma di ondate epidemiche “hanno il carattere della difesa patologica che protegge dall’ansia e determina isolamenti del nucleo del sé. Patologie che sono metafore sociali  di una mutazione antropologica determinata dal fatto che il discorso del capitalista prende il posto del dovere morale di Kant. C’è una spinta al godimento illimitato”. Gli imperativi del godimento sono: “godere qui e ora e in modo solitario, non al servizio del legame; vivere in un tempo ‘puntinista’ frazionato in monadi rinchiuse in se stesse, tempo appiattito sulla dimensione del presente che non contempla né il passato né il futuro”. Lo stesso presente è polverizzato in istanti eterni. Sono “veri e propri imperativi sociali che irrompono nel soggetto desogettivandolo e impediscono lo sviluppo dell’io ma si oppongono anche all’atemporalità dell’inconscio creando vuoti solo temporaneamente colmati”.

Le patologie attuali, dunque, sono accomunate dalla presenza del vuoto; un eccesso di vuoto che racconta ciò che non si è avuto a livello simbolico e affettivo e la sofferenza “diventa cassa di risonanza del malessere della società”.  “Il passaggio dal sociale al soggettivo è operazione mai semplice e mai trasparente – ha sottolineato lo psicoanalista Paolo Cruciani – Non è tanto importante ciò che facciamo quanto ciò che facciamo di ciò che è stato fatto di noi”. Entra in gioco il discorso della transgenerazionalità. “Ma fino a che punto si può risalire all’indietro? Le manifestazioni individuali del vuoto nascono dalle evoluzioni biologiche in base a ciò che una società mette a disposizione: modelli di consumo e regolazione degli affetti”. Il vuoto o il troppo pieno sono le risposte. Per Recalcati, che non era alla presentazione ma è tra le voci del libro, poiché la trasmissione del desiderio diventa sempre più difficile, il vuoto si iscrive nell’ambito di forme neomalinconiche emergenti. Compito della psicoanalisi è per Recalcati allora quello di rianimare il desiderio e la sua trasmissione. “Questa trasmissione è diventata un compito impossibile. La psicoanalisi è una sentinella che nel sociale ha il compito militante di insistere sulla necessità della trasmissione del desiderio. Da qui una serie di trasformazioni che investono anche la nostra pratica (…) perché il problema della neomelanconia, assurdamente secondo me, lo troviamo nelle nuove generazioni sempre di più, sempre di più nei giovani noi troviamo questa dimensione apatica, nirvanica, senza desiderio…”. Alfredo Lombardozzi ha evidenziato che l’apocalissi psicopatologica può diventare culturale cioè condivisa e riaprire il senso del futuro solo se si recupera la dimensione rituale, la messinscena del dolore, la condivisione. Invece le figure sociali del vuoto sono i corpi costruiti, ricostruiti, tatuati; figure del vuoto sono le reti chiuse che crea la rete; sono i confini generazionali saltati, la mancanza di riti o riti rovesciati a cui i figli iniziano i genitori.

Il punto è che in questa realtà occorre imparare a camminare sul vuoto indotto senza venirne risucchiati. Per san Giovanni della Croce patrono di mistici e poeti fare il vuoto era precondizione per l’ascesi e  l’unione col divino. Per lo zen senza vuoto non si diviene. Celebre in tal senso la storiella zen dello studioso che va a trovare il saggio e gli chiede di istruirlo. Il maestro zen fa accomodare l’ospite e gli serve del the. Gli pone la tazza di fronte e inizia a versare la bevanda; la tazza si riempie, ma lui continua a versare. Finché, alle rimostranze dell’allievo replica: ”Anche tu sei come questa tazza: sei pieno. Se prima non ti svuoti, come posso io insegnarti qualcosa?”. Per la studiosa e critica letteraria Nadia Fusini, in maniera similare allo zen, il vuoto non c’è: “Dal nulla Dio crea tutto. Il nulla è necessario per la creazione, perché si dia questa tutto. La grande questione è che non c’è il vuoto, ci sono figure del vuoto”. Fusini ha ricordato che la poetica di Shakespeare in cui compare il nothing  si sviluppa quando in Europa si introduce il numero zero in aritmetica.

C’è il vuoto pieno della non cosa e il vuoto che l’analista fa liberandosi dei desideri; c’è il vuoto troppo pieno e l’impatto che ha sull’analista. Poi chissà se la patologia sia provocata da eccesso di vuoto o da carenza dello stesso. Il fatto è che il vuoto nichilista è una nostra ‘specialità’ culturale mentre la fisica parlandoci di vuoto quantico istruisce con modalità zen che esso è la condizione di possibilità di tutti gli eventi, di tutte le cose. Quindi in questo senso è il massimamente pieno. “Sono il vuoto, non sono diverso dal vuoto, né il vuoto è diverso da me; in realtà il vuoto sono io”, scrisse Jack Kerouac ne I vagabondi del Dharma. Tanto varrebbe considerare l’opzione anziché patologizzarla, tenerla a mente, purché non ci riduca ad avere la mente vuota a vuoto…

(Piera Lombardi)

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